Piscinola e Scampia erano luoghi importanti per la Napoli antica

Piscinola e Scampia

PISCINOLA E SCAMPIA HANNO CONOSCIUTO TEMPI “ANTICHI” MIGLIORI

Di: Gabriella Cundari

Enormi distese di prati verdi, acqua a volontà, piscine naturali e la materia prima della Napoli antica: “il tufo”. Tutto questo non poteva passare inosservato..

Piscinola e Scampia come nasce il nome?

Cominciamo dall’etimologia che ci racconta, come sempre, tante cose. Ci dice, ad esempio, che Scampia era un non-campo, cioè una distesa verde non coltivata; ci dice ancora di più di Piscinola, (dal latino piscina-ae), un grande abbeveratoio in un’area ricca di falde acquifere che per la configurazione orografica, erano disposti da sud (la parte alta delle colline) a nord (la parte bassa) , per cui si può supporre attendibilmente che questi numerosi pozzi fossero collegati tra loro e che una volta colmi, convogliassero l’acqua esondata in un grande manufatto di utilità pubblica risalente al periodo etrusco, detta Piscinella.

IL VILLAGGIO

Una volta che il villaggio divenne più popoloso, altre vasche furono costruite e le terre di Piscinola e Scampia, contigue per ubicazione, simili per paesaggio geografico e per storia, furono affidate ai reduci romani e le vasche si moltiplicarono e il nome divenne Piscinola. Ancora oggi un nome ricorrente nell’area è Aquarola; ancora resta il ricordo di corsi d’acqua (oggi interrati in buona parete e il resto ridotto ad acquitrini riemergenti nelle giornate di pioggia), con cui si irrigava la campagna (di Perillo, Teverola, Filanda); ancora c’è memoria (ma solo quella) di un’ara sacrificale di marmo bianco a base tonda con rilievi scolpiti intorno alla sommità e bassorilievi incisi sulla sua base di tipologia etrusca, greca o romana e che su questo altare pagano si racconta sia stata edificata la chiesa del Salvatore, favola che non ha niente di fantastico, infatti, dopo il concilio di Nicea, parecchi templi pagani divennero chiese cristiane.

Piscinola e Scampia: il tufo napoletano

Insomma accadeva qui il fenomeno che si ripeteva in tutta la Napoli antica: per costruire le case, si scavava un buco nel tufo e quando si trovava quello giallo, si cavavano le pietre e si portavano su, mentre quel buco diventava cisterna o pozzo, dove si convogliava l’acqua piovana per berla o per lavarsi, così ogni palazzo aveva il suo pozzo e tutti vi attingevano, ognuno calava il secchio e da quello si dissetava, vuoi con un mestolo o un secchiello.

Epilogo

Ed oggi? Oggi c’è bisogno che si compia un riscatto atteso da tanto tempo e cominciato con l’istituzione del Parco metropolitano delle colline di Napoli e con la costruzione della stazione della metropolitana di Napoli, poi nulla più.
Un riscatto che elimini i simboli di una storia recente di degrado e abbandono, come le Vele, che annulli il trinomio Scampia / droga / delinquenza.

E torniamo da dove siamo partiti:

nell’etimologia la ‘s’ di Scampia è privativa, ovvero toglie. “Nella vita di tutti i giorni sono gli uomini che sottraggono i terreni, li cancellano …e Scampia diventa il simbolo della sconfitta, del’uomo, dello Stato, della politica…e Scampia diventa l’avamposto di un possibile riscatto, proprio partendo dagli uomini e dalle donne dal quartiere …e da chi non si stanca di raccontare la nostra Italia”.

 

Fonte: liberamente tratto da Wikipedia et Al.; la conclusione virgolettata dalla recensione di Cristina Zagaria a “Scampia, storia di un quartiere e di una faida” di Antonio Di Costanzo