Napoli i mercati segreti di piazza Dante.

Napoli ha avuto sempre piazze e strade in cui si svolgevano periodicamente piccoli e grandi mercati.

Napoli i mercati segreti di piazza Dante.

Napoli ha avuto sempre piazze e strade in cui si svolgevano periodicamente piccoli e grandi mercati. Lo testimoniano i celebri dipinti di Micco Spadaro raffiguranti piazza Mercato ed una Fiera di paese o in tempi più recenti le tele di Migliaro.
In passato si trattava di mercati prevalentemente alimentari e gli stessi contadini ogni giorno all’alba portavano i loro prodotti in città per la vendita: uova, frutta e verdura….

Di: PietroTreccagnoli il Mattino

Il mondo segreto che circonda piazza Dante

Napoli diventò subito metropoli. E lo è rimasta, in modo clamoroso, a partire dall’età vicereale, quando i regnicoli, per sfuggire alle vessazioni e ai balzelli dei baroni, si inurbarono in massa.

Napoli divenne la città dei frati e dei lazzari, bollati dagli illuministi come presenze parassitarie che vivevano in simbiosi, oltre che città di nobili emercanti. Napoli è semprestata affamata e andava sfamata. Innalzava palazzi scavando, alla bisogna, nel tufo del ventre molle e, sempre alla bisogna, riempiva i crateri di derrate alimentari, creando depositi che servivano a nutrire il popolo ed arricchire gli speculatori.

Una delle aree principali deputate all’accumulo e alla conservazione di beni alimentari era a ridosso dell’attuale piazza Dante, un tempo largo Mercatello, mercato piccolo, ma pur sempre mercato. Dove, dalla seconda metà dell’Ottocento, sorge la Galleria Principe di Napoli, la Galleria Puverella, si aprivano le Fosse del Grano, mentre all’imbocco di via Toledo erano state scavate le Cisterne dell’Olio, conservate nel toponimo. Da tempo, i consumi sono cambiati.

A piazza Dante, chiude una libreria e la sostituisce un kebabaro.Al Cavone e a via CarloDoria vanno alla grande i take away cingalesi,non solo tra gli asiatici, ma pure tra gli indigeni con lo stomaco a prova di spezie.

Tutt’attorno pizzerie e rosticcerie storiche e, lungo via Bellinie a piazzaBellini, caffè letterarie locali dove di sera si mangia e siascolta il jazz: una boccata napoletanizzata di Quartiere Latino che approfitta dell’estrosità della vicina Accademia di Belle Arti Messa così sembra una Napoli sospesa nel tempo, contemporanea ed europea.

Ma bisogna averegli occhi foderati di rose e ciclamini. Perché i turisti, appenausciti dal Museo Archeologico, con lo sguardo ancora abbagliato dall’abbondanza restituita dalle rovine di Pompei, s’imbattono in ben altre rovine: la Galleria Puverella, appunto, l’eterno cantiere che da quando fu completata nel 1883 ha patito crolli e chiusure a ciclo quasi ininterrotto.

L’ultimo restauro l’avevano completato nel 2009, ma ora i tre bracci dell’edificio sono di nuovo off-limits. Catene e transenne. L’ingresso da via Pessina è aperto solo per lo spazio necessario a dare agibilità a una banca. Di fronte al museo, sotto i portici, si radunano, notte e giorno, i senza tetto. Saranno una ventina, rannicchiati dentromucchi di coperte.

Le impalcature usate come guardaroba, gli angoli più nascosti ridotti a orinatoi e altro. «Sono ubriachi dalla mattina» si sfoga Tonino Luongo, che abita proprio nell’edificio della Galleria. «È un’emergenza igienica. Dovevano rilanciare questo spazio e l’unica volta che l’anno riaperto è stato per il pranzo della vigilia di Natale per i poveri».E poi ti chiedi perché l’hanno ribattezzata Puverella.

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la Galleria Principe di Napoli, detta la Galleria Puverella

Doveva essere, invece, un grande centro commerciale, già quando l’inaugurarono. Non lo è mai stato. Nei tempi migliori ci sono stati uffici comunali, bancarelle di libri d’occasione, qualche associazione di reduci e dei bar.

Le statue e gli stucchi ripetono motivi di una Belle Epoque mai sbocciata sotto il tetto di vetro, dal quale cade pioggia e acqua che non secca. Sono figure perse nel silenzio e menomale che non parlano. Pure fuori i negozi non hanno mai fatto bene.

Un ristorante ha aperto e ha chiuso. Un tempo c’era un cinema d’essai. Infondo, verso via Costantinopoli resistono un caffè, un’agenzia di viaggi, un negozio di articoli esotici. Il bancolotto ha calato le saracinesche  e, al posto del cartelli con ambi e terni sicuri,espone un «affittasi».


Grano a Nord, olio a Sud.

Le cisterne erano cinque. Sopra, nei secoli, hanno innalzato palazzi e, sulla più grande, il cinema Modernissimo.

Le uniche di cui restano tracce le trovate sotto il negozio di parati De Luca, al civico 5A. I gestori, se non oberati dalla clientela, si prestano a farvi da ciceroni e vi accompagnano giù con l’ascensore. La cisternapiùgrande è detta dell’Immacolata Concezione, la piccola porta il nome di Sant’Irene. Ora la cisterna maggiore funge da deposito ed è piena, fin quasi al soffitto,di scaffali contessuti e parati. Ma untempo riusciva a contenere fino a 12.500 stare di olio. Una stara corrispondevaa10,5 litri. Fatti i conti, la capacità era di 125mila litri. Furono dismesse alla fine del Setteceno .

«I grandi serbatoi» spiegaMassimo DeLuca, uno dei proprietari «servivano a conservare olio da immettere sul mercato, a volte per speculare sul prezzo, altre volte per calmierarlo ».Qui attorno, se andate cercando, potreste trovare ancora resti della mura angioine. Di sicuro, guardando in alto, con le spalle a via Toledo, riuscite a vedere le finestre della casa dove abitò san Giuseppe Moscati. Una grande lapide lo ricorda ai numerosi fedeli che vanno a venerarlo nel vicino Gesù Nuovo.

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