L’ULTIMA EREDITA’ DI RAFA

 Di: Fabrizio Piccolo

Il profondo senso di tradimento che pervade tutti i tifosi del Napoli in questi giorni è difficile da sradicare.

C’è chi si sente tradito dalla squadra, da quei giocatori apolidi che tante, troppe volte hanno interpretato impegni decisivi con una superficialità non legittimabile da nessuna parte ma mai come qui, in questa città.

C’è chi si sente tradito da Benitez, perché l’annunciata semina di aprile non ha portato frutti a maggio. Da raccogliere ora non c’è niente, se non rimpianti e veleni.

C’è chi si sente una volta di più tradito da De Laurentiis, per una società debole, per i mancati acquisti, per una gestione deludente in una stagione importante.

Ma magari gli stessi che ne rimproverano l’assenza erano i primi ad accusarlo di straparlare in passato. Manca lucidità ed è normale che sia così quando a una settimana dalla fine della stagione ci si immaginava tutt’altro epilogo.

Dovevamo essere al posto della Lazio mercoledì scorso nella finale di coppa Italia e l’abbiamo vista in tv. Dovevamo essere al posto del Dnipro che mercoledì si giocherà l’Europa League con il Siviglia e si sognava di partecipare a Supercoppa Europea a Tblisi e Supercoppa italiana bis.

Avremmo dovuto pensare alla sfida della vita di domenica con la Lazio che magari avrebbe potuto regalarci il secondo posto e stiamo qui a tremare, temendo di vederci sfuggire financo il quarto posto.

Comprensibili rabbia, delusione. E anche la paura del futuro, che porta ad esacerbare gli animi, ad acuire l’inutile lotta partigiana tra schieramenti virtuali. Però si deve ripartire e se c’è un’eredità che Rafa Benitez lascia a questa città, a questa tifoseria e a questa società non è tanto nel patrimonio giocatori ma in quell’unità sempre invocata e puntualmente disattesa.

Mai inglobato il senso di appartenenza univoca, quei motti “spalla a spalla” e “tutti insieme”. E il tutti contro tutti ha sicuramente influito in maniera venefica sui risultati.

Ripartire da quest’acredine diffusa, dalla sfiducia, dall’antipatia preconcetta sarebbe il più grave errore che tutti – dai tifosi ai media, dai giocatori alla società – potrebbero fare in un momento delicato della vita del Napoli.

Gli errori sono dietro l’angolo per tutti. E quelli fatti devono servire da insegnamento. Chiunque sia il prossimo tecnico, non va accolto in nome e per conto di quell’insulsa guerra di religione che ha caratterizzato il biennio-Benitez ma occorre chiarezza da parte del club.

Sognare si può ma con i piedi per terra: il Napoli non è il Real Madrid e se per qualche mese ha fatto pensare di esserlo, quando le trattative con i top-player si intersecavano con acquisti da sogno, è bene chiarire che le cose non stanno così.

E non stavano così neanche prima, giusto per rinfrescare la memoria a chi continua a pretendere uno scudetto all’anno come obiettivo minimo stagionale. Questo Napoli con la Supercoppa in bacheca e semifinalista di Coppa Italia e di Europa League, pur in una stagione di tante amarezze, è un’eccezione da record, non la normalità.

Avere la possibilità di prendere Higuain (e, aggiungo, anche di trattenerlo se ci si riesce, nonostante il recente “disamore” legittimato dalle sue ultime prestazioni) non è la normalità, è la magica eccezione.

Andare ogni anno a giocare le coppe europee è diventato la normalità, ma nella storia del club non era MAI successo prima dell’era De Laurentiis. Il Napoli del primo e dell’ultimo anno di Maradona, per dire, non ci riuscì.

Ricominciare dunque. Con umiltà, con consapevolezza di dover sempre lottare per ritagliarsi un posto al sole, magari anche con giocatori meno strombazzati ma più attaccati alla maglia. Ma soprattutto con più unione.

Con uno stadio meno imborghesito da tanta gloria improvvisa ma che non può essere considerata scontata.

Con una società magari arricchità di nuove professionalità. E con un pizzico di pazienza in più, che pure quest’anno è mancata da troppe parti.

Non bruciamo l’ultima eredità di Benitez, diventiamo quello che non siamo mai stati capaci di essere.

Un corpo e un’anima azzurra per tornare a vincere.

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