Salvatore Di Giacomo non solo poesie ma anche denunce forti

BOSCOREALE: TUTTI SAPEVANO, POCHI PARLAVANO E SALVATORE DI GIACOMO DENUNCIO’

Abbiamo già parlato dei tesori di Boscoreale finiti al Louvre, (qui per leggere) ecco un bellissimo articolo del nostro poeta sui ritrovamenti archeologici di Boscoreale (dalla rivista EMPORIUM, vol. XII, n. 72, dicembre 1900, pp. 435-448), in cui si dà conto dei primi scempi perpetrati al patrimoni del Pagus:

Di:Gabriella Cundari.

Nel tablinum – per rimanercene nella latinità – d’una piccola casetta in costruzione, un giorno afoso dell’agosto del 1894 (1), io seppi dall’avvocato Pietro De Prisco, a Boscoreale, la storia degli scavi intrapresi da suo fratello Vincenzo. La casetta, da un lato, guardava sulla via polverosa che da Torre Annunziata conduce al villaggio di Boscoreale: dall’altro affacciava sopra un giardino ombroso ove, al principio d’un solitario viale, un’erma biancheggiava sul verde. Era proprio una triste giornata estiva. La campagna pareva addormentata sotto un cielo fosco e pesante.

E ascoltando il De Prisco e sorseggiando la eccellente tazza di caffè ch’egli m’aveva offerto, io lasciavo errare, quasi malinconicamente, il mio sguardo sul vasto paesaggio montuoso che si offriva alla mia vista.

Il Vesuvio, di volta in volta, dava fuori pel suo cratere boccate d’un fumo denso e nerastro e, ad ogni boccata, un cupo brontolìo gli romoreggiava brevemente nei fianchi palpitanti. Più in là e più in sotto, presso Resina, il cielo grigiastro era segnato da una linea nera: una turba d’uccelli fuggiva verso Torre.

Forse era vicina la pioggia. Nel giardino, seduti in giro per terra, i muratori della casetta facevano colazione in silenzio: del pane duro e bigio, bagnato nell’acqua d’una cisterna – nient’altro. – Voi conoscete certamente, mio caro signore, la favola posta in giro, da questi superstiziosi contadini, sulla scoperta che abbiamo fatto e sulla sontuosa villa pompeiana che i nostri scavi hanno rimesso alla luce. Si è detto che un nostro zio prete ci abbia indicato il pezzo di terra sotto il quale avremmo rinvenuto un tesoro: si è detto ch’egli, morendo, ci abbia raccomandato di scavare sotto le nostre viti e che davvero, seguendo il suo consiglio, noi ci siamo arricchiti con la suppellettile dei nostri padri antichi.

Vi dirò, invece – soggiunse il De Prisco – come precisamente sono andati i fatti. Egli aveva, come me, sorbito il suo caffè e adesso accendeva un sigaro e me ne offriva un altro. – Siamo – continuò l’avvocato, lanciando al soffitto una grossa boccata di fumo – quattro fratelli. Mio padre possedeva un pezzo di terra limitrofo a quello che apparteneva a un signor Pulzella, a pochi passi da questa casetta. Il Pulzella, nel continuo vangare e rivangare che faceva nella sua terra, scopre, un bel giorno, un avanzo di fabbrica remota. Continua lo scavo, penetra in una piccola stanzuccia sotterranea e s’inoltra in un secondo cubicolo. Ma qui, siccome egli era penetrato nella nostra proprietà, si dovette arrestare.

E per venti anni ci tenne nascosta la sua scoperta. Intanto, morto nostro padre, nel 1888, toccò in sorte a mio fratello Vincenzo il terreno sotto il quale era penetrato il nostro vicino. Mio fratello appura del tentativo del Pulzella, sospetta di aver sotto le sue viti qualche casa pompeiana, raccoglie un po’ di denaro e coraggiosamente continua lo scavo principiato dal Pulzella.

Ebbene?- Ebbene – continuò l’avvocato – bisogna dire che mio fratello fu largamente ricompensato del suo ardimento. Egli scoperse subito un secondo e un terzo cubicolo. Tutte e due queste camere, comunicanti fra loro e con quella che aveva esplorato il Pulzella, facevano parte del bagno del signore pompeiano. L’ultima di esse, il calidarium, aveva la sua vasca rettangolare rimpetto a una nicchia ornata e rivestita di stucco a spicchi.

La precedeva il frigidarium col suo spogliatoio, e il così detto apoditerium precedeva tutte. Sa – mi fece, a questo punto, l’avvocato – a furia di scavi, e di studii ne’ soliti manuali archeologici, ho imparato anch’io un poco di terminologia analoga…- Dunque – dissi io – apoditerium, frigidarium e calidarium. Un bagno completo? –

Precisamente. Aspetti. Si scava ancora, si va avanti ed ecco il serbatoio dell’acqua, ed ecco venir fuori la caldaia che presenta un sistema riscaldatore affatto nuovo. Ed ecco vasi, anfore, utensili da cucina, utensili campestri; vetri, anelli, monete… – E infine quel tesoro d’argenti lavorati al quale vostro fratello ha fatto pigliare tranquillamente la via di Francia. L’avvocato scosse il capo, sorridendo – È vero.

Ma sono seguite, in Italia, tali circostanze, riguardo al fatto degli argenti, che mio fratello non ha potuto far a meno di avviarli per la via d’oltr’Alpi. D’altra parte – e si levò e prese il cappello che aveva lasciato su una sedia – ciò la interessa fino a un certo punto, io credo. Lei avrà certo maggior curiosità per gli scavi, non è vero? E non vuoI venire sul posto? – Ma certamente. – Gli scavi son qui, a quattro passi. La giornata non è bella, ma l’assenza del sole o, per dir meglio, questo velario di nuvole da cui il sole è coperto favorisce la nostra visita.

Non ci abbruceremo, non dubiti. Scendemmo dalla casetta. Qualcuno de’ muratori s’era messo a dormire, facendo cuscino alla testa della sua giacchetta rattoppata: qualche altro fumava tranquillamente la sua pipetta, un altro cantava, a distese malinconiche, una lamentosa canzone campagnuola in cui la sua amante era paragonata a una fontana disseccata e ad una pietra del Vesuvio il cuor non pietoso di lei. Il cagnuolo dell’avvocato, che ci aspettava nel cortile, ci precedette, scodinzolando allegramente, fino allo scavo e si mise, a un tratto, ad abbaiare davanti a una porta. È qui – disse l’avvocato.

La porta s’aperse di dentro e io seguii la mia guida in una specie di fossato quadrato ov’ erano ancora in piedi le mura e si vedevano stanze delle quali alcune avevano un leggiadro pavimento a mosaico. Riconobbi la parte rustica della villa, con la sua culina che aveva nel centro il suo focolare di mattoni e nella parte nord-est l’impronta d’una grande scansia di legno. Ecco il larario, ecco la cella vinaria, ecco la stanza rurale ove Vitruvio raccomandava che si tenessero le vanghe, le forcine, le falci, le zappe, istromenti che furon qui tutti rinvenuti sul posto e che ora fanno parte del bel piccolo Museo De Prisco a Pompei. Un vasto locale, pur a pianterreno, era serbato per i dolia, grandi vasi propaginati, ne’ quali il ricco proprietario poneva il vino, il grano, la carne salata, perfino il miglio che occorreva a’ suoi uccelli.

Ecco la cameretta del portinaio, che rimase asfissiato mentre fuggiva e cadde colla mano sulla bocca: l’impronta di gesso del suo cadavere è lì, nello stesso Museo De Prisco, come su d’un tavolo anatomico… Vidi ancor la caldaia sulla quale, interessato da questo insospettato documento della vita antica e de’ sistemi riscaldatori, il Mau pubblicò uno studio completo: vidi il bagno, col suo bel pavimento a mosaico, diverso in ogni stanzetta del bagno stesso. In una camera vicina il De Prisco aveva raccolto quanto, a mano a mano, era venuto fuori da quelli scavi fortunati: una svariata collezione di lampade, le tegole e le grondaie del tetto, i dadi, o tesserae, con cui giocavan gli schiavi, le anfore pel vino, alcune delle quali, dette litteratae, avevano sulla pancia, inciso, il nome del vino o quello del suo fabbricante….”

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