Napoli Juve e i Doni della Morte

    Una partita epica come la saga della Rowling, una serata che ti riconcilia col mondo, perché “Dopo tutto questo tempo” la gioia è ancora più grande

     
     

    Una cicatrice, indelebile, marchiata da un anatema, da una maledizione, quella che dice che il cattivo vince sempre nel mondo reale, quella che ti fa sentire un ragazzino di 11 anni, quella che ti fa sentire del tutto impotente dinnanzi al mondo perché il Signore Oscuro ed i suoi compari sono troppo forti per lasciarti una flebile speranza.

     
    Una cicatrice però, può sempre tornare utile e non bisogna mai privarsene. Quella subita dal Napoli nel 2012 non è una ferita come le altre, ti segna, è figlia di una magia potente ed oscura, che ti ha lasciato solo, malvoluto da tutti solo perché hai avuto la forza di ribellarti e non assistere al trionfo del Male.
    Anni bui ci sono stati, anni in cui il Signore Oscuro ha assunto diverse sembianze, anni in cui ha continuato a mietere vittime, il viaggio è stato lungo ma alla fine si è arrivati alla resa dei conti.

     
    Si è passati tra tante peripezie, si è passati per un gigantesco cane  a tre teste viola che poteva essere sedato solo da un maghetto piccolo piccolo, ma molto potente, che voleva riscattarsi, perché il vero protagonista di questa storia è proprio il riscatto, la voglia di sconfiggere chi è più potente di te per vendicare un torto subito.

     
    Chi c’era in quella battaglia nella Città Proibita, ieri ha dimostrato cosa significasse subire l’onta dell’ingiustizia, si è fatto in quattro, ha sputato sangue, sudore e lacrime per arrivare alla gioia finale e non è stato facile.

     
    L’inizio, traumatico. Un tradimento, di 3 fedelissimi. Una pugnalata di David Lopez, i confundus Albiol e Koulibaly, l’inerme Rafael che si fa beffare con il pallone sotto le gambe dal più forte Mangiamorte al servizio del Lord, Carlitos Tevez.
    Per forza un Carlitos doveva segnare, magari non due volte, ma Carlitos ci doveva essere nel giorno della morte di Joe Cocker.

     
    L’Esercito di Rafa è confuso, sfiduciato, il Preside non l’aveva mica prevista così questa battaglia. Subito sotto, ma subito con la testa a far bene. Poco dopo Callejon, uno dei principi dell’Esercito, prova a tramortire in velocità la Vecchia Signora ma Valeri ed i suoi compari hanno la Pietra della Resurrezione. Bloccano tutto, fanno tornare viva la Juventus che attacca. Gli scudi sul castello da difendere li alza uno degli improbabili, il ragazzino timido, paffutello e smemorato che questa volta, e solo per questa volta, non risponde al nome di Neville Paciock ma a quello di Rafael Cabral Barbosa.

     
    Il nemico lo aveva circoscritto, lo aveva chiesto. “Unisciti a me” diceva. “Quando l’Inferno gelerà” è stata la risposta ed allora 1,2,3 volte a respingere gli attacchi, poi le risposte dei ragazzi di Albus Benitez. Prima ancora Callejon, palla fuori di un soffio, poi il vero campione del torneo, quello che con un tocco risolve il match. Fino a quel momento era stato fermo, sornione, non era aiutato, ma appena De Guzman si attiva corre veloce come su una Ninbus e scodella una palla in mezzo che ha le sembianze di un cioccolatino. Cosa fa l’uomo quando gli offrono i cioccolatini? Beh, li mangia. Così è stato. Un sol boccone della Vecchia Signora e di quel pallone.
    Ma non è finita qui. Il Signore Oscuro è ferito, ma non è morto. La battaglia invece termina qui, almeno la prima parte.

     
    Si procede, supplementari.
    Subito una doccia fredda. Il corpo e l’anima della coppa si consegnano mani legate al Maligno. E’ 2-1 per la Juventus, è per tutti la fine dei giochi. Il Male trionferà ancora, non ci sarà nessun riscatto. Ancora una volta è Carlitos a tracciare la via della vittoria e ti ritrovi lì, a contare i cadaveri che hanno perso anche in questa occasione, in una battaglia epica, sconsolato, perché sai che questa volta non puoi neanche dare la colpa a qualcuno, sono stati più bravi. Il Male, a volte, trionfa anche giocando bene.

     
    Non tutti si rassegnano. Lui non si rassegna. Non ci sta a consegnarsi, non ci sta a perdere, anche perché la sua cicatrice non porta il nome di Pechino 2012, ma quello di Rio 2014.
    Cross in area, mischia, zampata e gol. Gioia infinita. Urla.

     
    E’ il pareggio ed allora nuova sfuriata della Juventus che tira fuori tutto quello che ha. Rafael sul finale si fa battere ma Koulibaly tira fuori la Bacchetta di Sambuco e rigetta al mittente l’anatema che avrebbe definitivamente ucciso l’Esercito di Benitez. Con il lungo difensore nero, anche l’ispanico si rifà alla grande nel match dimostrando che i due traditori ad inizio partita non erano dei viscidi Peter Minus, ma dei regali Severus Piton.

     
    Ed allora si va ai rigori, la sfida continua, in tutta la sua epicità.
    Il primo incantesimo lo lancia Jorginho, è un disastro non per demeriti, ma perché davanti si ritrova il più grande di sempre. Ancora una volta, si apre una voragine.
    Si affidano dunque al Neville Paciock di turno che indossa il Mantello dell’Invisibilità, confonde Carlitos che sbaglia.
    La lotteria prosegue, tra errori e miracoli, fino all’ultimo. Lì tutti sapevano come sarebbe andata a finire. Doveva batterlo qualcuno, lo ha battuto qualcun altro. Quel qualcun altro risponde al nome di Simone Padoin. Scambio di sguardi con Rafael, che si è tolto il mantello e resta fermo, glaciale. Il pallone parte, stacco di reni, mano di richiamo, finisce qui, dopo tutto questo tempo…

     
    Quella cicatrice non fa più male. E’ solo gioia e passione. L’Esercito di Benitez annienta la Vecchia Signora Oscura con un gioco meraviglioso e la batte proprio con il suo punto di forza: i singoli.
    E’ un match epico, è una battaglia meravigliosamente crudele che fa godere un Paese intero perché da sempre, a tutti piace vedere il potente che si becca un calcio nel sedere. E’ il trionfo del giusto sull’ingiusto, è la bellezza dello sport.
    L’ultimo nemico che sarà sconfitto, è la morte.