Lo sapevi che a Napoli si praticava l’imbalsamazione?

A NAPOLI SI PRATICAVA L’IMBALSAMAZIONE: LE MUMMIE ARAGONESI

LE MUMMIE ARAGONESI. Erodoto parlò di mirra, vino di palma, olio di cedro. La scienza aggiunse che per l’imbalsamazione venivano impiegate anche cera d’api o sostanze resinose, e mai bitume, come invece si presupponeva. Tuttavia, stiamo parlando di corpi mummificati intorno alla I dinastia egizia, tra il 3000 e il 2000 prima della nuova era, insomma – salvo qualche raro caso che risale all’alba della prima età cristiana e ad alcuni sporadici rinvenimenti a Comiso e nel messinese –, al più tardi di quattromila anni fa. Si può immaginare, quindi, la sorpresa quando furono scoperti quarantadue feretri risalenti al Rinascimento aragonese che contenevano mummie in perfetto stato di conservazione, quasi tutte di nobili e di reali, in pieno centro storico della città di Napoli: nella sacrestia monumentale della basilica di San Domenico Maggiore.

La chiesa, già di per sé, è un luogo misterioso quanto sconosciuto, una concentrazione di magnetismo e simbolismo cui va accreditato quest’ulteriore valore aggiunto che non conosce quasi nessuno, un tesoro che va al di là di ogni immaginazione.

La morte è una cosa seria. Nessuno lo sapeva meglio degli antichi egizi. E, a Napoli, i figli dei faraoni erano di casa. Gli alessandrini abitavano la Regio nilensis ai confini di Spaccanapoli, e ancora oggi alcune vie ricordano la loro presenza. Basti ricordare piazza Nilo, il Sedile del Nilo (o del Nido, eredità delle antiche fratrie) e la statua del Corpo di Napoli, il loro segno più tangibile, si potrebbe dire: il dio fiume sotto forma di un vecchio barbuto che allatta dei putti, ritratto con una sfinge (trafugata e ritrovata in Austria nell’anno 2013) e la cornucopia dell’abbondanza. Doveva essere in prossimità di un tempio, forse quello di Iside di cui furono cancellate le tracce, così come sparì per un lungo periodo la stessa scultura che fu recuperata in età medievale (all’incirca nel 1100), ancorché decollata, così da farla inizialmente prendere per una figura femminile: «una donna bellissima che nutriva cinque fantolini soi figlioli», come raccontò un’anonima cronaca famosa del Trecento (Cronaca di Partenope). L’archeologo Bartolomeo Capasso ipotizzò che tutta l’area doveva essere particolarmente movimentata dai nilesi che occupavano anche l’odierna via Mezzocannone, tutto girava intorno al luogo di culto della dèa, ricco di «tabelle votive, che attestavano le grazie ricevute dal Nume, e numerose erano quelle dei marinai scampati da naufragi. Stavano sedute avanti la porta del tempio e vestite di bianco le donne che cantavano le lodi della dea salutare, e si trascinavano carponi con la faccia sul pavimento del tempio quelle che pregavano per la salute dei loro cari» (B. Capasso, Napoli greco-romana, 1905).

La morte, a Napoli, non è mai definitiva. Da una parte la cultura greco-romana, dall’altra quella egizia, hanno fatto del trapasso un cammino tra diversi piani della realtà, e il culto sopravvissuto dei defunti e delle anime pezzentelle che cercano refrigerio con un gesto d’amore e d’accoglienza lo afferma chiaramente. Qui, a parte le confraternite che “curano la morte”, fu addirittura costituito un ordine cavalleresco, un sodalizio fondato nel 1352 riservato esclusivamente ai “primi” nobili del regno. Gli eletti si adunavano nei saloni del Castel dell’Ovo il giorno di Pentecoste che aveva sostituito la celebrazione di Calendimaggio: l’Ordine del nodo. I “cavalieri erranti” ammessi alla tavola del re, nel loro monumento funerario, si sono fatti ritrarre con l’emblema dell’ordine, un glifo apotropaico di passaggio nell’aldilà, un nodo che ha tutta l’aria di essere il tjet egiziano o il Nodo di Iside, che identifica la vita eterna e l’amore divino. Iside è la regina della morte, e coordina altre divinità. Il dio con la testa di canide, innanzitutto lui, Anubi: presiede all’imbalsamazione, e dai romani fu assimilato a Hermes psicopompo, il traghettatore di anime.

Nessun’altra arte sacra dell’antichità ha affascinato quanto quella della mummificazione.

Il corpo doveva essere preservato perché lo spirito del defunto potesse ritrovarlo e occuparlo di nuovo. Questa cultura, per così dire, infettò pure la corte aragonese la quale disseminò le opere napoletane di simboli ermetici che fissò in mura, archi e portali. Nella Camera sancta della basilica di San Domenico Maggiore nell’omonima piazza, invece, gli aragonesi organizzarono una camera ardente speciale, una stanza sepolcrale per ingannare la morte, e perciò, evidentemente, denominarono le loro cassa mortuarie Arche: il senso etimologico di “protezione”, “riparo” o custodia – qui inteso come difesa della vita a ri-venire – sembra molto appropriato. Sopra un ballatoio a mezza altezza – a circa quattro metri –, lungo tre lati della sala affrescata, sono disposte quarantadue bare in abete, pioppo o castagno sovrapposte su due file, alcune delle quali contrassegnate da epigrafi e dai simboli del potere regio. Sono sopra la tribuna lignea dal 1709 – in precedenza erano nell’abside ottagonale della chiesa – e compongono un tesoro unico poiché, oltre alla buona conservazione delle mummie, si conosce esattamente la loro identità, per cui la curiosità degli storici ha potuto navigare come non mai tra i flutti dell’era in cui vissero i defunti, tra il XV e la metà del XVII secolo. Inoltre, malgrado alcuni cadaveri siano stati razziati dei propri beni che li accompagnavano nel loro viaggio nell’aldilà, e alcune casse siano state trovate vuote, l’abbondanza di vestiti, broccati, gioielli e armi recuperate rendono il tutto un capitale inestimabile, benché sconosciuto ai più.

Uno degli aspetti più interessanti emersi dagli esami scientifici è che non tutte le mummificazioni sono artificiali, cioè praticate dagli imbalsamatori: ben sette casi, infatti, sono risultati di una mummificazione naturale causata, probabilmente, dalle condizioni microclimatiche napoletane del Cinquecento e del Seicento che dimoravano nella basilica di San Domenico Maggiore. Anche tale aspetto doveva essere noto giacché, nella cripta della chiesa, alcuni locali furono adibiti alla scolatura dei cadaveri, con sedute per i morti e letti sabbiosi per raccogliere i liquidi in decomposizione dei defunti.

I sepolcri reali di San Domenico Maggiore sono l’arca (aragonese) per il viaggio di Iside. A quanto pare, però, la maggior parte dei nobili e dei re imbalsamati, non riuscì a fare a meno di portarsi nell’aldilà le proprie malattie, molto terrene per quel che è emerso dalla ricerca, spesso legate a una sessualità libera, o promiscua, come diremmo oggi. Tuttavia, è pur sempre meglio della plastinazione, la morte di plastica tutta moderna.

fonte: Maurizio Ponticello