Ottavio Bianchi: “A Napoli facevo il pompiere. Oggi c’è una squadra senza personalità”

     

    «Caro Rafa, se ti dicono bravo e ti fanno i complimenti per il gioco spettacolare che esprime la tua squadra è cosa molto bella:ma credimi, gli unici numeri che contano non sono i tiri in porta o il possesso palla: sono quelli sul tabellone luminoso che indicano il risultato finale. In ogni latitudine. Ma soprattutto a Napoli». Ottavio Bianchi è stato un tecnico che non ha mai pensato di discendere dal più avvenente degli dei, Apollo, ma ha sempre avuto coscienza dei limiti della sua squadra e partendo da quei limiti ha costruito il Napoli del primo scudetto.

     

    Aveva Maradona, ma a lei bastava fare un gol in più del suo avversario. «Ero felice pure se vincevo 1-0, è vero. E anche Diego la pensava come me. Gli dicevo: aspettiamo anche gli ultimi cinque minuti per fare gol, quando i nostri avversari hanno un calo di tensione, un abbattimento fisico, noi ne approfittiamo per colpirli».

     

    Lei pure schierava 3 o 4 attaccanti. Cosa si inventò, all’epoca, per dare un po’ di equilibrio? «Convinsi Andrea Carnevale a coprire una fascia per aiutare i centrocampisti. Andrea capì che avevamo bisogno della sua fatica e le cose andarono bene. Ma in realtà solo Maradona era esentato dalla fase difensiva. Esentato anche perché non aveva nessuna intenzione di farlo».

     

    Benitez invoca più tranquillità. «Se lo chiede vuol dire che ancora non conosce Napoli. E questo è un grave errore. Napoli è una realtà dove ci sono equilibri delicati, che fanno molto presto a diventare squilibri, simpatie e antipatie. Io ne ero vaccinato solo perché ero già stato lì da calciatore e sapevo bene come si gioca fuori dal campo».

     

    E come si fa? «Ci sono quelli che parlano a favore e quelli che ti danno contro a prescindere, gli amici e gli amici degli amici. Un allenatore deve tenere la squadra al riparo da tutto. A Napoli c’è il calore del pubblico che può diventare incendio. Così il mio ruolo principale era fare il pompiere. Solo isolando la squadra dalle pressioni esterne si poteva vincere».

     

    Come possono Higuain e Callejon aiutare Benitez? «Pensino solo ad aiutare loro stessi. I giocatori non pensano a nessun altro, non tolgono le castagne dal fuoco a nessuno: quando sento idiozie tipo ”abbiamo giocato per il nostro allenatore” penso che abbiano fatto esattamente il contrario». 

     

    Qualcuno accusa il tecnico spagnolo di essere un integralista del 4-2-3-1«Io sono passato per un difensivista, come un becchino del gioco spettacolare anche se giocavo con almeno 4 attaccanti. Continuo a pensare che si vince coi fatti, non con le chiacchiere o con i moduli. E che l’unico numero che conta sono i gol che si fanno. Che devono essere sempre uno più dell’avversario».

     

    Che Napoli era quello del primo scudetto? «Una squadra aggressiva, che si difendeva a quaranta metri da Garella. Ma pragmatica quando si trattava di portare a casa un bel punticino. Diciamo che era un Napoli che andava in campo per imporre il gioco e non per subirlo».

     

    Come quello di Benitez? «Il calcio è una cosa semplice, basta non complicarlo con le etichette. Però, questo suo Napoli ha un bel po’ di problemi. E le due sconfitte con Chievo e Udinese sono dolorosissime».

     

    Anche lei partì male, però,nell’anno dello scudetto: solo una vittoria nelle prime tre partite e inoltre finì fuori dalla Coppa Uefa contro il Tolosa«Già, ma in quei giorni si parlava più dei problemi di Maradona fuori dal campo che di quello che succedeva la domenica».

     

    La paura di un esonero aiuta a far meglio? «Se c’è un allenatore che teme di essere cacciato, deve cambiare mestiere».

     

    Il desiderio di Rafa è uno solo: poter far giocare la squadra senza l’assillo che i tifosi fischino per non vederla subito avventarsi al gol. «Il San Paolo è come la Scala di Milano, ti accontenti di vedere orchestrali modesti, ma pretendi di sentire i migliori tenori al mondo. E se steccano è chiaro che fischi…».

     

    Ci può essere una resurrezione del Napoli? «Sono preoccupato, lo ammetto. Ho visto la Roma vincere con un golletto all’Empoli ma mostrando di essere una squadra. Il Napoli non mi pare abbia personalità. Ed è difficile trovarla in poche ore».

     

    Il Mattino