Italia, Lotito è un caso. Protesta degli azzurri

     

    De Rossi e compagni sempre più contrariati dalla debordante presenza del presidente laziale.


     

    ROMA – Qualche volta, per avere una risposta, bisognerebbe fare la domanda, come succede in uno dei momenti chiave di Tutti gli uomini del Presidente. Ma al san Nicola, giovedì sera, l’aria era carica sola di buone sensazioni verso la creatura più amata dal neo presidente Tavecchio. Italia-Olanda 2-0, todos caballeros. Difficile pensar male, in simili frangenti. E comunque uno può azzeccarla anche il giorno dopo, se si tratta sensibili. Il fatto è che il nuovo corso azzurro, la promettente gestione Conte, ha un tarlo, che sta producendo un effetto poco sinergico alla Rinascita, all’interno dello spogliatoio. Agli azzurri infatti il presenzialismo di Claudio Lotito intorno e dentro la Nazionale piace zero. E non si tratta di forzature mediatiche. Nessuno si è innamorato della polemica seguita all’immagine emblematica del presidente della Lazio con indosso la giacca a vento dell’Italia alla vigilia del match contro gli olandesi (il giorno dopo per altro infilata al contrario). Il fastidio è reale, e cresciuto in fretta, in questi pochi giorni, soprattutto tra i senatori azzurri, De Rossi per primo (ignoratosi vicendevolmente con Tavecchio, dopo lo scambio polemico seguito al caso Optì Poba), condiviso con i compagni romanisti ma anche con gli juventini, come Chiellini e Buffon, tutti cultori dei “confini” della squadra e abituati al rispetto dei ruoli da parte delle istituzioni. Antonio Conte, per parte sua, tutto preso a mettere in moto il motore della Nazionale, a questo “dettaglio” non ha avuto ancora modo di metter mano. Si tratta di materia molto delicata, dati i personaggi coinvolti. Con lui dovrà mediare anche il nuovo team manager Oriali. Ma certe esigenze potrebbero essere facilmente comprese dal presidente Tavecchio, una lunga carriera di alto dirigente federale, vicepresidente vicario di Abete negli ultimi tornei internazionali, ruolo interpretato sempre con coscienza del limite, non la più fulgida tra le tante qualità possedute da Lotito.

     

    IO COME ALFANO – Che il grande tessitore dell’elezione di Tavecchio a presidente federale puntasse ad ereditare la guida del Club Italia lasciata da Demetrio Albertini, non è mai stato un segreto. In questo caso intervenne il Coni, facendo rilevare al candidato della Lnd, l’inopportunità di una carica simile per un presidente di società. Tavecchio ha poi tenuto per sé la delega relativa al C.I. e Lotito ha fatto il passo indietro, molto reclamizzato. Salvo poi dare l’assalto a ogni spazio possibile una volta celebrato nell’urna il trionfo della sua attività di lobbing pro Tavecchio. Ieri mattina, all’aeroporto di Bari, in attesa del volo di rientro a Roma (sempre in compagnia del presidente della Figc), in un concitato capannello davanti al gate, Lotito ragionava così: «Tutta invidia…Che dice Conte di me? Che sono una forza della natura. Ero negli spogliatoi per avere la maglia di De Vrij da portare a mio figlio. Non capisco cosa vogliono. E’ come se ad Alfano fosse impedito di seguire da vicino le Frecce Tricolori. Sono un consigliere federale, sono nel comitato di presidenza, ho la delega per proporre riforme dell’assetto normativo, quindi non c’è niente sul piano regolamentare che mi impedisce di stare con la Nazionale: entro dove voglio. Potrebbero farlo anche gli altri 20 consiglieri». Suona bene la norma generale esclusiva, o principio di libertà, evocata dal presidente della Lazio: tutto ciò che non è vietato è permesso. Ma per gli azzurri, e non solo per loro, non è certo questo il punto: ci sono ruoli, ambiti, opportunità, consuetudini, interessi confliggenti, sensibilità che soprattutto dentro e intorno a una squadra di calcio, anzi la Squadra di calcio per eccellenza debbono essere rispettati da tutti. Perfino da Lotito.

    Corr.sport.it