“Zi’ Teresa”: la fatidica ostessa.

Zi’ Teresa

MAROTTA e “Zi’ Teresa”

Giuseppe Marotta l’autore de l’oro di Napoli ci racconta Napoli vista dai Napoletani, oggi parliamo di ” Zì teresa”

Andai a mangiare, erano i primi ardenti giorni di giugno, dalla “Zi’ Teresa”.

Sui tendoni del famoso ristorante di Santa Lucia palpitano i riflessi del mare; non perdendoli di vista, vi si può forse anche scorgere, ogni tanto, il guizzo di qualche pesce. I tavoli occupano tutta la banchina; uno stretto corridoio è riserbato ai passanti che o distolgono con prudenza lo sguardo dai piatti colmi o sfrontatamente li fissano, costringendovi ad arrossire come se vi sentiste osservato nel vostro letto nuziale.

Questo perché si tratta di una cucina celebre in Italia e all’estero, chi non lo sa? Qui sono venuti e vengono pezzi grossi di ogni paese, prima o dopo di aver riverito San Gennaro in Duomo se sono cattolici; qui uno siede e dice al cameriere e al cielo sorridenti dello stesso sorriso: “Fate voi.”

Naturalmente esiste, come c’è la pioggia fra due giornate o fra due minuti dell’inverno di Santa Lucia, una vasta e un po’ malinconica sala terrena dove tuttora, dietro la cassa piena da scoppiare, siede la fatidica ostessa.

“ostessa.Qui prendo posto, in un angolo che mi consente di tener d’occhio la distesa delle mense e, contemporaneamente, la favolosa proprietaria della trattoria. Mia cara, quante volte vi ho ricordata. “Esce dal fuoco” dicevamo di voi allora, tant’anni fa; eravate infaticabile e onnipresente: senza età, un simbolo, una fata, una salamandra nel fumo delle vivande; oggi non riesco a vedervi bene, seminascosta come siete da un mazzo di aragoste. Il rosso mostruoso dei crostacei getta perfide ombre sulla celebre ostessa; in attesa che qualcuno allontani da lei questi fiori impietriti, questi fiori ossidati, ordiniamo spaghetti con vongole e osserviamo la gente.

Gli avventori sono o napoletani in festa o settentrionali in viaggio, più che altro di nozze.

Vedo coppie che si mangiano con gli occhi trascurando la zuppa di pesce; e fanno bene perché il sentimento della zuppa di pesce esclude ogni altra passione, per via delle lische. Vedo belle donne che si nutrono da lontano, o almeno distaccate dal tavolo, tenendo le gambe accavallate e sentendosi, per il fatto di pranzare qui, vagamente eccezionali e preziose.

C’è anche qualche mondana, anima delle danze notturne in ciò che rimane dei vicini grandi alberghi; tempo fa tollerava accanto a sé esclusivamente uniformi, oggi si arrende ai civili, anzi la sospetto invaghita del “posteggiatore” che sta cantando: “Quando si dice si, tienilo a mente, non si deve far soffrire un cuore amante. ” I “posteggiatori” vanno e vengono fra i tavoli per effettuare un’equa distribuzione del loro canto; sembrano interpellare gli avventori, sono capaci di gridare a un avvocato di Sondrio: “Voi, Brigida, sotto avete lo zucchero e sopra amara siete.” “Curioso, divertente” confida l’avvocato agli amici per darsi un contegno. Cantano, questi “posteggiatori”, con efferato impegno; ghermiscono e trattengono la nota alta come un carabiniere ghermisce e trattiene un ladruncolo; cantano senza udirsi, immaginando di cantare come canterebbero se avessero una bella voce.

Frattanto è entrata nella sala una monaca questuante, accompagnata da un’orfanella; Dio come guarda nei piatti la bambina! Poi viene un gobbo che vende biglietti della lotteria; il primo avventore a cui si rivolge gli dice: “Ne prendo anche due se me li fate scegliere dalla padrona.”

Come ipoteca sulla fortuna non gli basta la gobba del gobbo; oppure è uno di quegli individui che debbono sempre cedere l’iniziativa, che al ristorante si fanno consigliare i cibi dal proprietario, che mangiano con la balia. Debbo a lui, comunque, se la celebre ostessa finalmente compare. Ah è proprio l’ombra di quella che fu. Una vecchia magra, astratta, spettrale, consumata come un ciottolo di fiume. I suoi occhi infossati si accendono e si spengono, il sorriso le è sempre facile, ma le duole, si sente che le duole. Ha i grigi capelli tirati e lisci, porta lunghi orecchini, e altre gemme le lampeggiano sul petto. È ridotta alla sua ultima sostanza; popolarità, ricchezza e noi non le tengono compagnia.

Stava dormendo dietro il suo mazzo di aragoste e questo tanghero l’ha svegliata. Ora sceglie i biglietti della lotteria, si anima, ride, bacia sulla fronte una signora, stringe innumerevoli mani che le si tendono, gradisce gli elogi di un tale alle sue vongole, riflette anzi per dire: “E già: le vongole sono pasticche, Eccellenza, sono il mare in compresse.” Che Eccellenza? Deve trattarsi di un ministro; se è dell’Istruzione avrà anche gustato l’immagine. Ora la celebre ostessa raccoglie dai tavoli piatti vuoti e bicchieri, questa è una sua calcolata civetteria. La seguo per parlare, vedo come è stato fittizio il suo ardore, come l’averlo simulato le duole. Mi dice che ha settantasei anni; non un figlio le rimane dei dieci che ha messo al mondo, ha solo qualche nipote. Alla cassa la assiste infatti una brusca signora di mezza età; che faccia di erede, quasi non mi permette di accarezzare la vecchia padrona, quasi me la contende; non capisce che vorrei essere il diavolo per resuscitare il tempo in cui la celebre ostessa vendeva acqua sulfurea e “taralli” ai marinai su questa medesima “banchina”, era giovane e non aveva ancora inventato questo leggendario ristorante. Ho comunque già pagato il mio conto, che superava di poco le mille lire; salutatemi Milano, ho tanti amici a Milano, mi dice congedandomi la celebre ostessa; fuori il sole di Santa Lucia sembra avermi atteso e volermi prendere per mano: ci vado per dieci minuti in canotto, ci vado?

Ecco un noleggiatore di barche noto col nomignolo di “Naso di cane”: è una mia vecchia conoscenza, bisogna offrirgli esattamente un sesto di quanto chiede, a ridergli in faccia si accontenta anche di meno. Parliamo. Dice che ha speranza, dice che tornerà il popolo a mangiare “taralli” e cozze su queste pietre. Speriamo, dico, e salto in canotto. Il porticciuolo è mite, domestico, maneggevole come un cucchiaio. L’acqua si scosta dai remi con gentilezza, se ne va senza spruzzi. I bagni Eldorado sono macerie che pigri muratori raccolgono in cesti e gettano in mare; uno canticchia un ritornello che dice “Comunista non sono, socialista nemmeno, qualunquista ma va’, ho solo bocca e denti per mangiar.”

Tra i pali dei vivai di peoci ballonzolano due teste calve di vecchi nuotatori; sembrano prive del corpo, una sorta di ninfee, vive e al tempo stesso illusorie come tutte le cose e i colori e i suoni che ho ritrovati qui. Ecco: un acuto dei “posteggiatori” mi raggiunge e mi sorpassa, addio; ho mal di stomaco (guardatevi dai “polipi affogati”) ma forse passerà, forse l’orfanella che guardava nei piatti starà ora pregando per me.