IL MOGGISMO: COME LA JUVE COMANDAVA IL SISTEMA

    "Nessuno può immaginare quanta “prostituzione” circoli negli spogliatoi attorno ad una maglietta, meglio se sudata."

    La vicenda Moggi rivela un’Italia provinciale, contadina, cafona, arcaica, primitiva. In pochi sono riusciti a capirla ed a raccontarla.

    Ecco tre interventi, tre stralci illuminanti scritti da chi si occupa quotidianamente di calcio, senza puzza sotto il naso.

    “Il cuore del problema sta nel capire una volta per tutte che il calcio, non il Lecce o il Chievo o il Milan, è il prodotto che questa industria deve vendere nel suo complesso se vuole crescere bene e non storta come è cresciuta, uscendo dal miserabile campanilismo di nuovi o vecchi ricchi che vivono per fregare il presidente dell’altra squadra e del prodotto complessivo si strafottono.

    Il moggismo nasce e prospera in questa cultura preindustriale italiana da fattore che ruba al padrone sul raccolto, o da albergatore che aggiunge due piani abusivi alla Pensione Mariuccia per battere il concorrente della Pensione Miramare e bloccargli la vista mare, anche a costo di sputtanare l’intera località balneare e andare poi a fondo, implorando l’aiutino della regione per non chiudere”

    “Un potere italiano trafficone e ruffiano che essendo del tutto all’oscuro del binomio diritti/doveri vive, si muove e si assesta attorno al binomio favori/sgarbi. Un mondo di comparaggi e padrinati (dunque, e lo si sottolinea sempre troppo poco, un mondo esclusivamente maschile, e familista, e sostanzialmente arcaico) sempre in bilico tra illegalità da accertare e un molto accertato squallore.

     Ovunque un ‘tu’ piacione e colloso, un clima da eterna rimpatriata […] e una furbizia greve, da commedia dell’arte: quella stessa che poi vediamo, ripulita dei suoi quadri più inconfessabili, nei peggiori talk-show calcistici, dove “l’amico Moggi” da anni ammannisce a una platea spesso estasiata oscure facezie e sorridenti minacce, una specie di andreottisimo però imbertoldito, un’imitazione popolaresca del Potere che è parodia però senza saperlo. In fondo soprattutto penosa, e penosa non tanto perché rimanda a probabili prepotenze calcistiche, quando perché incarna (altro che calcio…) la vecchia furbizia contadina italiana appena appena camuffata, incravattata di fresco, e riscodellata in video per la gran gioia di chi non vuole fare la fatica di pensarci diversi, noi italiani, da questo stucchevole arrangiarci da subalterni: da servi, altro che da potenti. (Che la furbizia sia caratteristica servile, e mai signorile, è la sola fondamentale scoperta politica che milioni di italiani devono ancora fare)”

    “Era l’autunno del 1999 , all’epoca la Juve era, ovviamente, la padrona incontrastata – assieme al Milan – del calcio italiano, la Fiorentina era appena arrivata seconda, la Lazio si apprestava a vincere il suo secondo scudetto ed il Parma collezionava trofei su trofei.

    Com’è andata a finire dopo solo 7 anni è ben noto e rende inutile un ripasso, ma ciò sul quale intendo soffermare la mia attenzione – stimolando anche i ricord i- è un altro aspetto: questi personaggi – tutti, chi più e chi meno – hanno posto in essere una vera e propria occupazione, direi quasi militare.

    Tramite “soldati” ben prezzolati, assoldati – come si conviene – secondo le competenze settoriali di ciascuno (arbitri, dirigenti, procuratori, giornalisti, financo politici), hanno creato un sistema loro all’interno del sistema calcio.

    Ed anche questo è ormai ben chiaro a tutti.

    Ma ciò che la gente che sta all’esterno non sa sono i modi, che spesso parlano più di mille fatti e che mi hanno sempre colpito ed amareggiato.

    Questi personaggi si muovevano all’interno del mondo del calcio con la stessa aria con la quale il padrone delle terre meridionali degli Stati Uniti dell’Ottocento faceva un giro tra i suoi schiavi.

    E se dispensava un sorriso ogni tanto era solo per dimostrare magnanimità e benevolenza, ma sempre da parte del padrone.

    Arroganza continua, potremmo dire, con l’accondiscendenza – bisogna dire anche questo – di chi, comunque avrebbe potuto dire “stop”, ma a che prezzo?

    “Troppo alto” – avrà pensato- “ed allora meglio stare in scia alla grande nave accontentandosi degli avanzi che affondare, e poi, magari, se sto bene in scia un giorno mi fanno anche salire a bordo. Certo, in sala macchine, tra i rumori ed il fumo, ma comunque a bordo”.

    E quindi ogni tipo di arroganza veniva consentita, come quando i dirigenti della Juve pretendevano che le loro 4 guardie del corpo personali li seguissero anche all’interno degli spogliatoi, pur senza esserne autorizzati.

    Ed a nulla valevano le rimostranze anche del rappresentante delle Forze dell’Ordine, in divisa, che in quella area dello stadio, garantiva personalmente, insieme con i suoi uomini, dell’incolumità dei dirigenti medesimi. E poi, casomai, una maglia autografata di Buffon o Del Piero si trova sempre…nessuno può immaginare quanta “prostituzione” circoli negli spogliatoi attorno ad una maglietta, meglio se sudata.

    Arroganza, senso di onnipotenza che trasudava in ogni occasione ufficiale nella quale la prassi obbligava le società, specie se piccole, ad omaggiare il Presidente (di Lega prima e federale poi) Carraro di presenti che costavano anche dieci o quindici milioni di lire cadauno. Ed era un problema perché, come ribadiva la segretaria al telefono, “Sa, il Presidente è molto esigente, e tra l’altro ha gusti raffinati e, soprattutto, non esiste cosa che non abbia”. Ed allora, oltre alla spesa, bisognava scervellarsi per inventarsi qualcosa di originale da omaggiare al Presidente.

    Arroganza che spesso fa rima con onnipotenza e, soprattutto con senso di impunità. Rispetto a tutti. Rispetto a tutto. Come la gestione del caso-passaporti o le varie squalifiche sempre clementi con le loro squadre, sempre esemplari con le altre. Arroganti, onnipotenti ed impuniti anche sul campo ed i calciatori recepivano completamente questi atteggiamenti.

    I celebrati campioni delle “sette sorelle” che parlano con le mani in faccia agli arbitri, quegli arbitri che, in realtà, non hanno nessuna voglia di farle arrabbiare, le “stars”, sono l’emblema di questa arroganza dilagante.

    Mercato governato col joystick, arbitri a libro paga e chi più ne ha più metta. Fa quasi tenerezza vederli ora con gli occhi bassi, lo sguardo della vittima, farfugliare teoremi difensivi goffi, ma ciò che è ineludibile è la constatazione del crollo di un mondo nel quale per troppo tempo arroganza è stato – come sempre avviene – sinonimo di ignoranza e l’ignoranza, stavolta non quella etica, ma quella derivante dall’assenza di libri, non ha consentito a tutti questi predoni di sapere che nessuna occupazione, nessun esercizio di potere assoluto dura in eterno”

    Di:Antonello Mangano Terrelibere.org