Napoli e Siviglia, mai così lontane

Napoli e Siviglia, mai così lontane

Napoli impara dal Siviglia: non serve il fatturato per vincere.

Di: Jhonny Green

Mentre qualche tifoso del Napoli festeggia un secondo posto come se fosse uno scudetto, altre società riempiono le proprie bacheche con trofei più o meno prestigiosi. Inutile citare la favoletta del bilancio, dei conti e degli incassi perchè, mai come quest’anno, squadre come Leicester, Siviglia e Atletico Madrid ci insegnano che in campo scendono i giocatori con le loro motivazioni e non i fatturati. Ieri sera la squadra di Emery ha vinto la terza Europa League consecutiva, la quinta per il Sevilla in undici anni: ma come si arriva a traguardi simili? Cosa manca al Napoli per arrivare a questi livelli?

“Nessuno stadio esporrà mai uno striscione con scritto: ‘Che meravigliosi incassi, grazie società!’. Bisogna anche vincere, saper reinvestire. Altrimenti sei un negozio, non un club amato dalla tua gente”

Le principali differenze le troviamo nella struttura societaria dei due Club. Il Siviglia è una macchina perfetta, capace di passare dai quattro trofei in 110 anni di storia, ai 9 titoli in poco più di quindici anni, giocando la bellezza di 14 finali. Questo club non se la passava bene nei primi anni del 2000: i debiti erano così tanti e i soldi così pochi da non avere neanche i palloni per gli allenamenti. Solo grazie all’austerità, e alla politica dell hombres, y no nombres, iniziano ad arrivare i risultati. Il Siviglia nomina l’ex portiere Monchi DS e insieme mettono su una rete di 700 collaboratori sparsi in tutto il mondo, capaci di fornire una lista precisa di tutti i giocatori da seguire. Sarà poi lo stesso Monchi a spiegare come funziona il loro lavoro. Praticamente ogni mese scrivono un 11 ideale di ogni campionato, poi si stila un grafico di circa 250 profili diversi. A quel punto arriva il confronto con l’allenatore che chiede giocatori utili per il suo sistema di gioco e con determinate caratteristiche. Da lì si inizia a lavorare per arrivare all’acquisto del calciatore. Questo sistema, apparentemente semplice, ha portato le Palanganas a chiudere operazioni di mercato incredibili. Qualche esempio? Preso Dani Alves a 500mila euro, venduto a 40 milioni; oppure Julio Baptista, pagato 2 milioni e ceduto per 25 all’Arsenal. Anche Kondogbia “nasce” con Monchi per poi esser rivenduto a peso d’oro al Monaco. E ancora Rakitic, Bacca, Seydou Keita… per un totale di quasi 300 milioni di plusvalenze generate. Questo dimostra che per arricchire una bacheca e rendere i tifosi felici non è necessario sceicco o uno stadio da 90000 posti a sedere. Serve organizzazione, serve fare programmazione e soprattutto non essere miopi, accontentandosi del poco certo dell’oggi.
 
E’ così che il Siviglia accede nuovamente alla Champions League, mette in bacheca un altro trofeo e aspetta una tra Atletico Madrid e Real Madrid in finale di Supercoppa Europea; tutto questo mentre noi festeggiamo per essere arrivati primi tra gli ultimi. Dall’ufficio di Monchi, dove non mancano mai il poster di Maradona e tante idee, e dal Siviglia ci arriva un grande insegnamento: il calcio è fatto da chi scende in campo e non dai soldi.