Palla al Qatar: SOLDI, STAR, ECCESSI E UN PIZZICO D’ITALIA

Il mare da una parte, il deserto dall’altra. Tanto traffico e un’infinità di cantieri. Siamo a Doha, Qatar, contestata sede del Mondiale 2022.

Do­ve l’emiro Al Thani, della stessa famiglia che ha ac­quistato il Psg, sogna di realizzare un’edizione «amazing» della Coppa, ma anche di avere una na­zionale che non sfiguri tra le grandi. A Doha da un po’ di anni si lavora su questo. L’Italia rappresenta un modello: un po’ come i cinesi con le griffe di mar­ca, provano a copiarci. Soprattutto dal punto di vista tattico e tecnico, dove sono più carenti. Per questo importano italiani o gente che ha lavorato da noi. Come Walter Di Salvo, ex preparato­
re di Lazio, Manchester e Real, chia­mato 5 anni fa per gestire le perfor­mance calcistiche del paese.

Qui non ci sono i Berlusconi e gli Agnelli, i club sono sovven­zionati dal governo. La crescita del movimento cal­cistico passa per la nazionale e il Qatar vuole una squadra all’altezza per il 2022. Qualche progresso si è già visto: dopo 30 anni si è qualificata al Mondiale Under 20 del 2015. E l’Aspire nel 2011 ha vinto la Milk Cup (trofeo U7), battendo in finale 5­1 il Man­chester United.

In Qatar la gente va poco allo stadio ma impazzisce per il calcio degli altri: Liga, Premier e Serie A sono seguitissimi. Quando un grande nome viene a giocare qui, i nuovi compagni di squadra si fanno foto con lui come fossero tifosi qualunque. La Juve è tra le squadre più note, dopo Real, Barcellona, United.

La Supercoppa è stato un modo per testare le loro capacità organizzative in vista del Mondiale, per avere Napoli e Juve hanno sborsato 2,4 milioni di euro. Lo stadio che ospiterà la partita, il Jassim Bin Hamad Stadium, non è tra quelli del Mondiale (ha solo 14 mila posti). L’idea iniziale era quella di costruire 12 impianti (di cui 4 a Doha), ora si sta pensando di scendere a 8. La que­stione della sicurezza sui luoghi di lavoro ha fatto parecchio rumore: l’Ituc, International Trade Union Confederation, prima confederazione sindacale al mondo, continua a denunciare le condizioni di lavo­ro intollerabili in cui operano gli immigrati, parlan­do di centinaia di operai già morti nell’infinità di cantieri. Di questo però a Doha non si trova traccia.