La storia politicamente scorretta delle statue dei re del palazzo Reale

«C’era una volta un re…e le sue statue».

Anzi, otto: i sovrani di Napoli, che però non furono soltanto otto, come sembrerebbero suggerirci le statue poste in ordine cronologico e dinastico nelle nicchie della facciata del palazzo Reale.

Prima che nel 1754 Luigi Vanvitelli ne riempisse la metà, e le mettesse sotto il suo tipico decoro della valva di conchiglia a mo’ di cappello, erano degli spazi vuoti: le arcate del portico che rendevano instabile l’edificio gravando eccessivamente sui pilastri.

Da quell’anno trascorse, però, ben oltre un secolo: i francesi subentrarono ai Borbone e i Borbone di nuovo ai francesi finché arrivarono i Savoia alla conquista del Sud, e nel 1888 il re sabaudo Umberto I decise di celebrare il Regno di Napoli riempiendo quei vani con le sculture dei principali regnanti della città, e poi di inserire, come una ciliegina sulla torta, lo stemma dei Savoia sopra l’ingresso della reggia.

Ma fu davvero un omaggio alla storia di Napoli?

Oppure fu un modo per legittimare la dinastia sabauda e porla in testa alla singolare classifica?

Partendo da piazza Trieste e Trento, la prima scultura ad aprire il corteo reale è quella di Ruggero il Normanno (di Emilio Franceschi);seguono: Federico II, lo Stupor mundi (di Emanuele Caggiano), Carlo d’Angiò (di Tommaso Solari) e Alfonso V d’Aragona, il Magnanimo (di Achille D’Orsi). Sull’altro lato, in cima allo schieramento regio, c’è Carlo V d’Asburgo (di Vincenzo Gemito), poi Carlo III di Spagna (di Raffaele Belliazzi), Gioacchino Murat (di Giambattista Amendola) e il primo re dell’occupazione piemontese, Vittorio Emanuele II (di Francesco Jerace).

L’elenco delle statue che scelse re Umberto I di Savoia appare quanto mai strano: perché sotto la statua di Carlo III di Spagna, che a Napoli era re Carlo VII di Borbone, non fu inciso il titolo regale partenopeo?

E per quale motivo fu invece glorificato Vittorio Emanuele II, che non governò Napoli in quanto re d’Italia?

Il retropensiero di re Umberto I sembra manifestarsi: egli si adoperò per obliare la memoria dei Borbone ed esaltare quella dei Savoia, il cui campione in marmo, guarda caso, è il più maestoso di tutti nonché l’unico con la spada sguainata in segno di dominio, la lama fuoriesce addirittura dalla nicchia di Vanvitelli.

I napoletani, però, ironici e irriverenti, per neutralizzare con un sorriso la faccenda, già nell’Ottocento elaborarono un aneddoto che ancora oggi si racconta ai turisti, una favoletta che sembra innocente ma che tanto innocente non è:

“Carlo V d’Asburgo, con il dito puntato verso il basso, con tono inquisitorio domanda chi abbia urinato a terra; Carlo III di Spagna, il re Borbone depennato dalla dinastia e rappresentato come un damerino di pietra, quasi scandalizzato afferma di non essere stato lui; Gioacchino Murat, il reggente francese in carica pochi anni, sfrontato e con la mano sul petto ammette di essere il responsabile del gesto e sfida gli altri: «E allora?».

Vittorio EmanueleII, che chiude le fila e si pone come giustiziere, propone una punizione esemplare e lo minaccia con il ferro estratto di tagliargli le gioie di famiglia”.

«C’era una volta un re…».

Fonte: Agnese palumbo, il giro della citta’ di Napoli