Lo sapevi che: Tina Pica trascorse gli ultimi anni della sua vita dimenticata perfino dai suoi colleghi più cari

Le preghiere di Tina Pica

Intervista di Vittorio Paliotti al nipote della grande Tina da Napoletani si nasceva.

Fra lei e Totò, certo, ogni paragone risulta difficile; la statura artistica del “Principe del sorriso”, il suo tipo di comicità, e la sua popolarità furono, in ogni tempo, assolutamente diversi.

Lei, Tina Pica, incominciò a gustare il sapore del successo soltanto all’età di sessantacinque anni quando, nel ruolo ben disegnato di “Caramella”, partecipò a quella serie di film-commedia che furono aperti, nel 1953, da Pane amore e fantasia e che la videro interlocutrice di Vittorio De Sica, intraprendente “maresciallo Carotenuto” e spalla di Gina Lollobrigida, freschissima “Bersagliera”.

I loro destini però, quello di Antonio Del Curtis e quello di Tina Pica, sono stati in un certo senso paralleli: quei film, di cui fra il 1957 e il 1960 lei fu alfine protagonista, vengono ora continuamente riproposti nelle sale cinematografiche come dalle emittenti televisive. La nonna Sabella, Arriva la zia d’America, La zia d’America va a sciare, La nipote Sabella, La Pica sul Pacifico, La sceriffa, La duchessa di Santa Lucia, Da qui all’eredità, sono sulla cresta dell’onda, così come è nelle orecchie di tutti una frase pronunciata con quella sua voce cavernosa che pareva scaturita dalle viscere della terra: «Benedetti Gesù e Maria».

MALATTIA

«E dire che trascorse gli ultimi anni della sua vita dimenticata perfino da quelli che erano stati i suoi colleghi più cari». Peppino Pica, il nipote che l’accolse vecchia, nella sua casa del Vomero, che l’accudì con amore filiale e che, il 15 agosto 1968, ebbe il triste privilegio di chiuderle gli occhi, non sa reprimere un sospiro. «Alla Madonna, a Gesù Cristo e in particolare a Santa Rita, detta la Santa degli Impossibili, lei che era religiosissima e che aveva fatto allestire qui, fra queste pareti, una piccola cappella ove ogni domenica veniva un prete a dir messa, lei chiedeva il miracolo di una rivincita. L’ha avuta postuma».

Il nipote, immagino, doveva compiere sforzi giganteschi per non ridere quando Tina Pica pregava. Le sue orazioni, infatti, le diceva in un latino maccheronico, anzi in un italiano sconvolto e innocentemente beffardo, che doveva derivare, non c’è dubbio, dal recitativo di suo padre noto “Anselmo Tartaglia” dei teatri “Partenope” e “Fenice”. L’Ave Maria di Tina Pica suonava grosso modo così: «Au Maria, Orazia prena, ‘o ministero, ‘o reberitto, ‘a secula…». Queste preghiere Eduardo De Filippo gliele lasciò recitare nel terzo atto di Napoli Milionaria dove lei, nei panni della vecchia Adelaide, vegliava il finto cadavere di Gennaro Jovine.

Congenitamente smorfiosa, costituzionalmente ribelle, era figlia d’arte nel senso più totale dell’espressione: comico di spalla suo padre Giuseppe, bella amorosa sua madre Clementina Cozzolino, Tina era nata, il 17 febbraio 1888, a ridosso del Borgo Sant’Antonio Abate, nello stesso edificio in cui apriva i suoi battenti il teatro “San Ferdinando”; e lì, al “San Ferdinando”, scelta dal vecchio e grande Federico Stella, aveva esordito all’età di sette anni. Le diedero, allora, una particina in Il cerinaio della Ferrovia, patetico drammone di Eduardo Minichini; ma, stranamente, il ruolo era quello del maschietto.

TINA PICA: GLI ESORDI

«Maschietto e poi maschiaccio», mi disse il nipote, «perché fattasi più grandicella, fu invitata a impersonare, addirittura, il principe Amleto in una versione napoletana della tragedia di Shakespeare». Vestita sempre da giovanottino, Tina Pica seguiva i genitori, autentici scavalcamontagne, nel loro peregrinare attraverso i più remoti paesini del Sud. «Tournée miserrime, perché le recite venivano allestite in piazza e gli attori si affidavano al buon cuore degli spettatori, più che alla propria bravura. Ma sovente gli spettatori erano poveri quanto loro. Una sera, dopo molto girovagare, la piccola compagnia, che non era riuscita a raccogliere neppure un soldo, si ridusse a entrare in chiesa per chiedere al parroco un po’ di pane in elemosina. Fu in quella chiesa sperduta che Tina Pica imparò a pregare», mi raccontò il nipote. Malgrado tutto, il padre di Tina era considerato, ai suoi tempi, il miglior interprete del personaggio verbalmente pasticcione e balbuziente di “Anselmo Tartaglia”. E infatti, calata la tela sulla farsa di cui il Pulcinella di turno era protagonista (Enrico Petito o Giuseppe De Martino o Salvatore De Muto) la platea invocava a gran voce Giuseppe Pica affinché offrisse da solista qualche fuoriprogramma dei suoi virtuosismi lessicali. Gli si chiedeva, soprattutto, la sua esilarante versione di quel canto della Divina Commedia che è dedicato al Conte Ugolino: «’A vocca se lavaie ‘a ‘nu fielo ‘e pasto – quel seccator sorbendosi i capelli – d’ ‘o cane che teneva ‘a reto ‘o guasto; – poi cominciò: i’ mo vaco Arenella…». Fu proprio in questo ruolo, nel ruolo paterno di Anselmo Tartaglia, che Tina Pica ebbe la prima grossa affermazione della sua vita.

«Una sera che Giuseppe Pica, colto da improvvisa febbre, non poté recitare e già il primo attore Pulcinella si vedeva perduto, la zia Tina indossò gli abiti di Tartaglia, si truccò da uomo e salì lei sulla scena. Nessuno si accorse della sostituzione», mi disse il nipote. Questa sua fama di abilissima imitatrice Tina Pica non la smentirà mai: nel 1938, lavorando nella compagnia di Vincenzo Scarpetta, contraffaceva alla perfezione la voce di Federico Stella, di Raffaele Viviani, di Gennaro Pasquariello e di Elvira Donnarumma.

Caratterista del cinema muto napoletano con Gennaro Righelli e con Gustavo Lombardo, diva della sceneggiata con Amedeo Girard, beniamina al “Teatro Nuovo” con i fratelli De Filippo (fece epoca una sua interpretazione nella rivista Una notte al Gatto Nero) Tina Pica nel dicembre del 1931 fu chiamata, proprio dai De Filippo, a dare il suo apporto al “Teatro umoristico”, vale a dire a quei lavori di avanspettacolo che al “Kursaal”, segnarono l’inizio della fortuna di Eduardo. Dal “Kursaal” e poi dal “Sannazaro”, Tina Pica si mosse, insieme con i De Filippo, per i teatri di tutta Italia.

I DE FILIPPO

«I rapporti di zia Tina con i De Filippo», mi precisò il nipote, «furono sempre di grande affetto con Peppino e con Titina e di assoluta autonomia nei confronti di Eduardo». Che Tina Pica disponesse di un carattere, come suol dirsi, non dolce di sale, Eduardo De Filippo dovette accorgersene durante le prove di Liolà cui assisteva lo stesso autore Luigi Pirandello. Dopo una serie di interruzioni di Pirandello che, incalzato dai due De Filippo ma soprattutto da Eduardo, esagerava nel darle suggerimenti, Tina Pica scattò: «Voi tre, là, mi sembrate il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ma io non posso lavorare in presenza della Santissima Trinità». La lezione venne perfettamente assimilata da Pirandello ma non dai De Filippo.

Mi raccontò il nipote: «Una volta, scocciata per certi atteggiamenti di Eduardo, la zia Tina non esitò a piantare in asso la compagnia. “Eduà”, disse, “io da qua me ne vado. Ma sono sicura che voi, prima o poi, mi verrete a prendere in automobile”. A quei tempi, bisogna chiarire, la macchina era un mezzo di trasporto che possedevano in pochi, e che veniva affittato dai parenti degli ammalati per andare a rilevare un qualche grosso luminare della medicina. Be’ l’indomani stesso, Eduardo si presentò in automobile sotto la casa di zia Tina, in via Santa Teresa, e la pregò di ritornare a recitare».

Era stato firmato un armistizio autentico: da allora, Eduardo riservò, a Tina Pica, una parte di rilievo in ogni sua commedia. La volle poi, accanto a sé, anche in Palummella zompa e vola, di Antonio Petito, con cui, nel 1954, inaugurò il risorto teatro “San Ferdinando”. Fu, quello, l’ultimo impegno teatrale di Tina Pica.

IL CINEMA

Il cinema, ormai, l’aveva completamente assorbita. Già, nel mondo della celluloide, si era incominciata a segnalare nel 1934, con una partecipazione al Cappello a tre punte, ma nel dopoguerra era diventata il condimento quasi indispensabile di ogni film-commedia.

Il suo vocione d’oltretomba, il suo volto smorfioso (“sturcioso”, anzi) le diedero una popolarità che straripava oltre il personaggio da lei interpretato. I suoi erano, per lo più, ruoli di anziana zitella, o di “bizzoca”, cioè bigotta. «Attenzione, però!», mi fece notare il nipote. «La zia Tina sapeva dare due diverse versioni della donna in preghiera: quella della falsa beghina e quella della cattolica convinta. E anzi, debbo sottolineare, prima di affrontare uno qualsiasi di questi ruoli, la zia Tina, nel timore di arrecare offesa alla divinità, andava a consigliarsi con il suo direttore spirituale. Nessun produttore, nessun regista, riuscì mai a farle fare, nel cinema, qualcosa che potesse turbare la sua coscienza. Lei del resto, ogni mattina, prima di recarsi sul set, entrava in una chiesa e prendeva la comunione». Molti dei soldi che guadagnò, fra il 1957 e il 1960, con i film di cui fu protagonista, li spese per aiutare orfani e carcerati.

Alla sua vita privata, però, Tina Pica concesse molto di più di quanto comunemente non si creda. Ingannati dal suo aspetto fisico, gli ammiratori si ostinarono a ritenerla zitella e magari anche casta; invece ebbe due mariti. Il primo, certo Luigi, un orefice, morì a distanza di pochi mesi dalle nozze, avvenute nel 1918; il secondo, l’appuntato di pubblica sicurezza Vincenzo Scarano, fu il vero compagno della sua vita; si spense nel 1967 dopo più di quarantanni di matrimonio. «Siano benedetti Luigi e Vincenzo», biascicava Tina Pica dopo che fu rimasta per la seconda volta vedova.

Fu allora che, ormai quasi ottantenne, entrò a far parte della famiglia di suo nipote Peppino, figlio di un fratello. Si portò appresso pacchi di santini, tre o quattro statue di Madonne e intere scatole di medagline di Santa Rita. «Prim’ancora di vedere la stanza che le avevamo assegnato», mi raccontò il nipote, «volle sapere se disponevamo di uno sgabuzzino ove allestire una cappella. Poi volle assicurarsi che, in cucina, esistesse una pentola di creta ove mettere a bollire il ragù. Ed è cosi che io me la ricordo: mentre prega e mentre cucina».