Lo sapevi che: Il culto delle anime del purgatorio e’ una storia napoletana, unica al mondo

A REFRISCHE ‘E LL’ANIME D’O PRIATORIO

Una  storia napoletana, unica al mondo.

Di : Gabriella Cundari.

La devozione per le anime del purgatorio nasce a Napoli alla metà del XVII secolo ed è strettamente connessa con la peste del 1656, che ebbe un forte impatto sull’immaginario collettivo.

Nella devozione religiosa di quel tempo, alle Vergini, ai Santi e ai tradizionali patroni celesti, si affianca una fitta schiera di potenze tutelari. Questo registro difensivo è come posto a metà strada, tra il paradiso e la terra, e si fa mediatore tra le potenze del cielo e i fedeli.

La chiesa viene vista in questo periodo come un ossario, un luogo di sepoltura collettiva, proprio a causa del notevole aumento di decessi per la pestilenza che stroncò più di trecentomila vittime.

Ed è in relazione a questa nuova visione terrificante della chiesa e del contatto con la religiosità che nasce la devozione delle anime purganti, gli spiriti in pena, che sono chiamati in causa sia attraverso i suffragi che grazie al fitto scambio simbolico tra vivi e morti. Le anime purganti sono in attesa di procedere verso la dimora eterna: il purgatorio, luogo di transito, diventa così serbatoio di spiriti tutelari.

La frase tutta napoletana “a refrische ‘e ll’anime d’o priatorio”, intende il sollievo per le anime dall’arsura delle fiamme del purgatorio, anche attraverso un’attività meramente pratica, la “pulizia” dei teschi negli ossari.

Ai primi del Seicento viene fondata la chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco (dal 17 al 31 agosto chiusa al pubblico), da Giulio Mastrillo che secondo la storia tradizionale sarebbe stato salvato dall’aggressione di un gruppo di malviventi, da una schiera di anime invocate in suo soccorso.

La fondazione della chiesa d’e cape e morte o d’e capuzzelle, è fondamentale per lo sviluppo del culto delle anime del purgatorio in Campania e rappresenta il centro dello spostamento nella devozione, verso la folla dei poveri dell’aldilà. Questa propensione cultuale ha anche degli esiti nell’architettura.

Le chiese dedicate al culto delle anime del purgatorio sono in genere caratterizzate da statue, bassorilievi o teschi che decorano le facciate e gli interni. Attraverso le ossa soggette al culto, le anime possono tornare tra i vivi e compiere azioni di grazie e giustizia.

Nell’Ottocento si riteneva che veri e propri miracoli fossero concessi in cambio della cura dei crani “adottati”. L’idea delle anime come spiriti minori si riflette anche nei termini diminutivi utilizzati, pezzentelle o capuzzelle o può forse legarsi all’infanzia.

I crani dei bambini erano infatti i più richiesti, ma siccome erano in numero inferiore e di difficile reperimento, ci si poteva addirittura iscrivere in una lista di attesa per “l’adozione”.

Nel Cimitero delle Fontanelle nel Rione Sanità –

 

Originariamente cave di tufo utilizzate durante il periodo della pestilenza come cimitero – si sono accumulate nei secoli migliaia di ossa. Molte di queste sono state adottate, attribuendogli spesso anche dei nomi, per riconoscerli nel mucchio. (c’è su questo argomento un altro post di qualche tempo fa).
A cura del devoto, il teschio poteva essere posto in una teca marmorea o, per i meno abbienti, una scatola di latta.

A queste anime si domandava di tutto, anche di vincere al lotto.

I teschi si ponevano su fazzoletti ricamati, venivano lucidati, puliti e gli si offriva fiori, lumini e corone, adagiandoli infine su morbidi cuscini. Dopo questo rituale l’anima appariva in sogno chiedendo il “refrisco”, la liberazione dalle fiamme del purgatorio, che si otteneva con preghiere e cure e iniziava a raccontare al devoto la sua storia personale.

Se la capuzzella sudava, era buon segno (in realtà l’umidità della cava produce tuttora delle reazioni di condensa sulle ossa), altrimenti stava a significare che l’anima era in sofferenza ed era impossibilitata ad elargire grazie. A questo punto l’animella iniziava a far parte della famiglia, ma guai se non esaudiva le richieste del devoto! In quel caso la capuzzella poteva essere tranquillamente sostituita con una più benevola.

Nel Cimitero delle Fontanelle ci sono alcuni teschi molto famosi: il Capitano, che sfidato dalla saccenza di un giovane sposo che non credeva al culto dei teschi, si presentò il giorno delle sue nozze vestito da carabiniere, mostrando sotto la divisa lo scheletro e spaventando i due sventurati sposi tanto da farli morire di crepacuore.

Secondo la leggenda, anche questi ultimi sono sepolti alle Fontanelle. Dal 1969 il culto delle ossa è stato vietato dal cardinale di Napoli Corrado Ursi, che ha bollato questa pratica come pagana e superstiziosa. Visitando oggi i luoghi di devozione delle anime pezzentelle a Napoli, resta un fascino unico e suggestivo, un misto tra leggenda e folklore che affonda le radici in un passato non proprio lontano, se ancora nel 1980, in seguito al terremoto irpino che costrinse alla chiusura della Chiesa del Purgatorio ad Arco, molti fedeli venivano svegliati nel cuore della notte dalle anime purganti che desideravano ricevere cure.

Ci si sofferma ancora, dinanzi a quei mucchi di ossa, magari lasciando una moneta o un oggetto simbolico, pensando che, forse, quelle anime di passaggio ci possano realmente, ancora ascoltare.

Per dare conto di come sia interessante la visita per i turisti, vi trascrivo un giudizio pubblicato da Trip Advisor:

“Esperienza da fare, ci si cala nel sacro e profano della antica Napoli, ritengo sia fondamentale andarci “guidati”. La guida che ci ha accompagnato (un ragazzo di un gruppo “KARMA” che eventualmente trovate in rete) . Da non perdere, principalmente per tutti i napoletani che ancora non conoscono questo posto”