L’ambiguo specchio della napoletanità

La Napoletanità spiegata da Raffaele la Capria

 

In nessuna città come a Napoli c’è un culto così ossessivo del proprio passato.

Fiorisce al riguardo tutta una letteratura fatta di memorie pettegolezzi aneddoti cronache minute e curiosità varie, che nutre un esercito di topi di biblioteca e di libreria quasi più numeroso di quello che frequenta il sottosuolo della città.

Questa “Napolimania”, questa fissazione su Napoli, trova spazio e lettori su giornali e pubblicazioni locali, e molto spesso è l’occasione di dispute capziose che vertono su questo o quell’aspetto dello specifico partenopeo, su quel qualcosa di indefinito e di indefinibile che ne costituirebbe la vera essenza.

È una specie di Rispecchiamento Generale in cui si attardano ben volentieri appena gli capita i miei concittadini (e io stesso in questo libro), e nasce di certo dal narcisismo proprio di ogni Grande Capitale della Decadenza – condannata all’autocontemplazione e non allo sviluppo – ma anche e in particolare dalla ricerca di un Modello Originario nel quale meglio sia possibile riconoscere un’identità che si sente ogni giorno più compromessa.

Questa ricerca di un Modello da imitare io credo sia cominciata all’inizio dell’Ottocento, quando i napoletani costretti dalla Storia a dubitare forse per la prima volta di se stessi, si chiesero se esisteva, appunto, un patrimonio peculiare della loro civiltà cui appigliarsi: se esisteva, cioè, la “napoletanità”. E poiché certamente esisteva – perché questa ricerca era anche uno stato d’animo e un sentimento collettivo – si chiesero se se ne poteva parlare o era cosa ovvia, come è ovvio che esiste la venezianità la milanesità e così via.

E però come mai ancor oggi, dopo più di un secolo e mezzo, a Napoli si parla in modi sempre controversi di “napoletanità” mentre non risulta che a Venezia si faccia tanto parlare di venezianità o a Milano di milanesità? E come mai, se lo si fa, non si avverte mai, a Venezia a Milano o altrove, quella concitazione e quella nascosta apprensione, o quella ripulsa, che si avvertono invece quando un napoletano parla di “napoletanità”?

Suppongo che questo accada perché la “napoletanità” è stata usata (magari all’insaputa dei suoi stessi utenti) per servire a uno scopo, mentre la venezianità o la milanesità non lo sono state, e perlomeno non allo stesso modo. La “napoletanità” cominciò ad essere usata dalla piccola borghesia napoletana in un primo tempo per istinto di conservazione – per sopravvivere, quasi nascondendovisi dentro – e poi man mano per affermare sempre più la propria egemonia fino a trasformare quello che era uno stato d’animo e un sentimento collettivo in una sorta di ideologia strisciante, confusa e pervasiva, che mirava alla totale piccolo-borghesizzazione della città.

Questo processo dovette avere inizio quando la controrivoluzione plebea del 1799 affogò nel sangue ogni velleità della borghesia (quella, rivoluzionaria ed europea, degna del nome) di proporsi come classe dirigente. La paura suscitata da quegli avvenimenti, soprattutto negli strati intermedi della popolazione, dovette essere enorme, traumatica, e definitiva. Ed ecco allora spuntar fuori provvidenziale l’ideologia casalinga, accomodante, nient’affatto rivoluzionaria, che conveniva alla nuova classe media ascendente: la “napoletanità”, un’astrazione che accomunava tutti sotto la stessa bandiera.

Certo è facile per me lavorare di fantasia su questi temi, senza l’obbligo che ha lo storico di provare coi documenti ogni sua affermazione e ogni sua supposizione. Me ne rendo ben conto, e visto che ci sono, poiché non ho neppure gli obblighi del sociologo, ne approfitto per parlare della “napoletanità” come mania (o fissazione) e, se mi è consentito, come stramberia (o disturbo psicosociale) dei napoletani. Mi servirò a tal fine di uno studio molto noto di Binswanger sul Manierismo nella Vita e nell’Arte, di cui riporterò tra virgolette, non le citazioni letterali, ma i concetti essenziali. Dice infatti Binswanger che «come il manierismo artistico trasforma qualcosa che è cresciuto naturalmente – la classicità – nell’atmosfera irrigidita dell’intenzione osservativa, così il malato affetto da manierismo traspone la sua natura originale nell’atmosfera dell’intenzione di attività, e allora anche i gesti, le manifestazioni mimiche e linguistiche non sono più in lui movimenti espressivi bensì azioni intenzionali». Ebbene anche il napoletano ha trasferito la sua natura originale nell’intenzione di attività da quando “fa il napoletano”, e lo “fa” anche perché la “napoletanità” gli ha fornito un modello da imitare, e chi imita non si esprime mai naturalmente. «Dove qualcosa cresce esistono radici, quel che non cresce non mette radici in nessun luogo, ed avvizzisce. Nell’atmosfera fissa dell’intenzione perciò non è possibile espansione o fioritura. Quel che non cresce e si espande “da sé”, perde anche la grazia naturale dell’esistenza. Infatti là dove l’esistenza si stacca dal suo fondamento, e perciò manca le proprie possibilità più autentiche, là essa fallisce.»

Ebbene anche il napoletano da quando le sue radici non affondano più nel terreno che le nutriva ha cominciato ad avvizzire, a ripiegarsi in una contemplazione di sé, a fissarsi in un modello, che non permette crescita alcuna. La “napoletanità” non è un fondamento, è una creazione artificiale nata da una autentica nostalgia collettiva di uno stato precedente definitivamente perduto. Così anche il napoletano ha perduto “la grazia naturale dell’esistenza”, quell’Armonia che esprimeva fino a tutto il Settecento la pienezza del suo mondo. Anche il napoletano, senza più il suo fondamento, staccato da tutto ciò che giustificava il suo essere-nel-mondo, si è sentito destinato a mancare la propria esistenza e a fallire. Egli si è opposto a questo suo destino incombente e ha cercato di sottrarvisi con uno sforzo intenzionale, e forse proprio da questa drammatica intenzionalità (di preservare la propria autenticità) è nata la “napoletanità”, e l’idea protettiva di una patria napoletana che possa ricollocarlo al suo posto nel mondo. E accade – come appunto spiega il Binswanger nel suo studio – che «la volontà con uno sforzo intenzionale cerca un surrogato del “naturale originario” imitando con una diligenza spinta fino all’eccesso un modello precostituito. Dietro quel modello (o tipo), attraverso la maschera di quello, si cerca disperatamente di nascondere l’angoscia di non-essere, di aver perduto fiducia in quel mondo cui pur si appartiene, di sentirsi estranei spettatori di se stessi». Ebbene, quanto tutto questo sia napoletano ogni napoletano sa. La ricerca di quel modello precostituito, quella fissazione (in un modello) è appunto la “napoletanità”. Essa è lo specchio in cui il napoletano si fissa diventando per sempre lo spettacolo di se stesso.

E quando infine il Binswanger afferma che «tutti gli stili veramente forti presuppongono un altro stile precedente, ma in quanto radice non in quanto modello, non come qualcosa che va imitato», ebbene io non posso fare a meno di pensare, rapportando ancora una volta l’osservazione al napoletano, che questo stile precedente, che è radice, nessuno oggi a Napoli sa più cosa sia. È stato sradicato o amputato, ed è rimasto solo il suo guscio vuoto, il suo modello, la sua fissazione: la “napoletanità”.

Eppure, nonostante tutto, non me la sentirei di liquidare la “napoletanità” come una malattia dello spirito del napoletano, e di condannarla come qualche cosa di negativo. Essa in realtà, proprio per la sua drammaticità e per le sue contraddizioni, proprio per il particolare momento storico in cui si è manifestata, proprio per i motivi per cui inconsapevolmente o consapevolmente è stata usata e strumentalizzata, fino a diventare una strisciante ideologia piccolo-borghese, per tutto questo complesso di ragioni, essa si è convertita in una molto particolare forma di civiltà: che nasce e si trova solo a Napoli ed è unica e autosufficiente. E perciò a questo punto si può rispondere, che sì, esiste, è sempre esistito un patrimonio peculiare della civiltà napoletana; ma esiste nella forma detta “napoletanità” solo da quando i napoletani hanno cominciato a domandarsi se davvero esisteva, solo da quando hanno cominciato a cercarlo, solo da quando hanno smarrito la propria autenticità.

È la “napoletanità” – anche come malattia, anche come stramberia, anche come mistificazione – che ha reso così civile il napoletano, il cittadino napoletano. E per accorgersene basta uscire appena fuori dalla cinta della città in uno qualsiasi dei suoi sobborghi, e ritrovare quell’ispido selvaticume del contado, immediatamente percepibile nei toni gutturali d’un dialetto privo di ogni musicale accento (e perfino nella vicinissima Capri cosmopolita lo si avverte). È la “napoletanità”, questo gioco dell’apparire e dell’essere che ha trasmesso nel napoletano cittadino quell’aria così europea, così scanzonata, quella finezza dello spirito, che si ritrova anche negli strati più incolti della popolazione. È la “napoletanità”, questo sotterfugio, che attraverso la spettacolarizzazione di sé ha dotato il napoletano di un così raro senso dello humour e dell’ironia. È la “napoletanità”, questa nostalgia di uno stato precedente ormai irraggiungibile, la vera fonte della sua malinconia. È la “napoletanità”, questa menzogna, che lo ha reso così lieve, così pronto a non prendersi sul serio. È la “napoletanità”, questa interrogazione sulla propria legittimità-ad-essere che lo ha reso così inquieto e irrequieto. È la “napoletanità” che gli fa preferire il bello al vero, il sentimento al pensiero… E comunque il napoletano però non si riconosce, non si vorrà mai riconoscere, nel modello che gli offre lo specchio inane della “napoletanità”. Egli sa di non essere quello, lo rifiuta e a volte ne è disgustato. Ma non sa cosa potrebbe essere al di fuori di quello. Ed è dunque con un misto di attrazione e repulsione che egli si contempla, e anche questo suo atteggiamento nei confronti della “napoletanità” fa parte della sua “napoletanità”, perché la “napoletanità” è inevadibile per lui; e ne fa parte anche sapere che questo circolo vizioso è cosa relativa e da non sopravvalutare, perché ognuno è condizionato da qualche cosa e deve confrontarsi con quella, deve superarla, prima di confrontarsi con le cose che contano.

A questa forma di civiltà determinata dalla ricerca della “napoletanità”, o consistente nella “napoletanità” stessa, contribuì tutta la cultura napoletana dell’Ottocento e Novecento, ma proprio perché vi contribuì si distaccò dal grande filone della cultura precedente, quella dello “stile forte” dei Vico, dei Genovesi, dei Filangieri, e assunse connotazioni sentimentali o piccolo-borghesi. Così come il dialetto si staccò dalle sue radici più autentiche, quelle radici che furono forti e vigorose, e nutrirono di così varie linfe il Pentamerone del Basile, vera summa del dialetto napoletano. Tutti gli artisti che operarono sotto il segno della “napoletanità”, in lingua o in dialetto, portano nella loro opera questo segno come un limite, una chiusura, una rinuncia e una ferita, che talvolta rese toccanti le loro pagine, ma raramente ne garantì l’universalità, quell’universalità che Vico, e gli altri dello “stile forte”, respirarono naturalmente.