Il primo settimanale d’Italia vide la luce a Napoli, ideato, fondato e diretto da un napoletano.

Il primo rotocalco

Leo Longanesi, «Omnibus», 1937: in questo nome, in questa testata e in questa data viene comunemente compendiata l’apparizione del rotocalco in Italia. Fu infatti proprio Longanesi a lanciare, nel 1937, attraverso «Omnibus», quella formula giornalistica basata su una particolare impostazione dei servizi, sulla drammatizzazione di selezionati avvenimenti e sulla valorizzazione delle immagini fotografiche, che venne poi, nel dopoguerra, adottata con enorme successo da decine e decine di altri settimanali e che, sia pure con piccole varianti, costituisce tuttora il nerbo di qualsiasi periodico a grande diffusione.

Senza togliere alcun merito a Longanesi, maestro forse ancora insuperato nel campo della grafica, credo sia non del tutto superfluo ricordare che, almeno per quel che riguarda l’utilizzazione di un nuovo mezzo di stampa, il primo settimanale a rotocalco d’Italia vide la luce a Napoli, ideato, fondato e diretto da un napoletano.

L’uomo si chiamava Antonio Scarfoglio; il rotocalco s’intitolava «Il mattino illustrato» e uscì l’11 febbraio 1924; poco più di due anni dopo, il 27 dicembre 1926 esso, con un ritardo di appena sei mesi sul «World» di New York, adoperava il colore. Filiazioni di «Il mattino illustrato» furono poi «Modella», «Tutti gli sports» e, successivamente, «Modellina».

Vicende affascinanti e quasi ai limiti dell’incredibile, quelle dalle quali scaturì «Il mattino illustrato», e personaggio improbabile e per certi versi picaresco Antonio Scarfoglio

Classe 1886, Antonio aveva appena diciassette anni quando suo padre Edoardo, direttore di «Il mattino», lo mandò a Creta, dove era scoppiata un’ennesima insurrezione contro i turchi.

Spericolato e audace, proprio come l’inviato di un moderno rotocalco, Antonio Scarfoglio, nel 1906, fu il solo giornalista a spingersi fin sul cratere del Vesuvio in eruzione, vi giunse quando perfino il direttore dell’osservatorio, professor Matteucci, era fuggito, e le fotografie che scattò, specie quelle di una San Giuseppe distrutta, furono acquistate da tutti i giornali del mondo. In quello stesso anno pubblicò una delle più esatte ricostruzioni di quel delitto Cuocolo che sfocerà nel processo alla camorra; nel 1908, quindi, partì per il primo giro del mondo in automobile. In compagnia di un meccanico tedesco, percorse 42.000 chilometri in nove mesi e il suo equipaggio fu il solo, fra i sei partecipanti alla gara, a tagliare il traguardo, che era a Parigi; proseguì poi per Londra, dove fu accolto da migliaia di persone deliranti. I servizi sulle mirabolanti peripezie di quel viaggio uscirono, oltre che su «Il mattino», anche su «La stampa» di Torino, sul «Matin» di Parigi e sul «Daily Mail» di Londra.

COME NASCE UN ROTOCALCO?

Ed eccoci alla nascita del rotocalco. Il procedimento di stampa in rotocalco, vale a dire di incisione in cavo anziché in rilievo e di utilizzazione di un processo chimico e fotomeccanico, fu ideato, come è noto, nel 1889 dal tedesco Karl Klietsch; tuttavia nei primi decenni del Novecento veniva adoperato esclusivamente per la stampa su stoffe, e in particolare su cotonati, dalla ditta «Alsatienne» di Mulhouse, in Alsazia. Soltanto nel 1922, in Germania, era stato realizzato, in rotocalco, a macchina piana, un numero unico, il «Sommer Tag». Questo giornaletto, per puro caso, un giorno capitò fra le mani di Antonio Scarfoglio, il quale non poté fare a meno di notare come, col nuovo sistema di stampa, le fotografie risultassero nitide e quasi tridimensionali.

«E fu ancora il caso a spingermi sulla strada del rotocalco»,  raccontò Antonio Scarfoglio. «Verso la fine del 1922, in un ristorante di Roma, affollatissimo, fui pregato dal cameriere di sedermi allo stesso tavolo dove già stava cenando un altro avventore. Per buona educazione, scambiai quattro chiacchiere col mio occasionale compagno. Questi, appena seppe il mio nome iniziò a parlare di giornalismo e mi disse che lui, come avvocato, si interessava della liquidazione di alcune aziende in dissesto e che, fra l’altro, era incaricato della vendita di una misteriosa rotativa. Era stata importata da Marano Attanasio che aveva in mente di fare un giornale intitolato “Tutti”, ma gli editori ai quali era stata mostrata non erano riusciti a raccapezzarsi di fronte a quei torni, quei cilindri di rame, quegli apparecchi fotografici e quei tavoli luminosi. L’avvocato m’invitò a dare un’occhiata alla rotativa, che giaceva in un deposito presso il Colosseo. Appena la vidi, non ebbi dubbi: si trattava del prototipo di una macchina per rotocalco, costruito dalla ditta Marinoni di Parigi. Decisi subito di acquistarla. Il mio interlocutore ne chiedeva 100.000 lire. Lo convinsi a vendermela per 35.000».

Pochi giorni dopo, tre vagoni ferroviari scaricavano a Napoli l’intero complesso rotocalcografico. Paolo, Carlo e Michele Scarfoglio sgranarono gli occhi: «Cosa vuoi fare con questa roba?». «Voglio fare “Il mattino illustrato”», rispose Antonio. «Ma tu sei pazzo! Un nuovo settimanale, con la concorrenza che c’è!».

Oltre che per il timore della concorrenza, i fratelli di Antonio Scarfoglio erano perplessi per il fatto che in Italia non esisteva nessun tecnico in grado di far funzionale una macchina per rotocalco. «I miei fratelli», raccontò Antonio, «vollero che firmassi una dichiarazione dalla quale risultava che ero l’unico responsabile di “Il mattino illustrato”».

Depositate le complicate macchine in un locale terraneo dell’Albergo dei Poveri in piazza Carlo III, Antonio Scarfoglio se ne partì per Parigi e andò direttamente alle officine Marinoni ove funzionava un impianto sperimentale per rotocalco. «Venni accolto»,  raccontò, «con molta cordialità dal dottor Flory, l’amministratore, e fu a lui che esposi il mio progetto. Operaio fra gli operai, per un intero mese vissi negli stabilimenti della Marinoni, imparai i procedimenti per la realizzazione delle veline e delle diapositive, le tecniche dell’incisione in rame e del montaggio sui tavoli luminosi; e, insomma, tutto ciò che deve sapere uno specialista del rotocalco».

Se ne tornò a Napoli con un gran bagaglio di cognizioni, e anche con una discreta pratica. Quelle macchine ora non erano più misteriose per lui, ma non poteva certo metterle in moto da solo: occorreva tutta una mano d’opera specializzata, e questa non esisteva né a Napoli né in nessuna altra città d’Italia. Fu di nuovo il caso, ad aiutarlo.

«Un giorno, siamo nel 1923»,  raccontò Antonio Scarfoglio, «passeggiavo tranquillamente per via Litoranea quando mi si avvicinò un fotografo ambulante il quale incominciò a insistere perché mi lasciassi fare un ritratto. Si esprimeva in un accento straniero, e questo particolare mi incuriosì; lo interrogai e lui mi disse che era ungherese, si chiamava Blumm, ed era specializzato in lavori di rotocalco. “Rotocalco?”, sobbalzai. “Non sa di cosa si tratta, vero? Non lo sa nessuno, perciò mi sono dovuto mettere a fare il fotografo ambulante”, disse. Lo agganciai subito, naturalmente, e lo portai con me a piazza Carlo III. Lo vidi diventare raggiante, volle addirittura abbracciarmi. E fu lui stesso che mi fornì i nomi di altri quattro tecnici del rotocalco, certi fratelli Blok e un certo Kloz, i quali, però, risiedevano in America. Scrissi ai Blok ed a Kloz, li feci venire in Italia ed essi, insieme con Blumm, addestrarono le maestranze napoletane che, così, furono le prime in Italia ad adoperare le macchine per il rotocalco. Divennero tutti bravissimi, quei tecnici napoletani: ricordo in particolare Magrelli, che costruì perfino una ferrovia aerea per il trasporto dei cilindri».

Per circa un anno, nel vasto terraneo di piazza Carlo III, le maestranze napoletane badarono a spratichirsi. Nel frattempo Antonio Scarfoglio, insieme con un anziano giornalista, Arturo Nappi, e con un giornalista poco più che ventenne, Mario Miccio, gettava le basi dell’impostazione da dare al nuovo settimanale. «Pensai di fare una rivista che fosse una specie di enciclopedia popolare, che pubblicasse novelle di grandi scrittori, fuori del diritto di autore, e che aggiornasse fotograficamente i lettori sui fatti di cronaca. A Parigi scovai un vecchietto il quale s’impegnò di fornirci ogni settimana, dietro un compenso di cinque lire, un articolo di varietà con tre fotografie», mi raccontò Antonio Scarfoglio.

Mentre si allestiva il numero di prova, si verificarono vari incidenti in tipografia, fra cui tre incendi e un paio di crolli, ma non tutte le peripezie erano finite. Dei rivenditori, infatti, solo il quindici per cento accettarono di distribuire il nuovo giornale; da parte sua l’Unione Pubblicità Italiana negò ogni appoggio. Scarfoglio dovette ricorrere, per la pubblicità a un’azienda secondaria, la Breschi, e per la distribuzione a degli improvvisati. Le prospettive erano, insomma, tutt’altro che rosee: poco più di seicento rivendite, l’ottanta per cento di quelle sparse per l’Italia Meridionale, avevano accettato di porre in vendita il nuovo settimanale per un massimo di 40.000 copie, la pubblicità era pagata in ragione di sole 5000 copie. Così stando le cose, era nel bilancio un passivo mensile di 100.000 lire, là dove la sola installazione degli impianti era costata tre milioni e seicentomila lire. Chiunque altro, al posto di Scarfoglio, avrebbe abbandonato l’impresa.

Finalmente, l’11 febbraio 1924, dopo che Antonio Scarfoglio, Arturo Nappi e Mario Miccio ebbero trascorso più di una notte insonne, vedeva la luce, in Italia, il primo settimanale a rotocalco. Inizialmente, è il caso di precisare, Antonio Scarfoglio preferì definire “rotoincisione” questa rivoluzionaria tecnica tipografica.

1 M ILIl primo numero di «Il mattino illustrato» recava in copertina la fotografia di un borghesissimo Benito Mussolini, costava trenta centesimi e recava la firma, quale gerente responsabile, di un Raffaele Costagnola. Nella seconda pagina di copertina, in un corsivo intitolato «Il grande voto compiuto», era testualmente detto: «Questo giornale vuole essere un grande mezzo di diffusione della cultura attraverso l’immagine: diffusione di conoscenze varie ed universe, rappresentazione della vita, comunione con la realtà, nella natura, nella storia, nell’arte, nella cronaca degli avvenimenti, negli usi e nei costumi dei popoli, complesso ed arduo sforzo di informazioni panoramiche, affidate al più efficace veicolo di persuasione: l’incisione. Tanto più sanno, le moltitudini, quanto più vedono; e questo giornale vuole essere il più completo, il più preciso, il più interessante organo di veggenza, grande occhio aperto sul mondo, per l’educazione del buon gusto collettivo, per l’elevazione dello spirito del Mezzogiorno e dell’Italia.

 

Lì per lì «Il mattino illustrato» non suscitò, purtroppo, nemmeno un successo di curiosità. Forse perché i lettori non erano in grado di afferrare l’importanza dell’innovazione tecnica, forse perché era difficile sfuggire alla suggestione esercitata dalle splendide tavole a colori che Achille Beltrame componeva per «La domenica del corriere». «Dopo tre mesi di squallida vegetazione», raccontò Antonio Scarfoglio, «le sorti di “Il mattino illustrato” si rialzarono di colpo. Fu quando, a Roma, avvenne il delitto Matteotti».

Il clamore, lo sgomento e lo stupore suscitati in Italia dal tragico episodio, non attendevano, in realtà che un’avvincente interpretazione giornalistica.

Il successo continuò strepitoso, tanto è vero che l’Unione Pubblicità Italiana chiese immediatamente l’esclusiva, versò un milione di lire alla ditta Breschi per disinteressarla, diede un milione di contributo per l’avviamento e garantì un minimo di un milione annuo di pubblicità al giornale che, appena pochi mesi prima aveva apertamente snobbato. Nelle settimane seguenti «Il mattino illustrato» si stabilizzò sulle 360.000 copie, 300.000 delle quali vendute nell’Italia settentrionale e centrale. Una tiratura che ancora oggi sarebbe da considerare notevole ma che allora, 1924, era addirittura favolosa.

Negli ultimi giorni del febbraio 1925, «Il mattino illustrato» celebrò il suo primo anniversario con il raggiungimento delle 400.000 copie. Intanto, nel corso dell’anno Antonio Scarfoglio aveva dato vita ad altri due rotocalchi: «Modella» (quindicinale femminile) con 30.000 copie, e «Tutti gli sports» con 90.000 copie settimanali. La tiratura complessiva era di 520.000 copie settimanali, di cui 68.000 vendute a Milano, 60.000 a Torino, 62.000 a Roma e 35.000 a Napoli. Per impegni contrattuali, le rivendite non potevano restituire una resa superiore al cinque per cento.

A mano a mano che gli anni passavano (nel frattempo, altri editori – e cioè Rizzoli, Vitagliano e Mondadori a Milano e Tumminelli e De Fonseca a Roma – avevano installato anch’essi officine rotocalcografiche) «Il mattino illustrato» andava sempre più modernizzandosi, senza tuttavia abbandonare la sua formula di concorrente di «La domenica del corriere».

Durante gli ultimi anni della guerra, «Il mattino illustrato», nonostante Napoli fosse diventata uno degli obiettivi preferiti dai bombardieri angloamericani, continuò regolarmente a uscire. Una volta, anzi, una bomba cadde proprio sull’Albergo dei Poveri e, per la rottura di una conduttura, la tipografia si allagò. «Quella settimana il giornale rischiò di non uscire», mi raccontò Mario Miccio, «senonché il direttore della tipografia, Luigi Basco, era abituato a vivere nell’acqua: nella sua casa di Posillipo le onde del mare entravano giorno e notte (tanto è vero che più tardi, nel dopoguerra, i nuovi rotocalchi dedicheranno, proprio a lui, diversi articoli); e così Luigi Basco, accumulando giornali su giornali, trovò modo di improvvisare una rudimentale passerella che ci consentì di lavorare».

Diretto successivamente da Domenico Mancuso e poi da Aldo Molinari, «Il mattino illustrato» uscì fino all’arrivo degli Alleati. Quindi, sul finire del 1943, lo stabilimento rotocalcografico fu requisito e vi si stampò «Stars and Stripes», un periodico per le truppe americane.