Pomodoro sammarzano: Ecco la sua storia

 

La storia del “Pomodoro sammarzano” raccontata da Luciano de Crescenzo

Il Pomodoro sammarzano, alla Napoletana, o San Marzano, il meraviglioso prodotto della natura, fatto a forma di lampadina è l’alimento principe della cucina napoletana: Ecco la sua storia raccontata da Luciano De Crescenzo.

Di :Luciano De Crescenzo

Il Pomodoro sammarzano, tutto attaccato come si dice in lingua Napoletana: Ecco la sua storia

Quasi tremila anni fa, il basilico e la pummarola, amanti per contrasto, sia per quanto riguarda il sapore che per quanto riguarda il colore, si dettero un appuntamento a Napoli per consumare una notte di passione. Il letto di nozze avrebbe dovuto essere una pizza. Il basilico fu il primo ad arrivare sul luogo dell’appuntamento: arrivò con i greci verso il X secolo avanti Cristo (il basilico era una pianta nobile di origine persiana. Basileus voleva dire “imperatore”). La pummarola invece non fu puntuale: viveva in America e fu costretta ad aspettare che qualcuno si decidesse a scoprire il nuovo mondo. Nel frattempo il basilico si consumava in una estenuante attesa cercando invano di abbellire la mensa degli uomini di potere. Attese 1500 anni. In tutto questo gli americani non avevano capito niente del pomodoro: pensavano che fosse un frutto, come i lamponi o le albicocche, e lo sputavano giudicandolo insipido e di brutto sapore. Dicevano che non era dolce, che non era amaro e che quindi non sapeva di niente. Le sue foglie infine, a chi le mangiava, procuravano la pazzia.

Fu solo dopo l’avvenuto trapianto nelle terre napoletane, che il pomodoro acquisì la sua ben nota forma di lampadina e si qualificò, non come frutto, ma come INGREDIENTE INDISPENSABILE a trasformare pietanze insignificanti in cibi prelibati. Che cosa sarebbero le pizze, i maccheroni, le insalate capresi, le parmigiane di melenzane, senza la presenza vivificante del meraviglioso pomodoro?! Quod fuerim sine pummarolam?!

La scoperta del pomodoro ha rappresentato, nella storia della alimentazione, quello che, per lo sviluppo della coscienza sociale, è stata la rivoluzione francese. Una svolta storica del gusto che ha spezzato in due tronconi l’evo moderno. Ogni evento del progresso culinario dovrebbe essere sempre corredato dalla notazione A.P. o P.P. a secondo se accaduto Ante Pummarolam Natam o Post Pummarolam Natam. A scuola ci è stato insegnato che Cristoforo Colombo nel 1492 scoprì l’America, ebbene, diciamo una volta per tutte come stanno veramente le cose: nel 1492 Colombo non scoprì l’America, ma uscì semplicemente per prendere i pomodori!

Senza il pomodoro non avremmo mai conosciuto le delizie del ragù, e quando pronunzio la parola “ragù” crolla in me qualsiasi residua resistenza a fare della retorica. Vorrei essere un novello Pindaro per trovare più acconci aggettivi atti a descrivere questa sublime salsa degli Dei.

Io non ho mai provato le sensazioni che può dare la droga, nel caso però che un giorno decida di battere quest’altra strada del vizio, piuttosto che l’eroina, chiederò che mi venga iniettato nel braccio un decilitro di ragù. Sono sicuro che solo in tal modo raggiungerei i più alti livelli di eccitazione.

Coloro che non sono di Napoli, in particolare i bolognesi, sono pregati di non confondere il loro ragù con il nostro, sono due cose totalmente diverse. Io adesso non sto a spiegare come deve essere preparato un ragù napoletano, anche perché immagino che ciò sia stato fatto dalle vostre nonne o dalle vostre mamme, desidero però sottolineare che il principio base sul quale a Napoli viene edificato un ragù è costituito dal fatto che colei che li prepara deve amare intensamente almeno una delle persone a cui questo ragù è destinato. Ed è per tale motivo che, da oggi in poi, propongo che quello nostro venga chiamato: ragù d’amore.

Quando De Crescenzo disse: il presepe è per chi ama, l’albero per gli arrivisti.