Undici: San Higuaín ridefinisce il concetto di Nove

San Higuaín de los imposibles

Il  nuovo Nove: San Higuaín de los imposibles

Gonzalo Gerardo Higuain ridefinisce il concetto di Nove, un giocatore unico nel suo genere oltre al record dei 36 gol, ha tante altre qualità, alcune ce le spiega Fabrizio Gabrielli giornalista della rivista UNDICI che ha intervistato il Pipita. Per Gabrielli Higuain “è il prototipo di una nuova razza di 9” un precursore date le sue qualità.

San Higuaín de los imposibles

Quando parliamo del suo essere il prototipo di una nuova razza di Nove, qualcosa che alza l’asticella dello standard per i centravanti del futuro, capace di segnare gol impossibili ma anche di spaziare per tutto il fronte d’attacco, reagisce con uno sbuffo indolente. Cosa deve fare, il nove, nel calcio di oggi secondo Higuaín? «Principalmente deve aiutare la squadra a vincere le partite. Ovviamente non si può fare sempre gol: in quel caso si deve aiutare la squadra in altri aspetti». Come fornire assist incredibili: a Madrid lo chiamavano San Higuaín de los imposiblesOppure creare spazi, giocare di sponda, quello che in spagnolo si chiama – con un termine che non ha un corrispondente italiano altrettanto bello – pivotear. Se non avessi fatto il centravanti, gli chiedo, in quale altro ruolo ti sarebbe piaciuto giocare? «Non lo so, penso che il ruolo più bello sia questo».

Eppure Higuaín avrebbe anche i tempi e l’estro dell’enganche. La propensione all’assist. Come quello per Insigne, a San Siro contro il Milan, con un taglio in profondità. O ancora il movimento esemplare in Europa League l’anno scorso, contro il Wolfsburg, quando si è andato a prendere palla da Maggio sulla trequarti, in posizione di esterno destro, prima di tracciare un filtrante mostruoso per Hamsik. «All’inizio ho anche giocato più indietro, se devo scendere un po’ a giocare non è che mi dispiace, l’ho già fatto e se me lo chiedono lo faccio con piacere». Nelle primissime partite con il River giocava da enganche puro: Marcelo Gallardo lo trovava molto simile a lui. Davanti giostrava Radamel Falcao.

In un’intervista rilasciata a Ángel Cappa ai tempi di Madrid per un libro che si chiama Hagan juego, aveva confessato che gli piaceva molto guardare il calcio. Non tanto per imitare i gesti tecnici, ma per comprendere i concetti, diceva. Gli chiedo quanto calcio guardi in tv, oggi. «Solo se c’è una partita interessantissima e divertente. Sennò provo a fare altre cose, anche per non stare sempre con la testa nel calcio». Non è Yaya Touré che annota appunti tattici su di un taccuino, e neppure Khedira che posta foto su Instagram mentre è intento a studiare. Questo non significa che a Higuaín non piaccia il gioco in sé; solo, lo osserva più con il piglio dell’intrattenimento che quello del corso di aggiornamento.

IL SALUTO

Quando mi lascio alle spalle Casa Napoli, il sole è già scomparso dietro il profilo del Vesuvio. Alla fine del lembo d’asfalto che costeggia i Regi Lagni prima di affondare nella pineta e immettersi sulla Domitiana un gruppo sparuto di tifosi, complice il buio e l’auto di grossa cilindrata che contingentemente mi trovo a guidare, mi scambia per qualcuno che non sono. Sbarrano il passaggio, mi chiedono un minuto, solo un minuto. Nel bagagliaio porto la delusione. Chi ci rimane più male sono quattro ragazzini: sopra alle giacche a vento indossano una maglia di due taglie più grande, sulle spalle e la schiena il nome e il numero del calciatore al quale ho appena stretto la mano. A uno di loro batto un cinque, sperando di potergli trasmettere un po’ di gioia. Per osmosi almeno.

La gazzetta scettica sul futuro del Pipita