Lo sapevi che la Pignasecca prima di diventare un grande bazar era un orto?

La Pignasecca prima di diventare un grande bazar era un orto

La Pignasecca prima di diventare un grande bazar era un orto? “l’aria campestre … il lieto sguardo nel sole di levante … furono invito ai medici perché vi mandassero i loro convalescenti a restituirsi in buona salute. andiamo alla salute gridava il popolo sollazzevole e bevitore...[Giovan battista chiarini, 1870]

La Pignasecca  era un orto

prima di tramutarsi in grande bazar per le esigenze più variegate, era nel Cinquecento un orto dei Pignatelli di Monteleone (il Biancomangiare), esterno alle mura cittadine, meta di gite campestri salutari.

“Avrebbe assunto il nome attuale, secondo la leggenda, quando uno dei pini (pigna, in lingua napoletana) sopravvissuti nella piazza, sul quale le piche (uccelli dalle stesse attitudini delle gazze ladre) depositavano oggetti preziosi trafugati nelle case circostanti, si sarebbe ‘seccato’ quasi istantaneamente per l’affissione sul tronco della scomunica contro gli autori misteriosi dei furti emanata dalle autorità” (Gennaro Aspreno Galante, 1872).

Centro del borgo, la piazza Montesanto ha oggi il volto ‘europeo’ della riqualificazione urbana innovativa – pienamente rispettosa del contesto ambientale preesistente – legata alla ristrutturazione (2004-2008) della stazione della Ferrovia Cumana e Circumflegrea (gestite dalla Sepsa, collegano il litorale flegreo con la città) e della funicolare di Montesanto. In piazzetta Olivella (dal ricordo dell’oliveto di grandi dimensioni del XVI secolo), poco distante, è la stazione della linea 2 della metropolitana.

Nel 1840 è la volta del mercato alimentare dell’Avvocata, progettato da Ludovico Villani nel grande giardino di palazzo Tarsia con l’obbiettivo di liberare la zona della Pignasecca da secoli, endemicamente, satura (e ancora oggi è così…) di venditori di ogni genere: senza risultati. Fallito il tentativo di ‘riordino’, tutto il palazzo è affidato al Real Istituto di Incoraggiamento che, nella sala ridisegnata in stile neoclassico da Francesco Del Giudice, organizza la ‘Esposizione delle Arti e Manifatture del Regno’, vetrina periodica dei prodotti meritevoli delle imprese del Regno, ispirate dall’opera di artisti e intellettuali quali Domenico Morelli, Filippo Palizzi e Gaetano Filangieri; da questa tradizione, di lì a poco, nascerà in sede autonoma l’Istituto Artistico Industriale (1889, attuale Istituto statale d’arte Filippo Palizzi), con annesso museo, per formare le nuove leve specializzate delle ‘arti applicate’.

Ancora, nell’ultimo scorcio dell’Ottocento, il ‘Risanamento’ che stravolge l’identità dell’area a ridosso del mare innesta una mutazione altrettanto radicale del versante occidentale di Montecalvario. In seguito alla complessiva ‘bonifica’ dei quartieri Porto, Pendino, Mercato e Vicaria, resa urgente dall’epidemia di colera del 1884 occorre individuare zone abitative di espansione della città: la collina del Vomero, anche per le parti incluse nei quartieri Montecalvario e Avvocata, dimentica definitivamente le reminiscenze rurali di un tempo, destinata a trasformarsi in meno di un secolo in una delle aree più densamente popolate del capoluogo.

La piccola chiesa parrocchiale di Santa Maria Avvocata, nei pressi del largo Spirito Santo, introduce, e dà il nome, all’Avvocata, delimitata a nord dalle salite tortuose dei Cacciottoli e di Sant’Antonio ai Monti e dalla strada Olivella, a sud dalle strade Montesanto e Fuori Portamedina – modellate, nell’andamento caratteristico, dal percorso dalle mura vicereali – a est da piazza Dante, da via Santa Teresa degli Scalzi, da salita San Raffaele, da vico Medici, e da calata Fontanelle a Materdei, ricongiungendosi, infine, al vallone della Sanità

Nel Seicento, come tutte le aree verdi vicine al centro della città, è meta ambita per la fondazione di monasteri, chiese e conventi (in larga misura stravolti dall’urbanizzazione massiccia di fine Ottocento e inizio Novecento, proseguita, per lo più senza criteri, per tutto il secolo). Lungo via Pontecorvo (dal nome della famiglia dei proprietari, cancellata dall’epidemia di peste del 1656) si susseguono i conventi di Gesù e Maria (poi ospedale), delle Cappuccinelle, di San Giuseppe a Pontecorvo e, al termine del limite meridionale della strada, la mole settecentesca, rimaneggiata nel secolo successivo, di palazzo Spinelli di Tarsia.

Le istituzioni religiose

 Hanno un ruolo fondamentale nel processo di trasformazione del quartiere: a partire dalla fine del Cinquecento, in ossequio alle direttive del Concilio di Trento per una presenza capillare degli Ordini ecclesiastici sul territorio, cominciano le acquisizioni delle grandi proprietà fuori le mura, in possesso, tra l’altro, delle estensioni prescritte in merito all’architettura religiosa. Già nel Seicento, tuttavia, la mancanza di controllo governativo provoca uno sfruttamento intensivo dei suoli che cancella ogni residuo spazio pubblico libero.
Sui terreni non occupati dalle fabbriche religiose, si concentra l’interesse della borghesia meno ‘possidente’, quella, per intenderci, che non può ambire alle proprietà in via Toledo, consentite solo ai patrimoni aristocratici in auge.

Nell’Ottocento

Nella zona compresa tra l’Infrascata (via Salvator Rosa e piazza Mazzini) – che taglia il quartiere in due parti, risalendo verso il Vomero – e via Montesanto (l’antico borgo dello Spirito Santo), l’urbanizzazione procede con la concentrazione fitta di edifici lungo i percorsi (Ventaglieri, Tarsia, Pontecorvo, Cavone) che scendono dalla collina quasi paralleli; mentre via Salute e l’Infrascata, che percorrono il resto del quartiere, sono ancora ricordate per orti e aria salubre (da cui i toponimi delle strade), con ville e giardini a terrazze aperti sul golfo e masserie circondate da campi coltivati: “offrono … all’osservatore prospettive assai vaghe … quell’alternar di giardini e vignette tra nobili e modeste casine, e quelle chiese e quei conventi come dire sparpagliati qua e là, si compongono a gruppi e a scorci, a lontananze di meravigliosi effetti di luce.

Nel 1867, come alternativa all’Infrascata, viene realizzata la rampa di San Potito, per raggiungere la parte alta dell’Avvocata. Il colle ha il nome del santo al quale le monache benedettine, ‘sfrattate’ dal convento all’Anticaglia venduto al principe Caracciolo di Avellino come sede della sua dimora gentilizia, dedicano monastero e chiesa (1615). In precedenza l’altura era chiamata ‘Costigliola’ – con cui nel Seicento veniva identificato il borgo intorno al monastero, a ridosso delle mura cittadine – o de li Caruffi, alterazione del nome Carafa, proprietari antichi delle terre.

Le quali vedute non lasciano di essere felicissimi subbietti dei nostri eccellenti pittori paesisti per le bellezze vere e reali di che sono a dovizia risparse” (Giovan Battista Chiarini, 1856). Al termine della Salute (ora via Matteo Renato Imbriani e via Giacinto Gigante), sul colle panoramico, Giacinto Gigante (1806-1876) costruisce la sua abitazione, quartiere generale e punto di incontro ideale dei ‘vedutisti’ della Scuola di Posillipo.