UN INCREDIBILE SPY STORY NAPOLETANA: PROTAGONISTI, SAN GENNARO E DUE MILITARI TEDESCHI

SPY STORY NAPOLETANA

Di: Gabriella Cundari

Nella più che millenaria storia di Napoli gli intrighi ci sono sempre stati e il mistero fa parte della multiforme personalità della città.

In questo caso, complice San Gennaro, ci troviamo alla presenza di una vicenda eccezionale, in parte raccontata nelle memorie dei protagonisti, in parte ricostruita attraverso i documenti ufficiali.

Nel corso del 1943 la II guerra mondiale giunse, con il suo carico di distruzione e di morte, direttamente sul suolo italiano. Ancor prima della fine delle operazioni belliche sul fronte nord africano i comandi anglo-americani cominciarono a pianificare l’invasione dell’Italia, con lo sbarco di Sicilia effettivamente avvenuto nella notte tra il 9 e il 10 luglio, preceduta da un’intensificazione dei bombardamenti su obiettivi militari e civili.

Anche Napoli, già toccata da attacchi aerei alleati negli anni precedenti, a partire dall’11 gennaio 1943 fu bombardata quotidianamente. In quei drammatici frangenti, accanto alle questioni relative alla sopravvivenza della popolazione civile, si intensificò la preoccupazione per la salvaguardia dei beni artistici e culturali conservati in musei pubblici e privati e in istituti religiosi prospettando il trasferimento di quei preziosi tesori in siti ritenuti sicuri.

Giunsero così nell’Abbazia di montecassino ritenuta a torto protetta, tesori di valore inestimabile come vari quadri della Galleria Nazionale di Capodimonte o che erano in esposizione nella città partenopea, sculture e reperti di Ercolano e Pompei del Museo archeologico nazionale di Napoli, l’archivio privato dei Savoia, il Tesoro di San Gennaro.

Quest’ultimo fu portato a Montecassino il 26 maggio 1943, racchiuso in tre casse di legno d’abete numerate progressivamente, la prima di cm. 42x42x44, la seconda di cm. 64x55x29 e l’ultima di cm. 63x53x17.

Sul lato superiore riportavano la scritta, eseguita con lapis copiativo nero, di «R. Deputazione Tesoro di S. Gennaro». Erano legate con filo di ferro zincato fissato a croce i cui capi erano riuniti con un bollo di piombo che riportava, da un lato, lo stemma con la colonna e, dall’altro, la sigla «S.C.».

Le motivazioni di provvedere al ricovero nel monastero benedettino discendevano dalla convinzione che «per la sua ubicazione» Montecassino fosse «da ritenersi meno di ogni altro al pericolo delle incursioni aeree» e dalla «fiducia» che ispiravano la «santità dell’Ordine e la rigorosa osservanza dei Monaci».

La consegna fu fatta dal principe Stefano Colonna di Paliano, nella qualità di vice presidente della Deputazione della R. Cappella del Tesoro di S. Gennaro, all’abate Gregorio Diamare che fece riporre la casse nei locali della Biblioteca. Poi la guerra investì fortemente e profondamente il Cassinate.

Fece la sua comparsa il 19 luglio con il bombardamento dell’aeroporto di Aquino (nello stesso giorno del primo bombardamento di Roma, quartiere di S. Lorenzo) e tutto il territorio fu inglobato dalle autorità militari germaniche nel sistema difensivo approntato per sbarrare l’avanzata alleata.

Il 10 settembre Cassino subì il primo di una lunga serie di bombardamenti (fino alla distruzione completa della città avvenuta il 15 marzo 1944). Anche il sovrastante millenario monastero correva fortissimi pericoli di essere distrutto (e lo fu effettivamente il 15 febbraio 1944).

Fra i vari problemi che si vennero a porre in quei frangenti si prospettò anche la questione della salvaguardia dei beni artistici, culturali e religiosi presenti nel monastero, sia quelli di proprietà dello Stato italiano, sia quelli di proprietà dei monaci benedettini sia quelli lì ricoverati nei mesi precedenti.

Il 14 ottobre 1943, all’insaputa l’uno dell’altro, si presentarono a Montecassino due militari tedeschi, il tenente colonnello austriaco Julius Schlegel e il capitano medico tedesco Maximilian J. Becker, ambedue della Divisione «Hermann Göring», i quali nel prospettare a monsignor Diamare i pericoli che correva l’abbazia posta «proprio sulla linea del fuoco», lo invitarono a mettere in salvo il patrimonio culturale ed artistico della Badia, utilizzando i mezzi di trasporto che la Divisione avrebbe messo a disposizione per il trasferimento di quei beni in luoghi più sicuri.

Nessuno dei due sapeva allora che in Abbazia erano conservati beni e preziosi giunti Napoli: essi erano convinti di dover provvedere a mettere in salvo solo quelli di proprietà del monastero e quelli dello Stato italiano gestiti dai monaci cassinesi.

Schlegel nel suo memoriale racconta che l’idea di provvedere al salvataggio gli balenò quando il comandante della Divisione «Göring», gen. Paul Conrath, nel corso di una riunione tenutasi all’inizio dell’autunno del 1943, mostrò su una cartina geografica il luogo dove la resistenza dei tedeschi all’avanzata degli Alleati sarebbe stata «più ostinata, più accanita» e indicò l’area di Cassino con il sovrastante monastero benedettino.

Spinto dalla sua coscienza che gli imponeva il «grave dovere di difendere i «gioielli della corona della cultura occidentale» minacciati di distruzione, decise di recarsi in abbazia a incontrare monsignor Diamare.

Quel 14 ottobre si ritrovò così nella sala d’aspetto dell’abate anche se non aveva ancora la benché minima idea di ciò che gli avrebbe detto o di cosa gli avrebbe proposto. Un atteggiamento non prettamente consono a un ufficiale militare, che soprattutto in tempo di guerra avrebbe dovuto programmare e pianificare strategie Dal Canto suo, Becker osserva nel suo memoriale che egli per primo si era mosso per attuare il salvataggio di opere di immenso valore e che Schlegel era giunto per primo perché era stato inviato proprio dall’ufficiale responsabile degli automezzi della Divisione «Göring», su avviso dello stesso medico tedesco.

Schlegel, dunque, sembra essere entrato casualmente nella vicenda, anche se alla fine fu fra quelli che riuscirono a trarne i maggiori meriti. Dopo due giorni di forti discussioni tra i prelati di Montecassino, incerti sul dare fiducia ai Tedeschi (anche perché i più ritenevano impossibile che Montecassino potesse essere bombardata) e di incontri tra ttutti i protagonisti di questa vicenda,, iniziarono i trasfermenti.

Il 17 ottobre partì il «primo trasporto con capsule dell’archivio, per ignota destinazione», il 19 ottobre un secondo carico su camion diretti a Roma. Su uno di quegli autocarri c’era il diacono Tommaso il quale appena arrivato scrisse all’abate e quel biglietto a Montecassino «fu accolto da tutti con senso di vivo sollievo, dato che si dubitava dei fini dei Tedeschi e quindi dell’esito» del viaggio appena intrapreso e «dei successivi trasporti».

Le cose private dell’abbazia, che nel viaggio erano scortate da monaci benedettini, raggiunsero Roma, collocate presso l’abbazia di S. Paolo fuori le mura o nel collegio di Sant’Anselmo. Invece i beni di proprietà statale, comprese le opere della Galleria Nazionale e del Museo archeologico di Napoli, furono depositati nel magazzino della riserva della Divisione «Hermann Göring» ubicato in una «villa di campagna, dall’aspetto di castello che si trovava in una pineta nei pressi di Spoleto».

Il 19 partì il secondo convoglio. Come già accennato, su proposta di d. Tommaso Leccisotti e «su insistente preghiera del P. Abate», su due automezzi furono caricati i beni del monastero, fra cui si trovavano anche le tre casse del Tesoro di San Gennaro. Sul primo autocarro presero posto anche quattro monaci al fine di seguire le vicende del collocamento dei beni culturali, prendendo contatto con il Vaticano e con le autorità italiane.

La partenza avvenne fra grande strazio, mentre tutta la scena veniva ripresa cinematograficamente. Il viaggio si svolse senza problemi. Solo a Frosinone una breve sosta fu interpretata, erroneamente, come un allarme per incursione aerea, poi alle 5.30 del pomeriggio il convoglio giunse a Sant’Anselmo.

Nei giorni successivi gli autocarri continuarono a fare la spola tra il monastero e i luoghi di deposito (furono effettuati un centinaio di viaggi) fino all’ultimo convoglio partito il 3 novembre. Il ritardo dell’avanzata alleata, bloccata i quei momenti a nord del Volturno, aveva permesso il prolungamento del piano di salvataggio che, secondo i programmi iniziali, doveva essere circoscritto appena a due giorni.

Le operazioni con ordine, i soldati tedeschi furono disciplinatissimi, nessuno fece perquisizioni. Parimenti tutti gli automezzi partiti da Montecassino raggiunsero le rispettive destinazioni. In qualche caso furono oggetto di attacchi aerei che però non provocarono alcun danno. Neanche un camion fu annientato, dei tesori d’arte nulla fu distrutto, niente subì il minimo danno, su tutta l’operazione di salvataggio, come scrive Schlegel, vegliava in maniera visibile la benedizione di Dio.

Il 17 novembre l’archeologo Amedeo Maiuri lanciò in «radio un appello contro la depredazione di Montecassino operata dai Tedeschi».

Il 7 dicembre il diacono Tommaso, utilizzando un’autovettura delle Figlie di S. Paolo, trasportò il Tesoro di San Gennaro in Vaticano

Quindi l’ 8 dicembre 68 si giunse alla riconsegna dei beni artistici e culturali di proprietà dello Stato italiano che erano stati portati a Spoleto.

Il 10 dicembre i beni giunti a Castel Sant’Angelo due giorni prima furono consegnati alla Santa Sede perché fossero presi in deposito dalla Biblioteca Apostolica Vaticana.

Invece i dipinti e i reperti della Galleria nazionale e del Museo archeologico di Napoli furono riconsegnati direttamente alle autorità italiane. Quaranta autocarri vennero disposti a Piazza Venezia il 4 gennaio 1944 e a mezzogiorno si svolse la cerimonia di riconsegna con gran partecipazione di autorità civili italiane e militari tedesche, di fotografi e operatori dei mezzi di comunicazione, ma, ancora una volta, non vi prese parte Becker.

In quella stessa occasione vennero consegnate anche le 600 casse con i libri della Biblioteca nazionale di Napoli che vennero portate alla Sapienza.

Il prof. Alfonso Bartoli tenne il discorso di ringraziamento e consegnò dei diplomi di omaggio a ufficiali e militari tedeschi per l’opera svolta

Nel marzo 1947 il principe Stefano Colonna di Paliano si recò presso l’abbazia di S. Paolo a Roma a ritirare le tre casse del Tesoro di San Gennaro. Quando esse furono aperte a Napoli, vi fu trovato tutto in perfetto stato di conservazione, come se mai fosse stato rimosso dalla Sacrestia della Cappella: San Gennaro sicuramente ci aveva messo del suo!

L’opera di salvataggio svolta da Julius Schlegel è stata ricordata, a Vienna, con una lapide affissa su una parete della sua casa, con un’altra posta in una cripta dell’abbazia benedettina degli Scozzesi (Schottenstift) e con un monumento collocato nel Parco di Wertheimstein, mentre un busto del colonnello è stato sistemato nei locali adiacenti al Cimitero militare germanico di Colle Marino a Caira.

Nessuna lapide, nessun monumento sono stati collocati per ricordare quanto fatto da Becker.

L’opera di salvataggio svolta da Julius Schlegel è stata ricordata, a Vienna, con una lapide affissa su una parete della sua casa, con un’altra posta in una cripta dell’abbazia benedettina degli Scozzesi (Schottenstift) e con un monumento collocato nel Parco di Wertheimstein (alla cui inaugurazione partecipò, in rappresentanza del monastero di Montecassino d. Faustino Avagliano), mentre un busto del colonnello è stato sistemato nei locali adiacenti al Cimitero militare germanico di Colle Marino a Caira.

Nessuna lapide, nessun monumento sono stati collocati per ricordare quanto fatto da Becker.
(fonte: Gaetano de Angelis-Curtis wwwstudu cassinatI.it)