MARADONA RACCONTA LA MANO DE DIOS AL MONDO DEL CALCIO

«UN GESTO FULMINEO: SONO SALTATO COME UNA RANA SONO CRESCIUTO SEGNANDO COSÌ»

maradona racconta la mano de dios

 LA MANO DE DIOS 

La mano de Dios raccontata direttamente dal dio del calcio. Maradona racconta il suo gol e lo fa con una naturalezza incredibile:

“E’ STATO UN GESTO FULMINEO: SONO SALTATO COME UNA RANA SONO CRESCIUTO SEGNANDO COSÌ, QUELLA PALLA FU UN GRANDE REGALO, E ANCORA OGGI NON MI PENTO DI NIENTE”

MARADONA RACCONTA LA MANO DE DIOS

Dubai 22/06/2016

Maradona racconta il gol del riscatto dell’Argentina contro l’inghilterra, nel suo libro: «La mano di Dio. Messico ‘86. Storia della mia vittoria più grande» scritto con il giornalista Daniel Arcucci.

Quando la diedi a Valdano, gli rimbalzò male e la controllò un po’ lunga, con Hodge al suo fianco. L’inglese lo anticipò. E in quel momento commise l’errore, che io non considero un errore perché in quel momento poteva solo dare la palla indietro al portiere, di alzarla verso Shilton invece di rinviarla. Se Hodge avesse rinviato, il pallone non mi sarebbe mai arrivato. Mai. E invece mi cadde proprio lì, la vidi spiovere dall’alto come un palloncino.

Ah, che regalo fantastico... «Questa è mia» dissi. «Non so se ci arriverò, ma ci provo. Se me lo fischia, pazienza…» Saltai come una rana, e fu la cosa che Shilton non si aspettava. Lui pensava, almeno credo, che gli sarei andato addosso. E invece saltai come una rana, guardate la foto; quell’immagine dice tutto di come stavo fisicamente. Arrivai più in alto di Shilton perché fisicamente ero forte come una bestia. Lui saltò, certo, ma io saltai prima, perché stavo già guardando il pallone mentre lui chiuse un attimo gli occhi. Shilton aveva l’abitudine di colpire il pallone con entrambi i pugni, e per colpire così ebbe un attimo di esitazione.

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Maradona racconta  la storia della mano de dios:“Se guardate bene la foto, la differenza che c’è tra Shilton, la mia mano e il pallone è grande. Shilton neppure si vede, e se guardate bene i piedi, io sono già in aria, sono ancora in fase di elevazione, continuo a salire mentre lui ha ancora i piedi per terra. Dico che nel salto sembro una rana perché ho le gambe piegate, divaricate, come quando stiri gli adduttori, di spalle a Shilton, e lì mi si vedono anche le costole. Si nota che non avevo neanche un grammo di grasso, e avevo le gambe forti”.

Tornato a terra, iniziai a correre quasi subito per esultare. Il pallone era partito fortissimo. Lo colpii con il pugno ma schizzò via come se l’avessi colpito con il sinistro invece che con la testa. Arrivò in fondo alla rete senza problemi. Fu un gesto fulmineo, tac, e non avrebbero mai potuto vederlo… Né l’arbitro né il guardalinee né Shilton, che rimase lì inebetito a cercare il pallone. Quello che se ne accorse fu Fenwick, che era il più vicino alla porta insieme a me. Ma oltre a lui niente, nessun altro. Abboccarono tutti, perfino Shilton, che non sapeva più neanche dove si trovava. Guardai l’arbitro, che non prendeva alcuna decisione; guardai il guardalinee, lo stesso.

Io corsi via esultante. Decisi io che non avrebbero avuto il coraggio di decidere. Bennaceur, me lo raccontò in seguito, diede un’occhiata al guardalinee. E il guardalinee, che era il bulgaro Dotchev, a sua volta aspettava lui; non alzò la bandierina ma neppure corse verso il centrocampo. Scaricò tutta la responsabilità sul direttore di gara, mentre era lui che si trovava nella posizione migliore per vedere l’azione. Poi litigarono tra loro per questo motivo, credo, e ognuno disse che la colpa era dell’altro. Io continuai a correre senza guardarmi indietro.

Prima di tutti gli altri mi raggiunse il «Checho», ma lentamente, come se stesse pensando: «Non lo annulla, non lo annulla…». Io volevo che arrivassero anche altri e invece mi raggiunsero solo Valdano e Burruchaga. Perché Bilardo aveva proibito ai centrocampisti di andare a esultare dopo i gol, non voleva che si stancassero. Ma stavolta avevo bisogno di loro, ne avevo bisogno… Credo che loro non volessero neanche guardare indietro, verso il campo, per paura che annullassero il gol. Quando il «Checho» arrivò, mi chiese: «L’hai presa con la mano, vero? L’hai presa con la mano?». E io gli risposi: «Non rompere, e pensa a festeggiare».

Guardai verso la zona della tribuna dove si trovavano mio padre e «Coco». Rivolsi a loro un gesto con il pugno chiuso, e loro mi risposero allo stesso modo. La paura che lo annullassero c’era ancora, ma non lo annullarono. Di quel gol con la mano non mi pento assolutamente. Nessun pentimento! Con tutto il rispetto che meritano tifosi, giocatori e dirigenti, non mi pento affatto. Perché con questo genere di cose ci sono cresciuto, perché a Villa Fiorito segnavo gol di mano continuamente. E la stessa cosa feci davanti a centomila persone che non si accorsero di nulla… Perché tutti esultarono per il gol. E se esultarono fu perché non avevano il minimo dubbio.

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