Il Colera e re Umberto a Napoli cancellano ogni memoria della trama greca

La zona è completamente trasformata dai lavori del Risanamento e oggi, sulla stessa area, si apre piazza Nicola Amore.

“Ricavo da un lavoro … dell’Ufficio statistico municipale, che, a fronte di 45.000 vani, Napoli possiede 54.000 bassi, dei quali ben 36.000 lungo le vie. E questi nondimeno, quantunque privi di luce, specialmente nei rioni della marina e su per i vicoli dei colli, umidi e muffiti, non sono il più abietto ricettacolo della plebe napoletana. Vi è qualcosa di molto triste, vi sono i fondaci: cortili vecchi e luridi, vicoletti senza uscita, cui di solito si accede per un androne, chiusi da alte fabbriche e mezzo nascosti qua e là in tutte le dodici sezioni …Se ciò relativamente è per la città in generale, si immagini ognuno quel che poi debba essere quella parte della vecchia Napoli, che ne è proprio il basso ventre…”:

Ecco la fotografia amara della Napoli ‘diseredata’ di Giustino Fortunato (1874). Da questi bassi e fondaci, nel 1884, si diffonde a tutta città l’epidemia di colera (che investe tutta Italia, ma nel Sud il morbo è più aggressivo per le condizioni igieniche precarie).

Lo Stato e l’amministrazione cittadina non possono più rinviare un intervento strutturale risolutivo. In occasione della visita del re Umberto I (8 settembre 1884), si delinea il primo abbozzo di un ‘risanamento’ drastico dei quartieri più colpiti, attraverso la creazione di una rete fognaria finalmente adeguata, di una distribuzione idrica all’altezza dei tempi in tutta la città, con il nuovo acquedotto del Serino, e l’azzeramento drastico di secoli di stratificazioni e sovrapposizioni urbane e antropologiche, intrise di storia, degrado e miseria.

L’ingegnere capo della Direzione tecnica municipale Adolfo Giambarba è responsabile dell’elaborazione del primo programma (legge per il Risanamento della città di Napoli, 15 gennaio 1885), modificato e approvato, infine, nel 1886.

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L’antefatto:

tra il 1878 e il 1887, è l’ampliamento del Molo Grande per accogliere il Deposito Franco dei Magazzini Generali, e, a partire dal 1883, la costruzione dei moli Orientale, a Martello, Curvilineo, delle banchine di Villa del Popolo e Porta di Massa, e del collegamento ferroviario, nel 1888, con la Stazione Centrale.

Già con l’impianto successivo della Stazione Marittima (rimodellata durante il ventennio fascista ), il rapporto antico tra città e mare entra nell’era senza ritorno della città ‘moderna’.
Corso Umberto I (il Rettifilo) e le sue diramazioni cancellano ogni memoria della trama greca; via Grande Archivio – che raggiunge San Biagio dei Librai – segna la fine di vico Pensieri e di parte del chiostro del Divino Amore .

Nel vortice dei lavori di ‘sventramento’, insieme ai vicoli bui, insalubri e malfamati, si perdono le tracce di tante piccole chiese e congreghe, considerate prive di valore artistico.
Per documentare gli ambienti urbani destinati a distruzione, il Comune commissiona a Vincenzo Migliaro una serie di tele (ora al Museo di San Martino) che immortalino, come in un grande commiato iconografico, lo stato di cose destinato all’oblio.

Per esigenze sanitarie, il livello del suolo viene attestato su una media di 3,50 metri, così da mantenere le abitazioni ad una distanza mai inferiore ai 3 metri sulle acque sotterranee.

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Tutta la bonifica, come si è già accennato, ruota intorno al nuovo asse del “Rettifilo” (ancora tale per i napoletani, malgrado il nome ufficiale di corso Umberto I), a partire dalla Stazione Centrale, fino alla nuova piazza Giovanni Bovio (piazza Borsa) e, dividendosi in due – via Agostino Depretis, sostenitore in Parlamento del progetto di bonifica, e via Guglielmo Sanfelice – a piazza Municipio e a via Medina. All’incrocio tra la nuova arteria e via Duomo (completata fino alla Marina, per una comunicazione rapida tra Foria e la costa), gli snodi della metamorfosi in corso d’opera: la piazza ottagonale Nicola Amore (piazza Quattro palazzi); corso Garibaldi e il suo prolungamento oltre la Stazione e via Foria, a garantire un collegamento funzionale tra entroterra e porto.

Per procedere alle demolizioni, è necessario dare luogo ad un piano parallelo di ampliamento dei rioni della città, non fosse che per sistemare gli sfollati: Arenaccia, Sant’Efremo Vecchio, Ottocalli, Ponti Rossi, Miradois, Materdei, Vomero-Arenella, Belvedere, estensione del Rione Principe Amedeo le aree individuate.

Tutta l’operazione è appannaggio in concessione della neonata Società per il Risanamento (15 dicembre 1888), vincitrice della gara d’appalto nel 1889: 980.687 metri quadrati interessati dalla bonifica, di cui 800.154 coperti da fabbricati da demolire e da strade da azzerare; 95.625 metri quadrati di edifici destinati a scomparire sotto la ‘colmata a mare’…

Un piano urbanistico senza precedenti rispecchia le visioni urbane ‘alla moda’ nell’Europa moderna, destinato a prolungarsi più a lungo del previsto, anche per le difficoltà economiche che richiederanno nuovi interventi dello Stato, della Banca d’Italia e del Banco di Napoli, e una nuova legge nel 1912.

L’intera zona orientale subirà danni ingenti, se non bastasse, per i bombardamenti della seconda guerra mondiale, all’origine del degrado progressivo e del lento recupero, con i lavori di via Nuova Marina, l’ampliamento e il rilancio meritorio dell’area portuale, la ricostruzione e il riutilizzo dei palazzi lungo il fronte mare… che ancora prosegue.

citazione bibliografica : Napoli per quartiere