L’origine di Napoli raccontata da Luciano De Crescenzo

Luciano De crescenzo, ci racconta a modo suo la storia della nascita di Napoli

L’origine di Napoli

L’origine di Napoli? ce la racconta  Luciano De Crescenzo

Partenope è stata la prima cantante napoletana:

Partenope è stata la prima cantante napoletana che la storia rammenti, anche se, a voler essere sinceri, non è proprio questo il motivo per il quale viene ricordata. Partenope era una Sirena.

L’origine di Napoli

Partenope abitava con le sue sorelle, Aglape, Molpè, Leucosia e Ligea, su un’isola situata tra la rupe di Scilla e l’isola di Circe. Dove si trovasse di preciso questa benedetta isola delle Sirene non si è mai saputo. Secondo alcuni, infatti, sarebbe stata Capri, secondo altri invece Procida, Ischia, Lampedusa, Nisida. Secondo altri, le Sirene abitavano Li Galli, il piccolo arcipelago al largo di Positano. Per altri ancora, l’isolotto non si trovava nemmeno in Italia, ma era un’isola della Norvegia, Sjernarøy.

Come dire, ogni popolo ha la sua Sirena.

Un giorno le Sirene videro arrivare la nave di Ulisse e intonarono i loro canti seduttivi con l’intento di farla finire sugli scogli. Per fortuna, però, prima di riprendere il suo viaggio verso Itaca, Ulisse era stato messo in guardia dalla maga Circe: “Ulisse, statti accorto alle Sirene” aveva detto più o meno così, “mi raccomando, guardati bene dall’ascoltare il loro canto, altrimenti non arrivi più a Itaca”.

Ora, apro una parentesi.

Vi siete chiesti perché Ulisse nell’Odissea non riesce mai a trovare la strada di casa? Era una questione di pancia. Nell’antichità non esisteva la televisione, ovviamente, e per trascorrere la serata i greci, dopo cena, convocavano un buon narratore, possibilmente cieco, uno come Omero tanto per intenderci, e in cambio di una buona cenetta gli facevano raccontare una storia. Omero aveva tutto l’interesse a prolungare la sua il più possibile, e un po’ come per le telenovele, era solito interrompere il racconto sul più bello e rimandarlo al giorno successivo. Come a dire: “Io più lo faccio girare a questo qui, più dura la storia e più inviti a cena rimedio”.

Ecco, chiudo la parentesi.

Pur essendo consapevole del pericolo, Ulisse era curioso di udire il tanto famigerato canto e, come tutti sanno, con uno stratagemma riuscì a restarne indenne. A quel punto le Sirene, ferite nell’orgoglio per non essere riuscite a far schiantare la sua nave sugli scogli, decisero di farla finita e si suicidarono. Il corpo di una di loro, quello di Partenope, fu trasportato dalle onde sulla terraferma, e per la precisione sull’isolotto di Megaride; dalle sue fertili spoglie nacque una città molto bella a cui venne dato il nome della Sirena considerata la Grande Madre della Campania felix.

Questa, però, non è l’unica storia sull’origine di Napoli.

Santa Lucia è stata, con ogni probabilità, il primo insediamento greco consolidatosi in Campania. Nel IX secolo a.C. una ciurma di Achei (o di marinai anatolici, fa lo stesso) si lasciò sedurre dalla felice configurazione della costa e decise di sbarcare sulla spiaggia del Chiatamone per fondare una città: Partenope. C’è una storia, infatti, secondo la quale Partenope non era una Sirena, ma una principessa greca, per giunta vergine, che guidata da una colomba giunse sul monte Echia, un piccolo promontorio che dominava l’isolotto di Megaride, dove oggi sorge Castel dell’Ovo, e lì decise di fondare la città che prese il suo nome. La zona offriva tutto quello che un colonizzatore greco avrebbe potuto desiderare: un porticciolo riparato, all’interno di un golfo dalle acque tranquille, un’isola, quella di Megaride, abbastanza vicina da poter essere usata come sentinella a mare, il monte Echia a fare da acropoli e, per finire, un ampio vallone alle spalle (l’attuale via Chiaia) che la proteggeva da eventuali attacchi da terra.

Io sono nato a pochi metri dallo scoglio di Partenope. Durante le notti d’estate, quando faceva troppo caldo per dormire, le donne dei bassi radunavano tutti i bambini e li portavano in riva al mare per raccontare loro storie e leggende. La preferita da noi ragazzini era quella che iniziava più o meno così: “C’era una volta una Sirena…”. Ora, sarà stato il caldo o la suggestione del racconto mista al continuo frangersi delle onde sugli scogli, ma a un certo punto a noi sembrava quasi di vederla, la Sirena, e anche di sentire il suo canto. Forse è per questo che mi piace credere che Partenope fosse una Sirena e non una principessa, come mi piace pensare che non sia morta. Non so se a persuadermi di ciò sia stato il professor Gargiulo, e quella convinzione che a richiamare sul lungomare Ulisse fosse proprio il canto della Sirena, o le parole di Matilde Serao che l’ha così descritta:

Parthenope non ha tomba, Parthenope non è morta. Ella vive, splendida, giovane e bella, da cinquemila anni. Ella corre ancora sui poggi, ella erra sulla spiaggia. È lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colore. È lei che fa brillare le stelle nelle notti serene […] quando vediamo comparire un’ombra bianca allacciata ad un’altra ombra, è lei col suo amante; quando sentiamo nell’aria un suono di parole innamorate, è la sua voce che le pronunzia; quando un rumore di baci indistinto, sommesso, ci fa trasalire, sono i baci suoi; quando un fruscio di abiti ci fa fremere è il suo peplo che striscia sull’arena, è lei che fa contorcere di passione, languire ed impallidire d’amore la città. Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non muore, non ha tomba, è immortale… è l’amore.

Fonte: Luciano De Crescenzo, ti voglio bene assai