LEICESTER CITY FOOTBALL CLUB: COME TE (QUASI) NESSUNO MAI

    Leicester

    Leicester come il Verona di Bagnoli o il Napoli di Maradona?

    L’incredibile impresa del Leicester, vista nel contesto del calcio italiano, trova forse un unico riscontro, ovvero nel Verona ’84-’85 di Osvaldo Bagnoli. Ragionando sulla storia moderna, le volpi di Ranieri non possono infatti essere paragonate a nessun altro club giunto occasionalmente alla conquista della nostra serie A.

    Non al Torino 76, perché alla base di quel successo c’era un’innovazione tattica: il pressing all’olandese portato da Radice, che trovò impreparata la concorrenza italiana, basata ancora sul calcio pane e salame. Inoltre il Toro era già giunto secondo due anni prima, la sfida alla prepotente JuveFiat era già lanciata. Non alla Samp 91, perché quello scudetto fu il coronamento di un ambizioso progetto di Mantovani, che portò a Genova i migliori talenti giovani dell’epoca (Mancini e Vialli su tutti, ma anche Pagliuca, Mannini e Pari) facendoli maturare a fianco di campioni affermati come Wiercowod, Cerezo e Dossena. Uno scudetto cercato e voluto, a cui fecero da contorno quattro Coppe Italia, una Coppa delle Coppe ed una finale di Coppa Campioni persa col Barcellona.

    Non al Napoli di Maradona, perché se prendi il numero uno al mondo, e poi gli costruisci una squadra intorno, due scudetti sono una logica conseguenza, quasi il minimo sindacale, visto che ancora qualcuno ci deve spiegare come fu buttato via il terzo. Non alle due romane, i cui scudetti furono pagati a carissimo prezzo con investimenti folli, che hanno poi mandato in bancarotta Sensi e Cragnotti. Non al Cagliari del 70, composto per metà da nazionali affermati (Albertosi, Cera, Domenghini, Boninsegna, Riva) che ai mondiali del Messico portarono l’Italia addirittura in finale. L’unico possibile paragone è quello con il Verona. Città piccola, palmares nullo, budget contenuto, aspettative minime – da salvezza o poco più – giocatori da riciclare, tecnico realista.

    Il Verona di Bagnoli come il Leicester?

    Il primo importante punto di contatto è che il Verona centrò il titolo proprio nell’anno in cui il calcio italiano venne considerato all’unanimità come il più ricco e di qualità del mondo. Nell’estate 1984 arrivarono Diego Maradona, il re dei re e con lui Rummenigge, Socrates e Junior, gli ultimi fuoriclasse che mancavano alla serie A. Zico, Platini, Boniek, Falcao, Cerezo, Passarella, erano già tutti qui. L’onda del mundial 82 non si era ancora infranta, così l’Avellino si permetteva Ramon Diaz e l’Ascoli Dirceu, stelle sudamericane di prima grandezza. La stessa cosa sta succedendo adesso in Premier: spese folli, ingaggi altissimi, qualità individuale media elevatissima. Un movimento al picco massimo di espansione. Il secondo punto comune è rappresentato dalla situazione dei giocatori della rosa. Svalutati da stagioni fallimentari. Il Leicester si era salvato per miracolo lo scorso maggio, vincendo le ultime partite ed è stato riproposto quasi invariato al via di questa stagione. In quel Verona Fanna e Galderisi avevano fallito alla Juve, Di Gennaro alla Fiorentina, Tricella all’Inter, Marangon alla Roma, Garella alla Lazio. Una squadra fatta di scarti, che seppe trovare dentro se stessa motivazioni incredibili. Il terzo punto è tattico. E consiste nella semplicità del gioco. Quella che ha consentito agli uomini di Ranieri di azzeccare quasi sempre le scelte individuali. Un normalissimo 4-4-2, ma applicato ad alta velocità e giocato a due tocchi, con enorme spirito di sacrificio. Questo gioco è risultato anche piacevole per il pubblico, estasiato dalla lucidità e dalla condizione fisica dei giocatori, rimasta incredibilmente costante. Come quel Verona basato sulla difesa accorta e sul contropiede di Fanna ed Elkjaer, pescati da essenziali lanci lunghi. Altre importanti affinità: la modalità e lo stato d’animo dei protagonisti e degli sportivi. Partenza buona, primato in classifica dopo poche giornate, e tutti a chiedersi quanto sarebbe durato, a pronosticare l’inevitabile crollo. Come accadde per i gialloblu di Bagnoli, la cui marcia si fece via via più sicura, e complice il sorteggio arbitrale (subito abrogato dalle grandi, visto che la Juve giunse sesta…) il vantaggio si fece sempre più consistente, senza alcun crollo fisico ed emotivo. Bagnoli faceva ogni domenica le stesse simpatiche dichiarazioni del Ranieri di oggi: ci divertiamo, diamo tutto senza pressioni, comunque vada sarà un successo… visto che l’obiettivo era la salvezza.

    Di quel Verona rimase poco. Solo il portiere Garella vinse un secondo scudetto (con il Napoli di Maradona) gli altri mai più nulla, allenatore compreso. Fanna all’Inter e Galderisi al Milan non seppero ripetersi, mentre Briegel alla Samp fece da comprimario o poco più. Certe favole non si ripetono facilmente. Non sappiamo che ne sarà delle volpi di Leicester, e solo per Mahrez e Kantè (vista anche l’età) è al momento ipotizzabile un futuro in una squadra maggiore. La caratura di questi giocatori era infatti considerata non all’altezza della Premier, al massimo della seconda divisione. A settembre li aspetta la musichetta della Champions. Ecco come venivano presentati. Kasper Schmeichel la brutta copia del padre, i centrali Morgan e Huth lenti e scarsi, l’autriaco Fuchs un giocatore inutile (non ha sbagliato una palla in tutto l’anno) Albringhton un peso nell’Aston Villa, Drinkwater un signor nessuno. Soltanto l’argentino Leonardo Ulloa, sia pure oggetto di ilarità per la sua lentezza, era un calciatore più o meno conosciuto. Okazaki, uno dei pochi acquisti estivi, avrebbe dovuto essere la sua riserva, così come il francomaliano Kantè avrebbe dovuto esserlo dello stagionato Gokhan Inler. Infine Jamie Vardy, l’emblema di questa bella storia che ha infiammato il mondo intero. Lui pare avere fatto un patto col diavolo: dalla quarta serie al titolo di campione d’Inghilterra, con tanto di convocazione in nazionale.

    Come se Antonio Toma, detto Maratoma, famoso funambolo salentino da categorie minori, si fosse trovato improvvisamente a segnare a raffica in serie A, a San Siro come all’Olimpico, allo Juve Stadium come al San Paolo. Quasi ogni maledetta domenica. A “faccia da pub” Vardy è successo. Un giorno, in sede di giudizio universale, qualcuno potrebbe presentargli il conto.

    GIUSEPPE LIBERTINO