Peppino De Filippo: “Toto’ mi salvo’ dai Tedeschi, non lo avevo mai raccontato, lui non voleva”

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    PEPPINO: “TOTO’ UN PRINCIPE TOTALE”

    Peppino De filippo, racconta a Giuseppe Marotta, L’utore de L’oro di Napoli, alcuni fatti di cui fu protagonista assieme a Toto’.

    Peppino ci racconta il suo primo incontro con il Principe della risata e l’atto d’amore che toto’ mosse nei suoi riguardi e del fratello eduardo.

    Ecco il racconto di Peppino:

    Si può dire che lo scopo vero della sua vita sia stato solamente la preoccupazione di mettere in giusta luce le sue origini nobiliari, e penso – naturalmente è una mia riflessione – che la sua positiva vita teatrale, di fronte a questo suo più forte desiderio sia stata, a paragone, quasi nulla. E non sapeva, o non voleva sapere, che la nobiltà originaria della sua grande arte di « comico di teatro» – a mio sincero avviso – era molto, ma molto più importante di un qualsiasi titolo nobiliare. Ma voglio rispettare il suo desiderio.

    Ognuno ha i suoi « capricci », ognuno è padrone, se lo può, di far rispettare i propri diritti. Il mio primo incontro con lui risale nientemeno che al 1918 o ’19. In quell’epoca Totò lavorava in varietà nei piccoli locali periferici di Napoli: nei periodi estivi girava la provincia. Lo ascoltai la prima volta, mi pare, al piccolo teatro Mercadante di via Foria. Fui attratto da un manifesto che diceva così: Questa sera (a caratteri grandi) il comm. Gustavo De Marco (e sotto a caratteri piccolissimi) imitato da Totò. «Totò» in un numero di imitazione insomma.

    Gustavo De Marco, macchiettista, contorsionista, trasformista e « Marionetta vivente ». Questa ultima qualità gli proveniva dal fatto che sapeva imitare alla perfezione i movimenti dei « pupi ».

    Molto tempo fu Achille Maresca  fiutare subito in Totò l’elemento « principe» che gli occorreva per una delle sue formazioni. Il vero titolo di « principe », dunque, potremmo dire che Totò lo ricevette in quella occasione e per merito di Achille Maresca.

    In quanto a me, intanto, avevo formato – con mio fratello Eduardo – la « Compagnia del Teatro Umoristico I De Filippo », m’ero messo in un giro di serie preoccupazioni e non mi era più possibile seguire come un tempo la carriera artistica del mio amico e collega.

     

    Un breve periodo da trascorrere insieme, molto vicini, lo avemmo durante la seconda guerra mondiale. Ci trovavamo spesso in un caffè di piazza Ungheria in Roma, durante le pause di lavoro forzate che il periodo bellico ci imponeva e spesso si parlava (sommessamente) della incresciosa e tragica situazione politica che si viveva in quei giorni.

    Eravamo nel 1944, quando i tedeschi si preparavano a lasciare Roma per l’avanzare delle truppe alleate dal Sud. Io mi trovavo al teatro Eliseo a svolgere una stagione teatrale con la mia compagnia. Improvvisamente, non so come, perché e da chi Totò, avendo saputo che tanto io quanto mio fratello Eduardo dovevamo essere « prelevati» dai tedeschi e condotti al Nord, si preoccupò di inviarci, in segreto, un amico ad avvertirei. Io e mio fratello interrompemmo le recite e trovammo sicuro rifugio presso la casa di una nostra cara amica nel rione Parioli.

    Totò ne venne a conoscenza. In quella bella accogliente dimora vi rimasi ben trattato e foraggiato con tutti i riguardi una quindicina di giorni ma sempre cercando nel mio cervello la ragione vera per cui ero stato costretto a tenermi nascosto. « Forse – pensavo – mi sarò lasciato sfuggire qualche frase pericolosa… ma Totò come ha fatto a sapere? Che gli avranno riferito? Che sia stato Uno scherzo…? ».

    Il tempo passava in questa atmosfera di dubbio e sempre impaurito e preoccupatissimo. L’eventualità che qualcuno potesse scoprire il mio nascondiglio, non mi faceva dormire sonni tranquilli. Un giorno la cameriera di casa venne a dirmi che fuori, in sala, c’era una ragazza che chiedeva un mio autografo e che per ottenerlo poteva mostrarmi un biglietto di « raccomandazione ». Impensierito accettai di ricevere la ragazza e questa mi diede a leggere il suo « bigliettino ». Su questo era scritto: « Caro Peppino, questa bella ragazza desidera un tuo  autografo , il mio l’ho già dato, le ho detto il tuo indirizzo, accontentala. Antonio ».

    « Antonio» era semplicemente Totò. Si può immaginare il mio disappunto. Andavo gridando per tutta la casa: « Ma Totò è scemo? Mi vuole fare fucilare? Ma come! Mi fa nascondere e poi va dicendo in giro dove sono nascosto? Ma è pazzo? ».

    Nondimeno accontentai la ragazza che ridendo ironicamente… se ne andò. In casa si dettero tutti da fare per calmarmi. Avessi avuto Totò nelle mani, in quel momento, lo avrei maltrattato seriamente. Fu tanto il mio  nervoso che decisi di non partecipare alla cena. Avevo i nervi fino alla cima dei capelli. Ma poi… i pensieri, le preoccupazioni… mi fecero ,cambiare idea e… poscia più che il dolor poté il digiuno . Mi presentai in camera da pranzo e… dovetti subire lo sfottò di tutti i presenti.

    A guerra finita, tornata la calma e la serenità negli animi di tutti, quando ebbi l’occasione di rivedermi con Totò gli domandai: « Ma Antò? Chi venne a dirti che i tedeschi ci volevano portare al Nord? Fu uno scherzo? Dimmi la verità!».

    Rispose: « Uno scherzo? Fossi matto. Tutti gli artisti dovevano essere portati in alta Italia. lo pure. Ringrazia Dio che venni a saperlo da persona sicura ». « E la ragazza – soggiunsi io – quella dell’autografo? ».

    « Quello sì – rispose lui – quello fu uno scherzo! ». Uno scherzo! Cosa da pazzi. In quell’epoca! Roba da « infarto ».

    Finalmente, come Dio volle, Roma vide le truppe alleate per le sue antiche vie fino allora tenute sotto il pesante tallone tedesco.

     

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