Roberto Fiore: “I miei primi 90 anni. Il trucco per acquistare Sivori e quel tentativo per Pelé…”

 

Le mani di Roberto Fiore compiono domani novant’anni. Quelle maniche, per prime, sollevarono un trofeo vinto dal Napoli, la Coppa Italia nel giugno del ’62 all’Olimpico.

 

Quelle mani che abbracciarono Pesaola dopo il ritorno in serie A, due uomini veri,fatti con lo stesso stampo. Quelle mani che accarezzarono Altafini e Sivori che avevano appena detto di sì al suo Napoli. «Tutti mi fanno gli auguri per i novant’anni, me li fanno ormai da una settimana. Siccome li compio domani, speriamo di arrivarci…». L’ironia, la classe, le parole sono le stesse di quando, giovanissimo, prese in mano il destino del club azzurro, sgomitando con il Comandante Lauro in un rapporto di amorevole conflittualità. Fiore è un lungo racconto, e novant’anni sono persino pochi per contenerlo tutto. Lui è sulla poltrona dell’appartamento di via Catullo e vicino ci sono la moglie Carmela e l’amico attore Gino Rivieccio, tra i trecento ospiti della festa di compleanno organizzata domani al Circolo Posillipo. «Tutti mi chiedono come si arriva a questa età e mi viene di rispondere che si arriva con tanto tempo libero a disposizione. E in compagnia dei ricordi».

 

Dal Napoli di Ascarelli a quello di DeLaurentiis, il suo è un rosario di nomi incisi nella memoria«Entrai a far parte della famiglia del Napoli che avevo appena compiuto 9 anni: raccattapalle allo stadio Vesuvio. Ero un fenomeno: appena gli azzurri erano in vantaggio facevo qualsiasi cosa per rallentare la ripresa del gioco. Una volta simulai di scivolare in una pozzanghera e un giocatore avversario mi venne a prendere a calci. Scoppiò il finimondo in campo».

 

E allo stadio non andò più? «Scherza? Mi convocarono nello spogliatoio del Napoli e fui accolto da un lunghissimo applauso. Cavanna mi mise la mano sulla spalla: “Napoletanino, sei furbo. Tu farai tanta strada”. Non si sbagliava».

 

Un ragazzo sveglio? «Stregai persino Enrico Mattei. Avevo preso la rappresentanza per il Sud Italia degli oli per conceria prodotti dall’Industria Chimica Lombardi, che era di proprietà Eni. Suo fratello rimase sbalordito: quadruplicai i fatturati in pochi mesi. Mattei, che era più potente del presidente della Repubblica, mi convocò nel novembre del ’48 all’Hotel De La Ville a Roma: cercava otto collaboratori e mi chiese di imparare alla svelta l’inglese perché ero uno degli otto prescelti».

 

E lei accettò, ovviamente? «Mattei era un omone altissimo. Sapevo che l’Italia era nelle sue mani. Stavo per dire di sì, anche perché lo stipendio era altissimo. Lui però esagerò. Mi disse: “Lei volerà con me tutto l’anno con il mio aereo privato. Andremo ovunque nel mondo. Dimentichi Napoli, la vedrà solo dall’alto”».

 

Bella prospettiva«Bruttissima. Era appena nata mia figlia Annalisa e io vivevo per tornare la casa da lei per giocare. Lo spiegai a Mattei che cominciò a inveire contro di me e i napoletani, accusandoci di essere romantici e che non avremmo mai fatto nulla di buono. Poi però quando l’aereo su cui voleva farmi girare il mondo precipitò, mi resi conto che non avevo sbagliato a dirgli di no».

 

A parlare è un fuoriclasse. Ma con il pallone tra i piedi? «Un’ala sinistra fortissima, ai livelli del più forte di tutti in quel ruolo che secondome è stato Carapallese. Negli anni ’50 incantavo tutti nel Vasto, la squadra dei figli di papà. Eravamo milionari, e alle gare arrivavamo con le nostre auto e non con il bus. Ci prendevano a pietrate. In un’amichevole del giovedì battemmo il Napoli per 1-0».

 

La svolta della sua vita: l’incontro con Lauro. «Nel gennaio del 1962 eravamo quasi ultimi in serie B. E allora presi carta e penna e gli scrissi: ”Illustre Comandante, sono preoccupato per le sorti del Napoli”. Il giorno dopo mi ricevette a Villa Angelina e mi fece diventare dirigente del Napoli anche perché colpito dall’eleganza dei miei abiti firmati Attolini».

 

E richiamò Pesaola? «Piano, prima dovevo mandare via Bardi. E l’occasione capitò a Novara: c’era Mistone in lacrime nello spogliatoio, gli dissi di non farlo giocare in difesa perché avrebbe combinato qualche guaio. Bardi mi disse di farmi i fatti miei. E nella ripresa perdiamo 1-0 perché Mistone, preso da una crisi di nervi, crolla sul dischetto dell’area di rigore. Vidi il Comandante che era una furia, voleva mandare tutta la squadra in ritiro a spese dei giocatori. Gli dissi che era sbagliato: dovevamo mandare via Bardi e prendere Pesaola».

 

Una intuizione fantastica, non c’è che dire«Venimmo promossi al termine di una rincorsa fantastica e vincemmo anche la Coppa Italia. Ma Lauro si volle vendicare con i napoletani che il giorno dopo la vittoria a Verona che ci fece tornare in A non lo elessero sindaco di Napoli. Si sentì tradito e mi annunciò che i napoletani non meritavano nulla e che non avrebbe fatto acquisti. E allora me ne andai via».

 

È vero che voleva farla diventare sindaco? «Ma io dissi sempre che non amavo la politica. E infatti non ho mai votato in vita mia. Ogni volta che c’era una elezione io andavo da Lauro e per farmi depennare dalla lista, gli staccavo un assegno da 5 milioni. Lui, che era un avaraccio, ne era lieto, chiamava il segretario Manfellotti e diceva di cancellare il mio nome

 

Nel’ 64 torna alla guida del Napoli «Il Comandante era appena retrocesso in B e mi chiamò per offrirmi la presidenza e dirmi che il Napoli aveva debiti per 850 milioni e che in particolare gli stavano a cuore i 480 che la società doveva a lui. “Nel tuo programma non dimenticare che me li devi restituire”. E non lo dimenticai». L’estate dopo fu quella del boom e degli ingaggi di Altafini e Sivori.

 

Aveva in cassa appena 24 milioni: come fece? «Io adoravo Altafini, secondo me il più forte di tutti. Contattai Gipo Viani, ma non mi piaceva: l’anno prima aveva truffato Lauro. Gli dissi: “Lei è troppo intelligente per me”. Ma alla fine il presidente del Milan, Riva, mi disse che dovevo parlare con lui. “Quanto costa? 300 milioni. Lo prendo”. Ma Viani era un furbacchione e lo aveva promesso alla Juventus per 170 milioni più Salvadore. Io, però, che il Milan doveva incassare 300 milioni e allora Viani mi chiamò per offrirmi Trapattoni. Io capì l’inganno e chiamai Riva: “Guarda che Viani ti sta prendendo in giro”. Lui diede Altafini a me e cacciò Viani».

 

E Sivori? «Feci un capolavoro: simulai una sua telefonata all’Hotel Gallia in cui feci imitare da un mio amico la sua voce, sapendo che i giornalisti stavano ad ascoltare. E nella finta chiamata lui parlava male di Heriberto Herrera. Subito dopo incontrai il presidente della Juve Catella che era infastidito per la vicenda Altafini. Gli mostrai i giornali in cui Sivori parlava male di tutti. Esplose: “Non lo sopporto più”. E con 100 milioni lo comprai».

 

Poi ci sono i colpi che ha solo sfiorato..«Potevo prendere Meroni ma anche Gigi Riva. E soprattutto Pelè. Presentai un’offerta di 100 milioni al Santos per averlo in prestito un anno. Lui mi spedì un biglietto d’auguri e capii che si poteva fare. Solo che quell’estate avevo già venduto 70 mila abbonamenti e per recuperare i 100 milioni mi serviva uno stadio da 130 mila posti. Mi fermai.  Altrimenti il Napoli sarebbe stata l’unica squadra ad avere avuto i più forti al mondo: Sivori, Pelè e Maradona».

 

Lo scudetto, però, non arrivò«Lo perdemmo a Brescia: la sera prima il figlio di Sivori ebbe un incidente stradale. Lui era sconvolto ma chiese di giocare lo stesso. Fu un’ombra. Perdemmo e l’Inter vinse il campionato».

 

Poi arrivò l’addio«Lauro mi ha sempre giurato che non ci fu il suo zampino. Ma non è vero: se Ferlaino è diventato presidente è proprio perché il Comandante ordinò all’avvocato Diamante di votarmi contro. Provai a iniziare una collaborazione con Ferlaino, mi chiese dei consigli sul mercato e il giorno dopo fece tutto il contrario».

 

E con De Laurentiis? «È molto amico di mia figlia Annalisa, lo invitai a Castellammare nel 1999 alla presentazione della Juve Stabia. Alle Terme, era con Christian De Sica, rimase stupefatto dal modo trionfale in cui venni accolto dai tifosi. Gli dissi: ti sosterrò a prendere il Napoli».

 

Il primo affondo andò male? «Malissimo. Ferlaino disse che non avrebbe mai venduto il Napoli».

 

Nel 2004 lo scenario cambiò«E io chiamai De Laurentiis, dopo che per cinque anni non l’avevo più sentito. Lo pregai di intervenire subito perché il Napoli non poteva finire nelle mani di Gaucci o altri. In realtà prima avevo contattato Aponte, che però di entrare nel calcio non aveva alcuna intenzione».

 

Che regalo vorrebbe avere per i suoi 90 anni? «Sogno un giro di campo al San Paolo per salutare i tifosi, i miei figli adottivi. Augurandomi di ritrovare ancora quelli che hanno vissuto con me l’epoca di Sivori e Altafini».

 

Il Mattino