lo sai che a Napoli esiste un museo curioso e più affascinante di quelli, analoghi, di Cluny, Città del Vaticano, Vienna e Lisbona?

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Il museo delle Carrozze

 

Era il 24 marzo 1958. Quel giorno, levatosi dal letto anzitempo e dopo una notte insonne, il settantacinquenne Mario D’Alessandro dei duchi di Pescolanciano, marchese di Civitanova, aveva chiamato al telefono Bruno Molaioli, sovrintendente alle gallerie: «Professore, ho deciso. Anche mia moglie è d’accordo. Tanto, non abbiamo figli… E anche se ne avessimo? Venderebbero tutto all’indomani della mia morte. Molto meglio, allora, che a Napoli sorga un nuovo museo. Sì, sì, vi dono tutto. Nel suo genere sarà il più importante museo di Europa: ventuno carrozze, sessanta finimenti e novantotto fruste. Quasi quasi ho paura che non entrino nella rimessa di villa Pignatelli».

Ora il museo delle carrozze è là, alla Riviera di Chiaia, in quella villa Pignatelli che fu costruita dagli Acton, che fu sede perfino della banca Rothschild e che anch’essa per generosa donazione, appartiene attualmente allo Stato. L’inaugurazione di questo curioso museo, più ricco e più affascinante di quelli, analoghi, che esistono a Cluny, nella Città del Vaticano, a Vienna e a Lisbona, avvenne non prima del 1976: erano trascorsi quindici anni dalla scomparsa di Mario D’Alessandro.

Nessuna meraviglia: lo Stato italiano, così lento nel dare, talvolta è pigro anche nel prendere, e del resto la donazione stessa delle carrozze, annunciata da Mario D’Alessandro nel 1958, venne formalizzata soltanto nel 1961, alla vigilia, quasi, della sua morte.

Il museo delle carrozze , via via arricchitosi con altri pezzi offerti dal conte Dusmet, dal marchese Spennati e dal conte Leonetti, il museo riassume un brano fra i più esaltanti, o almeno fra i più appariscenti, della Napoli dell’Ottocento. Già rinomata nel Settecento per l’alto numero delle scuderie gentilizie, superiore a quello di qualsiasi altra capitale europea, Napoli divenne, nel secolo romantico, la mecca delle carrozze e ancor più delle carrozzelle.

Raffinati artigiani quali i Solaro, i Bottazzi, i Polito e i Nacca, costruivano amorevolmente vetture di lusso; molteplici bottegai di via Carrozzieri alla Posta rabberciavano carrozzelle; e come i nobili sfoggiavano le loro vetture in occasione delle corse al Campo di Marte, così i popolani si esibivano su fiacchere presi in affitto a conclusione della festa di Montevergine. Tutte queste cose testimonia il museo di villa Pignatelli, ma testimonia soprattutto, quella che può essere definita la ragione di vita di Mario D’Alessandro: è quanto mai giusto che sia stato intitolato al suo nome.

Alto, corpulento, dotato di un bel paio di baffi a torciglioni che accarezzava di continuo, ricco proprietario terriero, Mario D’Alessandro non volle mai e assolutamente mai mettere piede su un’automobile, pur possedendone parecchie. Le lasciava adoperare “alla servitù”, e lui si spostava sempre o prevalentemente in carrozza. Ma quando si spostava, lo faceva per recarsi in un qualche posto, vicino o lontano, ove aveva saputo che erano in vendita altre carrozze. Osarono domandargli se avesse qualche volta lavorato, in vita sua. Lo videro scattare sulla poltrona, come per reagire a un’ingiuria. «Ma io sono sempre stato un signore!», mi disse.

Nato a Napoli nel 1883 dal duca Nicola di Pescolanciano e dalla principessa Gaetani di Laurenzana, trovò nel suo stesso sangue quella passione che doveva renderlo celebre: un suo antenato per parte di padre, Giuseppe D’Alessandro, aveva pubblicato nel lontano 1713, un ponderoso volume sulle Regole del cavalcare oltre a numerosi sonetti inneggianti l’equitazione; un suo antenato per parte di madre, Onorato Gaetani dell’Aquila d’Aragona, era stato il titolare di una delle più fornite scuderie dell’Italia meridionale.

Un giorno, non aveva ancora compiuto i dieci anni, Mario D’Alessandro andò, tutto solo, a curiosare nelle scuderie paterne. Agli ordini del capoaurigia Pietro D’Ambra, due cocchieri e quattro cavallanti stavano badando a lustrare le carrozze. «Pietro, insegnami a guidare». «Signorino, ma senza il permesso del signor duca…». Invece di insistere, montò in serlla, afferrò le redini e via. Lo riacciuffarono più tardi al Rettifilo, dopo un lungo inseguimento.

Nel 1920, allorché una malaugurata caduta gli rese impossibile montare a cavallo, Mario D’Alessandro colse l’occasione per ritornare al suo primo e vero amore; aveva trentasette anni, del resto, e non doveva rendere conto a nessuno delle sue iniziative. Comprò, per novecento lire, un “coupé” e, per milletrecento lire, una “vittoria”.

Non immaginava affatto che quelli sarebbero stati i primi due pezzi di una delle collezione più importanti d’Europa.

Nelle scuderie della villa di Bellavista i cavalli da tiro presero il posto di quelli da corsa; le rimesse, inoltre, incominciarono a gremirsi di carrozze da mille e una notte. Charrette, military, mail coach, voiture de chasse, break phaeton, milord, dog kart, ragno, clakens, ponycaise, bagherino: tutte delle più note case inglesi e francesi, come la Parker, la Windiver, la Moul, la Bacher, la Binder, la Moller nonché delle migliori case italiane e in particolare napoletane.

Mario D’Alessandro giorno dopo giorno andava in giro per le capitali europee  alla ricerca non solo di carrozze rare, ma anche di finimenti eleganti e di fruste pregiate.

La sua fama cresceva di anno in anno. Il governo italiano, adesso, gli affidava sovente l’incarico, onorifico bensintende, di acquistare stalloni per rinsanguare i centri ippici di Persano, Lipizza e Fara Sabina. Era già diventato un personaggio superstite di un mondo scomparso e quando, fra veloci fuoriserie o scoppiettanti motorini a Napoli si vedeva circolare una carrozza trainata da due o da quattro cavalli, già la gente si apprestava ad applaudire. «Passa il marchese! Viva il marchese!».

Addirittura epico fu il viaggio in diligenza che Mario D’Alessandro organizzò nel 1955. Si trattava di coprire il percorso Napoli-Campobasso, quello che normalmente le automobili compiono in meno di tre ore. Sulla romantica vettura opportunamente restaurata, D’Alessandro collocò un frigorifero, una piccola cantina, una toilette e un paio di brandine smontabili. Partì all’alba, in compagnia del barone Iannitti e del duca Vasaturo. I quattro cavalli, sotto la guida abile del cocchiere Vincenzo Cavaliere partirono a spron battuto. Ad ogni paese una festa: la gente accorreva per vedere, per curiosare, per osannare. Ci vollero tre giorni buoni per raggiungere Campobasso. «Fu un viaggio nel tempo, più che nello spazio, e perciò il viaggio più bello della mia vita» disse il marchese.

Non sapeva e non poteva sapere, allora, Mario D’Alessandro, che nel suo destino c’era una fine per certi versi più triste di quella del cocchiere. Quando, infatti, nel 1961, trovandosi occasionalmente a Livorno, il marchese si spense, i suoi parenti non riuscirono a trovare, per l’accompagnamento funebre, nemmeno una carrozza col tiro a due. L’uomo che aveva donato a Napoli una raccolta di carrozze fra le più belle d’Europa fece il suo estremo viaggio su un furgone con motore diesel.

 

Fonte: Museo Pignatelli-Vittorio Paliotti-Napoletani si nasceva

Foto: archivio museo Pignatelli