E’azzurro: la fotografia romantica di Sarri, il bagnolese di Figline

 

SARRI IL RIVOLUZIONARO DI BAGNOLI

Di: Bruno Marra per il mensile E’azzurro

Vesto la tuta per dare lo smoking alla mia squadra. Questo titolo gli “garberebbe” molto per battezzare la sua biografia. Lui che ha sdoganato la spartanità del lavoro in un fregio di eleganza, conferendo alla rivoluzione accenti di sobrietà ed eccellenza. Maurizio Sarri è il “Chinasky” del calcio italiano, come l’alter ego di Charles Bukovsky, il suo mentore esistenziale, che mollò il lavoro di postino e cominciò a fare lo scrittore. Smise di occuparsi delle lettere degli altri e iniziò a scrivere le lettere sue, prima che “Post Office” diventasse il racconto più letto del mondo. Proprio come Maurizio, “il secco” che notte tempo triturò lo stereotipo del posto in Banca per abbracciare l’avventura di allenatore. Smise di occuparsi degli investimenti degli altri e cominciò ad investire su di lui, sulla sua passione per il pallone. Partendo da zero. Anzi da meno di zero, “Less then Zero” come l’impeto visionario dell’opera prima di Bret Easton Ellis, camminando per le strade più svariate in lungo e in largo “On the Road” nella forza ipnotica della “beat generation” di Jack Kerouac.

Dalla polvere all’altare, senza l’ecumenicità manzoniana e più dell’epopea napoleonica. Dalla polvere dei campini di Figline all’altare del San Paolo, la nuova Cattedrale. “I grandi uomini sono più soli” diceva il maledetto Buk, e Sarri ha cominciato come un uomo solo, stretto alle sue idee e avvolto nel suo cappotto, con il mano la sua “signorina”, la sigaretta amica di sempre che gli si accendeva come una lampadina tra le dita, a far luce nelle incertezze di una vita. A Napoli ci è nato, nella contraddizione di Bagnoli, affacciato all’esigenza tra bellezza ed indigenza. Il padre smise la tuta dell’Italsider per cercare miglior vita in Toscana. Cinquant’anni dopo Maurizio si è rimesso quella tuta come un Profeta in Patria, in una nemesi storica che riporta in Paradiso la classe operaia.

La sua voce ha i graffi delle corde vocali di un concerto di Woodstock, sarà per questo che in allenamento gli piace urlare: “questa palla facciamola cantare!”. Perché per lui il calcio è una sinfonia di squadra. Una crescente melodia tra la carezza di un violino e la prepotenza di una batteria. La sua rifondazione è perimetrale, quasi minimalista, attento ad ogni minuzia, partendo dalle fondamenta come un manifesto marxista. Puntare all’utopia per raggiungere il sogno. L’uomo artefice del proprio destino, tra l’illuminismo rigido di Kant e il trascendente visionario. La coscienza individuale che diventa alchimia, tra la critica della ragion pura e l’elogio della follia.

Ed avevi ragione “Chinasky”! Fanculo il posto in Banca, manda tutta all’aria! Che qui c’è da scrivere l’ultimo capitolo di Napoli milionaria. Perché la vita è un romanzo senza retorica, come una lampadina che d’improvviso si accende tra le dita, a far luce sulle certezze di un Profeta. Benvenuti alla Rivoluzione sarriana. L’uomo con la tuta ha regalato un altro smoking alla sua squadra…