Il tifo è la sola comunità alla quale saremo condannati a vita

il tifo è a sola comunità alla quale saremo condannati a vita.

Il tifo è a sola comunità alla quale saremo condannati a vita

Parte il calciomercato e si mette in moto il carrozzone del tifo. Un  fenomeno che sfugge ogni indagine razionale: qui si entra nel campo della fede e della superstizione.
Un grande tifoso,  assomiglia in tutto e per tutto all’identikit del fan sfegatato, racconta un amore che non si discute.

Riparte il calciomercato con le sue non-regole, tradimenti, gioie , pianti e applausi, riparte il carrozzone mediatico fatto da imbonitori e tuttologi, le notizie vere non lo sono mai, la firma è sempre in agguato ma passano settimane, bisogne riempire le pagine, per la tribù del tifo.

Senza rendermene conto, e senza neppure vedere la partita, io, piccolo fin da piccolo in mezzo alla gambe degli adulti in piedi nel parterre che allora circondava il prato ( era ancora un prato vero) ero stato irrimediabilmente e inconsapevolmente iniziato e aggregato alla Tribù.

Il tifo è a sola comunità alla quale saremo condannati a vita , senza speranza di indulti, amnistie o ripensamenti. Le prove del dna hanno strappato innocenti al braccio della morte. Divorzi hanno salvato coniugi infelici. Asili politici possono mettere sventurati migranti al riparo da persecuzioni e guerre. Ma dal «tifo» non c’è scampo.
Anche oggi, quando l’identificazione del seguace con i propri guerrieri in mutande è labile come la distanza che separa i continenti, come la babilionia delle lingue e la falsità di attori che baciano magliette zuppe di sudore pronti a buttarle il giorno successivo per baciarne un’altra a ingaggio più gustoso, la dinamica delle tribù del calcio, come la definisce Desmond Morris nel suo delizioso e raccapricciante librone sulla storia del tifo, resiste alle picconate della commercializzazione.

È sopravvissuta a procuratori maneggioni, a dirigenti inetti o imbroglioni, alla pay tv, alla barbarie violenta, a sceicchi che occupano Manchester e cinesi che s’insediano a Milano, così come resiste, spesso oltre ogni evidenza e ogni logica, il rapporto che spinge padri e madri a difendere i propri figli anche in Corte d’Assise. Quello che i non appartenenti alla tribù non capiscono, scrisse Nick Horby nel suo Febbre a 90’ è che nei successi e nei rovesci della nostra squadra noi non celebriamo loro, ma noi stessi. È il fatto che alle partite noi non assistiamo, ma partecipiamo attivamente, anche se stravaccati sul divano di casa, anche in auto, ascoltando la radio.

I giocatori sono semplicemente i nostri rappresentanti, anche se per un giorno, per pochi minuti. Loro siamo noi.

Neppure le tragedie vere che periodicamente insanguinano il rito, dalle catastrofi di massa come all’Heysel agli omicidi individuali, dai roghi dei vecchi stadi britannici agli scontri fra ultras e polizia, allentano realmente la presa del tribalismo sui guerrieri immaginari. Il fuoco inestingubile dei rancori per le angherie subite, tramandando di padre in figlio il martirologio del Gol di Turone, del Fallo da Rigore su Ronaldo, del Goal Fantasma di Muntari, le Sudditanze, gli Aiutini, le infamie arbitrali che un giorno saranno riscattate.

Il tifoso vive, muore e rinasce a ogni fischio d’avvio e ogni «triplice fischio» finale, in un ciclo che avvicina il sogno dell’eternità e della reincarnazione e induce persone che si credono razionali a squarciare la notte di Tokyo. O a rovinarsi il braccio lanciando vergognosi saluti dell’ombrello alla tribù dei tedeschi a Dortmund, dopo l’inverosimile goal di Grosso nella semifinale del 2002. Per fortuna, gli smartphone non c’erano ancora e la mia vergogna di selvaggio tifoso non divenne virale. La tribù deve proteggere i propri cavalli pazzi perché il tifo è a sola comunità alla quale saremo condannati a vita.

Fonte : Vittorio zucconi il venerdì. Desmond Morris -La tribù del calcio (The Soccer Tribe).

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