La serie A non parla italiano, il calcio ultimo in Europa: Conte lancia l’allarme

     

    In questa stagione la percentuale di stranieri in campo è salita al 54,8%. Nel 2006, quando gli azzurri di Lippi vinsero i Mondiali, non superava il 36%. Soluzioni allo studio: i club potrebbero essere obbligati a presentare rose con almeno otto giocatori provenienti dai vivai nazionali.


     

    E’ dal fallimento del mondiale di Giappone e Corea del Sud nel 2002 che i vertici del calcio italiano si ingegnano per porre fine all’invasione di stranieri che riduce lo spazio dei giovani italiani in Serie A. Ma negli ultimi dodici anni la situazione è peggiorata anziché migliorare. L’Italia ha avuto il guizzo di Germania 2006 grazie alla generazione dei campioni nati negli anni ’70. In quel momento però il nostro campionato aveva ancora percentuali abbastanza favorevoli ai calciatori italiani. Lo ha ricordato lo stesso Antonio Conte pochi giorni fa: “Quando mi sono complimentato con Marcello Lippi per il terzo scudetto in Cina – ha raccontato il Ct azzurro – mi ha fatto notare che nel 2006 in Serie A il 64% dei calciatori erano italiani. Adesso questa percentuale si è dimezzata. E’ un dato che deve far riflettere sulle difficoltà che ci sono a fare il Ct e su quelle che stiamo avendo a livello europeo con i club e di Nazionale”.

    In questa stagione i nostri calciatori scesi in campo nella massima divisione sono calati al 45.2% del totale. Quasi 20 punti percentuali in meno rispetto all’annata del trionfo berlinese. I dati del Cies Football Observatory di Neuchetel fotografano in maniera impietosa questa tendenza. L’Italia, tra i cinque principali tornei europei (gli altri sono Inghilterra, Spagna, Germania e Francia), è quello che ha avuto il maggior incremento di calciatori stranieri nell’ultimo quinquennio: +12.4%. Nel 2009 eravamo terzi dietro Premier League e Bundesliga, adesso siamo secondi alle spalle degli inglesi. Uno dei pochi avanzamenti di classifica vissuti del calcio italiano nel recente passato. E’ dal 2012 che la maggioranza dei giocatori di Serie A proviene dall’estero. Curiosamente Germania e Spagna, i movimenti che hanno ottenuto i risultati più significativi a livello di Nazionale nei Mondiali ed Europei degli ultimi anni, viaggiano su percentuali simili a quelle ricordate da Lippi nella telefonata con Antonio Conte (in estate però la Bundesliga ha avuto un’impennata di stranieri pari al 7%).

    Questo dato trova il suo completamento nella statistica sul numero dei calciatori cresciuti nel vivaio lanciati in prima divisione (calcoli effettuali sul primo semestre del 2014). L’Italia è mestamente ultima con il 9.6%. La media dei cinque campionati di prima fascia è 17.2%. La Spagna viaggia al 22.4% grazie agli exploit giovanili di Barcellona, Real Madrid, Athletic Bilbao e Real Sociedad, presenti nella graduatoria dei primi 10 club per numero di giocatori prodotti dal vivaio che militano nella stessa squadra o in altra compagine delle cinque top-league europee. Nelle prime 30 posizioni l’Italia compare solo con Atalanta, Inter e Roma, rispettivamente 9a, 19a e 20a. E ogni giornata di campionato restituisce un bilancio di prolificità decisamente esterofilo: nell’ultimo turno su 29 gol totali, solo 7 sono stati segnati da italiani.

    Inevitabile correre ai ripari. “Bisogna trovare un modo per aumentare il numero di italiani in campo, sarebbe una cosa importante”, ha aggiunto Conte due giorni fa. Il primo provvedimento pensato dalla Figc dovrebbe essere quello di obbligare le società a presentare al via del campionato liste di 25 giocatori con almeno 8 elementi cresciuti nel vivaio del club o di altro settore giovanile nazionale, come succede nelle coppe europee. Era un’idea contenuta nel programma elettorale di Demetrio Albertini e ora ripresa dalla Federcalcio targata Tavecchio. Tra l’altro, il presidente federale potrebbe chiudere una correzione di rotta al suo grande sostenitore Lotito: la Lazio con appena 5 italiani utilizzati è una delle squadre che schiera più stranieri (solo Inter e Fiorentina impiegano meno connazionali). Di sicuro serve qualcosa di serio ed efficiente, non i vari blocchi degli extracomunitari deliberati in questi anni e regolarmente aggirati con vari stratagemmi a livello giovanile. La barzelletta del “primo tesseramento” secondo la quale iniziavano a giocare in Primavera e Allievi Nazionali ragazzi che non avevano mai avuto esperienze a livello agonistico nei Paesi di provenienza (soprattutto Africa o Sud America). Oppure l’offerta di lavoro ai genitori del ragazzo in modo da far sembrare il trasferimento calcistico come la conseguenza di una scelta di vita famigliare.

    Oppure basterebbe vigilare meglio sui vorticosi movimenti di mercato e intrecci con agenti e intermediari che inevitabilmente spingono verso l’abbuffata di acquisti in altri continenti. Non a caso Tavecchio, per evitare questi acquisti-bidone a doppio fine, propone di introdurre un sistema simile a quello inglese, nel quale viene autorizzato l’ingaggio di calciatori extracomunitari che abbiano un curriculum di rilievo già nel Paese di provenienza: ad esempio, si valutano le convocazioni in Nazionale. Era la disciplina alla quale alludeva l’ex presidente dei Dilettanti con la terrificante gaffe razzista su Optì Pobà nel corso del suo discorso di luglio. Anche questa norma si presta ad astuzie: alcune Federazioni deboli possono arrivare a concedere presenze in Nazionale proprio per aumentare il peso internazionale a calciatori seguiti da club europei. Qualunque nuovo provvedimento dovrà servire a invertire l’ormai insostenibile percentuale indicata nella ricerca del Cies: 54.8% di stranieri in campo in Serie A. Altrimenti sarà difficile che Conte tra qualche anno possa ricordare un Mondiale vinto come ha appena fatto con la telefonata a Lippi.

    Repubblica.it