Napoli e il Napoli, la sfida di salire insieme sul podio

    Contano la fantasia, l’altruismo e il coraggio. E chi dice di no? Ma, a dispetto del poeta De Gregori, anche da certi particolari si giudica un giocatore, come il dettaglio, per niente ininfluente, di non sbagliare un calcio di rigore, soprattutto se si è ridotti alla lotteria ai rigori.

    E Napoli, la città, più del Napoli, vive tra punizioni, rigori, calci d’angolo e, quando le riesce, in ripartenze. Ieri, dalla mattina, la città era percorsa da una vena azzurra che amoreggiava con il colore del cielo. «Napule» non era «’e mille culure», ma ce n’era uno solo.

    Le radio, i social network, le chiacchiere al telefonino erano uno spezzatino di fomeni dove distinguevi Higuain, Tevez, Padoin, Koulibaly, Rafael, De Laurentiis, Agnelli, ’o ciuccio, i rubentini.

    Passavi il rasoio sulle guance imbiancate di schiuma e alla radio leggevano le mail degli ascoltatori; prendevi il caffè al bar e alle tue spalle partiva lo sfottò al cassiere juventino; eri bloccato nel traffico e dall’autoradio ripetevano per la centesima volta la sequenza dei calci di rigore, esultando come se la notte di Doha non fosse mai finita.

    Siamo maestri dell’autocelebrazione. Basta una partita e si parte. Così Napoli era il Napoli, un’identificazione che fa molto luogo comune, stereotipo, ma coglie nel segno, spiega una parte fondamentale del carattere di un popolo, aristocratico e lazzaro, edonista e piagnone, nostalgico e futurista, affamato di uomini della provvidenza, che, però, non rompano troppo le scatole e lascino tutto com’è. Il gattopardo ci fa un baffo.

    Le radio, i social network, le chiacchiere al telefonino erano uno spezzatino di fomeni dove distinguevi Higuain, Tevez, Padoin, Koulibaly, Rafael, De Laurentiis, Agnelli, ’o ciuccio, i rubentini.

    Passavi il rasoio sulle guance imbiancate di schiuma e alla radio leggevano le mail degli ascoltatori; prendevi il caffè al bar e alle tue spalle partiva lo sfottò al cassiere juventino; eri bloccato nel traffico e dall’autoradio ripetevano per la centesima volta la sequenza dei calci di rigore, esultando come se la notte di Doha non fosse mai finita.

    Siamo maestri dell’autocelebrazione. Basta una partita e si parte. Così Napoli era il Napoli, un’identificazione che fa molto luogo comune, stereotipo, ma coglie nel segno, spiega una parte fondamentale del carattere di un popolo, aristocratico e lazzaro, edonista e piagnone, nostalgico e futurista, affamato di uomini della provvidenza, che, però, non rompano troppo le scatole e lascino tutto com’è. Il gattopardo ci fa un baffo.

    «Lo ripetiamo ogni volta» sorride l’ex-presidente azzurro «ma, appunto, è una speranza». Sempre disattesa, in verità. «Negli anni Ottanta, la città aveva al governo diversi ministri che drenavano risorse» aggiunge Ferlaino. «Siamo riusciti a finire il Centro Direzionale, ora non riusciamo a trovare il bandolo per far rinascere Bagnoli».

    Oggi, poco e niente nel governo nazionale. C’è Giorgio Napolitano al Quirinale, ma un presidente della Repubblica ha altri compiti e ruoli, e ormai tiene le valigie pronte. La Napoli e il Napoli delle sfide infinite, quindi. Soprattutto le sfide con se stessa. Ché magari quelle con la Juve o con qualsiasi altra rivale, meglio se blasonata, le vince, seppure con la roulette russa dei penalty.

    La battaglia la sfanghiano, ma è la pace che non si vince, è la normalità che non si imbrocca. A volte per un pelo, altre per un carattere secolare. «Il finale della partita a Doha è stato davvero un match point» commenta Antonio Bassolino, ex-sindaco ed ex-governatore.

    «Se il rigore l’avesse sbagliato un calciatore del Napoli, adesso staremmo a parlare di tutt’altro. Del resto fino a due giorni fa si discuteva di un Napoli in crisi. E, come sempre, si passa dalla disperazione all’euforia». Come si scivola dall’euforia alla disperazione. «Tipico dei napoletani. Manca il senso della misura». L’esasperazione fa scattare l’adrenalina e aiuta a sopportare.

    «Infatti» incalza Bassolino «il senso della misura è una virtù, ma non bisogna neanche eccedere in questa virtù». Ah, no? «Il colpo di genio serve, ma occorre mettere in mostra anche altre doti napoletane come la fantasia, l’intelligenza, la tenacia, la determinazione, tipiche di chi è abituato a soffrire. Altri, nella situazione del Napoli, avrebbero gettato la spugna». E buonanotte ai giocatori. Invece, la sofferenza può aiutare la rinascita.

    «Ora che abbiamo vinto» aggiunge Bassolino «non bisogna sedersi sugli allori, per questo la squadra va rinforzata». È anche una lezione politica? «Certo. Le squadre che vincono vanno rinforzate. Ma le squadre in campo e in politica devono saper essere unite e, allo stesso tempo, umili. Non devono montarsi la testa».

    Allude? «La politica napoletana può imparare dal calcio se gioca di squadra». Un discorso che vale per il Partito democratico e per il sindaco. Non c’è bisogno della zingara per capire dove vuole andare a parare Bassolino che ci tiene, comunque, a sfatare un facile parallelismo. Prego: «Tra il Napoli e Napoli non c’è un rapporto meccanico, deterministico. È qualcosa di più complesso».

    Per capire facciamo un passo indietro: «Negli straordinari anni Ottanta di Maradona, quando dominavano il campionato, vincendo due scudetti e una coppa europea, la città viveva uno dei suoi peggiori periodi storici, che portò a Tangentopoli.

    Gli anni migliori sono coincisi con una fase dura della nostra storia cittadina. Invece, negli anni Novanta, quando Napoli visse un periodo di risveglio civile e di grande visibilità internazionale con il G7, per esempio, il Napoli finiva in serie B.

    L’augurio è che da ora in poi vadano a coincidere i tempi migliori per Napoli e per il Napoli». Intanto si esulta pensando a un regalo di Natale che non è lo scudetto, e va bene, ma bisogna pur sempre accontentarsi. I tifosi azzurri (ma anche gli italiani, in generale) hanno un pensiero fisso in testa: il campionato e la Champions. La Supercoppa è considerata, al massimo, un viatico per scalare la classifica del campionato, una forma di autoesaltazione.

    Ce la possiamo fare. Tipico del carattere dei napoletani. «Sì, perché Napoli e il Napoli sono uno stato animo» ironizza con un cucchiaio artistico, il critico Achille Bonito Oliva. «La squadra somiglia alla città. Puntano entrambe sull’occasione, sulla performance, sull’exploit. Manca la disciplina». Siamo centometristi e schifiamo la maratona. «Nel senso di Maradona? E no, dovreste smetterla con quel mito di vanità e di debolezza. Ispiratevi a un vero campione come Pelé».

    Ecco, come sempre Abo ama mettere i piedi del piatto, lanciare la palla in tribuna. Scomodo per professione. Comunque, si parla di maratona, la gara suprema per eccellenza, la regina delle competizioni atletiche. «Né centrometristi, né maratoneti. Napoli e i napoletani continuano a essere barocchi, ma di un barocchismo ridotto a coazione a ripetere. Per questo diventa difficile uscire dalla perenne autoreferenzialità. E c’è di peggio».

    Non ne dubitavamo. «I tifosi napoletani devono liberarsi dal complesso dei parvenu. Sempre a fare la parte dei poveracci che incassano tutto pur di poter battere la Juventus, la squadra dei ricchi, dei nordisti. E poi, dite quello che volte, questa Supercoppa l’ha vinta Benitez che le tifoserie aggressive volevano cacciare, e non il Napoli».

    Prendi, incarta e porta a casa. Rafa sugli scudi, quindi. Adesso è l’eroe e guai a chi ce lo tocca. Ieri era il Panzone da cacciare via al più presto. Tipica schizofrenia da curva e tribuna, da talk show sulla rete satellitare o a Radio Vicolo. Ma Oscar Nicolaus, psicologo, animatore ai tempi di Maradona del Te Diegum, cenacolo di raffinata cultura sportiva, non esente da «estremismo sportivo», sull’allenatore azzurro ha le idee chiare: «Il Napoli è una buona squadra che ha un grande allenatore, un vero interprete intellettuale del calcio e che, in poco tempo, ha capito Napoli e le sue contraddizioni».

    Ed eccoci al punto. Napoli, il Napoli e i napoletani devono imparare a saper vincere oltre che, come accade più spesso, a saper perdere. Il successo all’ombra del Vesuvio non mette pace, è malvisto e può scatenare la guerra. Si scopre che troppe volte essere nemici facilita, piacersi è così inutile, dando ragione al Pasquale Panella di Battisti.

    Quando il prato verde di Doha doveva ancora riprendersi dal calpestio forsennato degli azzurri e dei bianconeri, si è riscatenata la rissa (in un primo tempo, in un secondo e nei tempi supplementari) tra il presidente Aurelio De Laurentiis (DeLa) e il sindaco Luigi de Magistris (DeMa). Il casus belli, il nodo gordiano da spezzare, resta sempre il destino dello stadio San Paolo.

    E nessuno viene illuminato sulla via di Damasco, nonostante le diverse cadute da cavallo. DeLa è un guascone, non le manda a dire e il trionfo lo spinge a menare fendenti come un D’Artagnan cinematografico e pallonaro.

    Dal Qatar ha bacchettato DeMa, accusandolo di dire solo cavolate (testuale, e meno male che non ha trovato a caldo sinonimi da cinepanettone) e che la smettesse di fare dichiarazioni sugli acquisti del Napoli, pensasse, piuttosto, ai problemi della città. DeMa, ieri ha dovuto mozzicarsi la lingua per limitarsi a dichiarare: «In queste ore di gioia dopo la straordinaria, emozionante e storica vittoria del Napoli contro la Juve e in piena atmosfera natalizia trovo fuori luogo, stonate e infondate le parole del presidente del Napoli alle quali non voglio rispondere con lo stesso tono polemico».

    I tifosi e i cittadini hanno tirato un sospiro di sollievo. Nessuno ha intenzione di farsi andare gli struffoli di traverso. Ecco servito Nicolaus, però. «Non c’è sintonia tra De Laurentiis e de Magistris» ragiona. «E non si capisce nemmeno bene il motivo del contendere». Troppo diplomatico, Oscar.

    «Il progetto di De Laurentiis si è finora dimostrato buono. Ha preso un Napoli fallito e l’ha abituato a vincere. Ma gli manca ancora la cultura del vero imprenditore. Da parte sua, de Magistris, finora è stato un sindaco vago e latitante sui reali problemi della città».

    Si vince quando si sta peggio. Diciamocelo per consolarci. Gli dei, e i santi che li hanno sostituiti, sanno usare autentiche armi di distrazione di massa, penseranno i più coriacei ateisti. A volte, credenti o miscredenti, non si riesce a dar loro torto. E torna il rapporto divaricato tra città e squadra, tra malessere di Napoli e benessere del Napoli.

    «Però ora» puntualizza Nicolaus «la città è governata mediocremente e la squadra ha una tenuta altalenante». Un guado condiviso, quindi. «Sì, ma se Benitez se ne va otterremo il fatidico equilibrio, al ribasso». Toccherà eleggere sindaco Benitez. Del resto per due secoli abbiamo avuto viceré spagnoli che hanno saputo tenere a bada masanielli e lazzari.

    Con le regole europee, possiamo permetterci un sindaco straniero o tocca accontentarsi solo di un Papa arrivato dalla fine del mondo? «Basterebbe uno scatto di vera cultura imprenditoriale» mantiene i piedi per terra Nicolaus. «E pure una nuova classe dirigente per la città, una squadra di governo tutta da costruire».

    Insomma, ci vuole una Grande Bellezza. Napoli potrà essere salvata dalla bellezza, come il principe Myskin dell’«Idiota» di Dostoevskij auspica per il mondo intero? Per qualcuno è sufficiente la piccola bellezza di un assist, di una bordata da fuori area. «Lavorando di fantasia» commenta il filosofo Biagio De Giovanni, appassionato, non troppo insospettabile, di calcio «si potrebbe dire che Napoli è abituata a uscirne fuori con la modalità espressa dal Napoli a Doha».

    Cioè? «Giocando sempre sul limite». Destino di funamboli sospesi su una corda per non appendersi alla corda. «Le partite che giochiamo non sono mai chiare, nette. Qualche volta si risolve bene, molto più spesso male, soprattutto quando si scatenano tensioni inutili». E tra il Napoli e la città ufficiale è in corso il tiro alla fune tra DeLa e DeMa. «Siamo a un livello di conflitto mai visto finora» si stupisce, ma non troppo, De Giovanni «con un presidente che attacca il sindaco in diretta tv, dopo una entusiasmante vittoria. In questi casi ci si aspetta un clima cordiale, un volemose bene, accresciuto dal clima natalizio. Invece».

    Invece, bordate ad alzo zero. «È una polemica violenta, mentre i tifosi provano a godersi la Supercoppa conquistata contro l’odiata Juve. C’è un pezzo di Napoli che vive di questi successi, se ne sente appagata. Ma per il resto di Napoli sta vivendo drammaticamente il proprio declino che, per onestà intellettuale, non è attribuibile esclusivamente agli ultimi anni e a questa amministrazione, ma è figlio di una città che ormai ha molto poco dentro di sé. Città senza idee e senza capacità produttiva».

    Speriamo che, almeno, tra politica e sport la catastrofe sia scongiurata. Chi la partita se l’è goduta senza tanti tiramenti è Beppe Bruscolotti, il mitico Palo ’e Fierro della difesa del Magico Napoli di Maradona, Giordano e Careca e dei due scudetti. «Per fortuna abbiamo questa realtà positiva del calcio, godiamocela» sbotta. «È stata una grande prestazione, come ci accade sempre con le squadre di vertice. Una sfida sofferta, lunga e con la roulette russa dei rigori. Ma che serata, però, con una vittoria contro la Juve che è da sola un doppio godimento». È la voce schietta e pulita del calcio. Una partita è una partita è una partita è una partita. Come le rosa di Gertrude Stein, la musa di Picasso. Ma, Beppe, spostandoci alla condizione della città, che cosa servirebbe per farla vincere come gli azzurri?

    «Un primo cittadino che sia manager. Sono d’accordo su quello che dice De Laurentiis. Solo organizzandosi bene si può cambiare la sorte di Napoli». Organizzarsi, facile a dirlo. Una metropoli non è una squadra di calcio. Provate a uscire di casa in questi giorni. Vedrete una città bloccata. In macchina, a piedi. Sembra di essere ritornati indietro nel tempo. L’unica differenza è la rassegnazione. Allo scoccare dell’ora passata nell’ingorgo non scatta più il concerto di clacson, ma la maledizione viaggia via smartphone, direttamente su Facebook o su Twitter e, se volete, pure con la foto satura e nitida su Instagram.

    La rabbia condivisa raddolcisce gli animi. A piedi è pure peggio. Città senza sbocchi. Per questo puntare sul match point diventa complicato. La pallina resta troppo tempo in bilico. Per anni. La faccenda non si risolve in novanta o centoventi minuti. «Sembra che il destino della squadra e della città si somiglino» spiega l’editore Diego Guida che sta intraprendendo la sfida della rinascita di un marchio storico di Napoli. «Lunedì, gli azzurri stavano affondando, poi è scattata una reazione che li ha salvati e li ha fatti trionfare».

    Ma ai rigori, però, contava la fortuna. «La fortuna è importante. Bisogna imparare a non farsela sfuggire. Approfittare del rimbalzo giusto, nello sport e nell’amministrazione di un’impresa o di una città, è importante. Se lo manchi chissà quando ti ricapiterà di nuovo». «Per questo il nostro cuore dovrebbe battere per Napoli e non solo per il Napoli» replica secca e precisa Alessandra Clemente, vivacissima assessora comunale alle Politiche giovanile che da quando è a Palazzo San Giacomo non ha mai esitato a scorciarsi le maniche.

    «Le energie di tutti devono convergere. Non bisogna dividersi e occorre capire che non esiste un fato. Tocca a noi». È la determinazione di chi sa che il futuro gli appartiene persino in una città che da troppo tempo ha smesso di fare i conti con il futuro, che è sogno e progetto insieme. «Di fronte ai successi o agli insuccessi non bisogna commuoversi, ma muoversi». Le regole del calcio possono applicarsi anche alla politica? «Esistono le regole della vita che vanno bene per il calcio e per la politica».

    Dietro le facili equazioni, resiste, insomma, la vita quotidiana da costruire un pezzo alla volta. Si può imparare dal calcio, soprattutto quando si vince, senza mai mollare, quando tutto gira storto, quando si deve rimontare, ma non ci si può illudere che il calcio cambi al vita, sempre che non sei un calciatore.

    Il Mattino