NAPOLI FU UNA DELLE CAPITALI DEL CINEMA MUTO

NAPOLI FU CAPITALE DEL CINEMA MUTO

«Venghino! Vedranno, lor signori, uno spettacolo emozionante: un treno uscire a tutta velocità da un muro e camminare sulle loro persone senza pericolo di danni. Venghino! Sconti speciali per famiglie, sconti eccezionali ai reduci d’Africa».

NAPOLI CAPITALE DEL CINEMA MUTO

Il 1896 era stato un anno di crisi, la città era un immenso cantiere, e l’Italia, presa da velleità coloniali, aveva subìto un’importante e decisiva disfatta ad Adua, in Abissinia. Il sapore della sconfitta di una guerra lontana e senza volto era arrivato nel porto di Napoli il mese di maggio, novantuno prigionieri scambiati nella fortezza di Adigrat erano stati rimpatriati portando con loro le ferite negli sguardi e sulla pelle. Non fu, però, così buia per tutti quella stagione di ripiego. Mario Recanati, per esempio, anch’egli un reduce, sebbene non di guerra, tornava da una lunga trasferta in America in cui aveva raccolto una fortuna, tanti dollari quanti ne poteva contenere la valigia che stringeva nel pugno, tanti dollari quante le idee che aveva in testa. Sbarcò a Napoli che aveva venticinque anni. Appena giunto al porto si recò ad ammirare la Galleria Umberto: un capolavoro, gli avevano detto. Non pensava di fermarsi a lungo in città, Recanati aveva origini padovane tuttavia, la folla eterogenea che vide circolare tra via Roma, il Caffè Gambrinus e la Galleria lo indussero a fermarsi e a domandare se ci fossero locali ancora disponibili.

Il giovane aprì il borsone e pagò in contanti, aprì alcuni negozi di fonografi, di grammofoni e di dischi, una novità strepitosa che arrivava direttamente da Broadway. Poi, un giorno decise di offrire alla propria clientela uno spettacolo indimenticabile al civico 90, all’interno della Galleria, un modo per fare pubblicità a uno dei suoi magazzini.

«Venghino, l’attrazione è qui», disse ancora una volta suadente lo strillone in livrea indicando l’ingresso. Le persone entrarono a frotte, molte non riuscirono ad acquistare il biglietto: quel pomeriggio la sala si riempì in pochissimo tempo. Quando si spensero le luci, il brusio zittì. Si sentì il cigolare di una manovella, l’orchestrina in fondo allo stanzone incominciò a suonare una melodia e, come d’incanto, su un grande telo bianco le ombre iniziarono a muoversi. Magia.

Gli spettatori urlarono stupiti, fu come vedere un miraggio a un palmo di naso: la fabbrica dei sogni, il cinemà era arrivato anche a Napoli, il mito della Caverna di Platone si era trasformato in realtà. Il cinema, tutto sommato, era tornato a casa, dovette pensare qualcuno riferendosi allo scienziato-stregone fondatore dell’Accademia dei Segreti, Giovanni Battista Della Porta, che, già nella prima edizione del 1558 di Magiae naturalis, aveva fatto le prime osservazioni sulla camera obscura descrivendone l’utilizzo a fini artistici: «In una stanza buia, su un lenzuolo bianco si possono vedere cacce, banchetti, battaglie, giochi, in modo così chiaro e luminoso come se uno li avesse davvero davanti agli occhi».

L’avventura del cinema a Napoli iniziò così, quasi per caso. Mario Recanati aprì le danze e l’operazione riuscì, la sala intitolata a suo nome fu la prima sala cinematografica partenopea e attirò i clienti abituali dei vari caffè di via Roma e il pubblico del Salone Margherita, il tempio del varietà lì a fianco, i cui titolari, per tenere la concorrenza, in breve furono costretti a inserire alcune proiezioni nel loro programma standard.

Il biglietto passò a dieci centesimi, la valigia iniziale di dollari del pioniere Recanati diventò un tesoro che l’imprenditore investì nella nuova arte: assunse alcuni piazzisti commessi viaggiatori e li incaricò di diffondere il cinemà nel Meridione, e poi passò a invadere di pellicole anche il Nord. Con lui iniziarono pure a formarsi per la prima volta i tecnici di questo mestiere che strizzava l’obiettivo al futuro, e nel 1924 Recanati fondò l’Accademia d’arte con annessa scuola cinematografica per attori e operatori: in Italia ancora non ne esisteva nessuna.

La scossa che diedero i successi del Commendatore (ben presto Recanati fu chiamato così) al mercato degli impresari teatrali fu un fulmine a ciel sereno ma, col senno di poi, fu piuttosto una vera e autentica tempesta, duratura, un ciclone che prese tutti alla sprovvista poiché i produttori dei teatri erano convinti che quella del cinema fosse soltanto una moda transitoria. «Vedrete, il pubblico si stancherà presto di quelle stupide ombre che si muovono», dicevano, scettici del successo e convinti che gli incassi sarebbero crollati: presto, Recanati sarebbe stato definitivamente affossato dalla crisi.

Chi lo seguì, invece, ebbe molto più fiuto. Menotti Cattaneo, tarantino di nascita e con il senso degli affari nel DNA, fu uno di loro. Non disponeva delle risorse di Recanati, Cattaneo disponeva soltanto di un baraccone di legno nella zona di Foria in cui vendeva uno spettacolino al limite dell’horror: vestito con un camice da dottore bianco e insanguinato, con un coltello da macellaio in un una mano lui stesso simulava delle rudimentali lezioni di anatomia con pezzi in cera del corpo umano e qualche organo.

Foria era un altro luogo rispetto all’amena Galleria Umberto, un posto per ricchi, e avendo una platea di fruitori poveri, se non poverissimi, Cattaneo attrezzò il capanno trasformandolo in una sala cinematografica a prezzi popolari, tanto da consentire che le proiezioni fossero godute da tutti. L’iniziativa ebbe un boom, in poco tempo aprì un altro baraccone in via Alessandro Poerio, e poi Cattaneo contrasse un debito di 30.000 lire con il Banco di Santo Spirito per inaugurare nel 1901 un cinema in muratura: nacque il «magnifico cinema della città: la Sala Iride».

Napoli non aveva nulla da invidiare a Parigi. E tanto meno al resto del paese: quella che, molto tempo dopo, divenne la famosa via Veneto di Roma – negli anni Cinquanta e Sessanta luogo di viavai obbligatorio per divi del cinema, vitelloni e paparazzi –, tra il 1918 e il 1925 si era anticipatamente incarnata a Napoli: prima che altrove, la dolce vita passeggiava lungo via Roma allestendo uno struscio perpetuo di attrici luccicanti e attori in abiti sontuosi che dispensavano saluti e autografi.

La città del muto in bianco e nero provò in tutti i modi a cavalcare l’onda del sonoro e del nuovo mercato inventandone di mille colori. L’avvocato Roberto Troncone, per esempio, lasciò la carriera forense per seguire le lusinghe di una macchina da presa Lumière pagata trecento lire. Nell’anno 1900, Troncone girò uno dei primi documentari della storia del cinema (Ritorno delle carrozze da Montevergine), e fu proprio Roberto Troncone (1908) a fondare la Partenope Film, una casa di produzione per il cinema con criteri fortemente innovativi, e in un secondo tempo fu sempre lui a inaugurare il primo teatro di posa mai realizzato a Napoli (in una villetta in via Solimena, al Vomero) e a concepire la figura del soggettista sceneggiatore.

L’attività di Troncone fu irrefrenabile, a lui si devono perfino film prodotti conto terzi, la prima co-produzione internazionale (italo-francese) e il lancio definitivo di Francesca Bertini, una diva ante litteram anche per le sue note frivolezze («Un capriccio che signoreggiava, comandava ed ineluttabilmente operava», R. Bracco).

La Cenerentola del cinema napoletano proveniva dal palcoscenico del Teatro Nuovo e aveva lavorato anche con la compagnia di Eduardo Scarpetta..

Per dare il senso della grande popolarità della Bertini, rammentiamo ciò che scrisse di lei il drammaturgo Roberto Bracco: «Fu in Italia approssimativamente un Rodolfo Valentino donna» (R. Bracco, «Il Roma della domenica»).

Immediatamente dopo l’interpretazione che la consacrò, le quotazioni delle prestazioni dell’artista raggiunsero vette galattiche: Francesca Bertini passò da duecentomila lire a film nel 1917 alla firma del contratto più esoso per quei tempi, due milioni di lire per otto pellicole da girare nell’arco di un anno. A quel punto, tutto sembrava andare per il verso giusto. Ma, al contrario di quanto solitamente accade nelle belle favole, la novella del cinema napoletano finì nel tempo di un altro giro di boa: il successo della Bertini, le decine di case di produzione nate dal nulla, le sale cinematografiche e quelle di posa, finirono ingoiate dalla crisi.

E il muto napoletano cominciò a zittirsi prima dell’avvento del sonoro.

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Fonte: Maurizio Ponticello..Curiosità, storie inedite, misteri, aneddoti storici e luoghi sconosciuti della città partenopea