SAN GIUSEPPE E SAN LORENZO

Dal 1779, con la divisione della città in dodici quartieri, San Giuseppe e San Lorenzo si dividono l’area più antica del centro di Napoli, custodi del patrimonio di identità storica e delle testimonianze plurimillenarie che non smettono di sorprendere e inquietare intellettuali di ogni intonazione, viaggiatori in cerca di avventura, cittadini orgogliosi e disorientati.

La città greco-romana ‘riemerge’ in spazi inaspettati. Chiese, palazzi, giardini, che le vicende  alterne dei secoli hanno risparmiato, si intrecciano all’antico e alle nuove costruzioni e proiezioni in quell’amalgama di struttura urbana, di sonorità, di umori, che distingue indelebilmente la civiltà di Partenope nel teatro globale dell’omologazione in agguato.

Il quartiere prende il nome dalla chiesa di San Giuseppe Maggiore (fondata nel Cinquecento dalla Congregazione dei falegnami, restaurata nel 1845 e demolita nel 1934), delimitato a occidente da via Toledo, a mezzogiorno dal vico della Concezione e piazza Municipio (San Giacomo degli Spagnoli ), a oriente da via Medina e via del Cerriglio fino al Pallonetto Santa Chiara, a settentrione da San Pietro a Majella e via Tribunali.

È il luogo di elezione del potere secolare e spirituale dei grandi ordini monastici, al di là della strada di Monteoliveto, con le insulae di Santa Maria la Nova, Santa Chiara, Gesù Nuovo, San Domenico Maggiore e San Pietro a Majella.

Neapolis, fondata nel secondo quarto del V secolo a.C. sulla collina di Sant’Aniello a Caponapoli, relega infine il vecchio insediamento di Parthenope (localizzata sul promontorio roccioso di Pizzofalcone), al nome e al ruolo di Palepolis, città vecchia.

L’impianto urbanistico viene riorganizzato in forme geometriche ortogonali, ancora ben individuabili, con tre assi viari orientati est-ovest (plateiai, i decumani romani) corrispondenti a via Anticaglia/via Santi Apostoli, via dei Tribunali, via San Biagio dei Librai che, perpendicolari a strade di dimensioni inferiori orientate nord-sud (stenopoi, i cardi romani), delimitano la trama fitta di isolati. Le necropoli più antiche occupano, sul versante orientale, l’area nei pressi di Castelcapuano; su quello occidentale, il perimetro tra piazza Carità e Palazzo Reale, evidentemente sull’asse che collegava Pizzofalcone alla città nuova.

Già ‘alleata-navale’ di Roma dalla fine del IV secolo a.C., Neapolis, tenuta a prestare la flotta senza indugi in caso di necessità, abdica definitivamente ad ogni autonomia politica nel corso del I secolo a.C., quando diventa municipium romano a tutti gli effetti, appendice organica della vita politica e militare della capitale.

 Nel Cinquecento, il ‘piano urbanistico’ del viceré Pedro de Toledo sfiora il quartiere: indagini della Soprintendenza Archeologica, in occasione dei lavori per la costruzione della stazione della linea 1 della metropolitana, hanno portato alla luce in piazza Dante materiali di epoca romana e tracciati stradali sovrapposti, con le relative opere di contenimento e terrazzamento, dall’epoca medievale all’età vicereale, insieme alla presenza di una cava di tufo in uso fino all’epoca moderna. Le mura vicereali inglobano parte delle fortificazioni più antiche: Port’Alba (1624) viene realizzata nel luogo dove già esisteva un varco nel torrione trecentesco.

Nel 1588 è la volta delle ‘cisterne dell’olio’, accanto all’area del monastero di San Sebastiano (oggi Liceo-Convitto Vittorio Emanuele II), demolite in seguito ma sopravvissute nella memoria della via omonima.

L’impianto greco romano del quartiere, imperniato sulla pianta ippodamea della fondazione e sulla continuità di comunità residenti che non hanno mai smarrito del tutto il dna della fondazione, non subisce alterazioni rilevanti: ristrutturazioni e ‘nuove’ costruzioni – come i monasteri di Santa Chiara (1325) o di San Domenico Maggiore (1283, modificato nel Quattrocento dalla dinastia aragonese)

Tra fine Settecento e inizio Ottocento, palazzi signorili e botteghe artigiane ‘di lusso’, in primis guantai e librai, aggiungono nuovi tasselli di storia e tradizioni. Il progetto del Foro Carolino (ora piazza Dante, 1757, Luigi Vanvitelli), esedra elegante per la statua equestre del re Carlo di Borbone, si innesta sul largo detto Mercatello, per il mercato settimanale del mercoledì, riservato negli altri giorni a passeggiate a cavallo e lezioni di equitazione.

L’intervento di Gae Aulenti per la stazione della metropolitana si innesta su questa eredità.

nel periodo francese, all’interno di uno dei chiostri dell’abbazia di Monteoliveto espropriata (1808), si dà avvio al mercato alimentare pubblico. Il monastero, da allora, assumerà le funzioni più disparate: da caserma di fanteria a sede di uffici e di istituzioni culturali (il Real Istituto di Incoraggiamento), come d’altronde il convento di San Sebastiano, sede del parlamento nel 1820 e quello di San Pietro a Majella, Real Conservatorio di Musica dal 1826. Le chiese più antiche, restaurate, San Domenico Maggiore (che assume forme ‘neogotiche’, 1850-1853), Santa Maria la Nova (che riacquista l’assetto originario rinascimentale, 1859), rinascono, le piazze, dopo l’Unità, vengono ‘arredate’ con monumenti celebrativi (la statua di Dante nell’ex Foro Carolino, la fontana del Nettuno, o Medina, trasferita nel 1898 a piazza Borsa nell’ambito dei lavori del Risanamento), ma la fisionomia del quartiere resiste.

Solo nel Novecento l’area caratteristica della Corsea viene demolita per fare spazio al rione Carità: l’‘Alto Commissariato per Napoli e la Provincia alle opere pubbliche’, longa manus urbanistica del Regime, istituisce una commissione con il compito di pianificare gli interventi da realizzare, antefatto del piano regolatore che resterà l’unico riferimento normativo fino al 1972.

Archiviate come antieconomiche le opzioni di salvaguardia, nel 1934 prevale la logica della demolizione integrale del tessuto edilizio preesistente (con la conservazione delle sole emergenze artistiche di particolare interesse), con buona pace dei propositi di bonifica e di tutela del territorio. Un programma imponente di riassetto – su un’area di circa 140 mila metri quadrati, delimitata a nord da via Monteoliveto, a ovest e a est da via Toledo e via Medina e a sud da piazza Municipio e Palazzo San Giacomo – interviene su uno dei quartieri più popolari e ‘vissuti’ del centro cittadino; per mettere in opera una cittadella finanziaria moderna firmata dai protagonisti della scena architettonica napoletana e nazionale del tempo, che verrà completata, dopo l’interruzione della guerra, solo negli anni dell’amministrazione Lauro.

Nel maggio 1931 iniziano le demolizioni: con il rione della Corsea, ricco di botteghe e laboratori artigianali, scompaiono due teatri storici (il Nuovo e il Fiorentini), il mercato voluto da Gioacchino Murat nel 1811, la chiesa di San Tommaso d’Aquino (sopravvive il nome in una traversa su via Medina) e la chiesa di San Giuseppe Maggiore, demolita tra il 1934 e il 1936. Risultato, due piazze di nuova concezione: piazza Carità (con il palazzo INA e la sede dell’Ente autonomo Volturno, di Marcello Canino) e piazza delle Poste (piazza Matteotti, con l’edificio di Vaccaro, il palazzo della Provincia e palazzo Troise), e un sistema di interventi complementari, incuneati nei chiostri del convento di Monteoliveto – il palazzo delle Poste, appunto,  e l’altro edificio INA (di Chiaromonte) – o distribuiti sul tracciato nuovo di via Diaz, prolungamento di via Sanfelice, con gli interventi, rivalutati dalla critica contemporanea, degli architetti Canino, Chiaromonte, Biasini, Guerra. I coloni della Magna Grecia si mescolano ai cittadini ‘moderni’ generati dal revival monumentale di ispirazione classica.