I grandi campioni reagiscono sempre. Il Napoli riparte dal Pipita

     

    Con quella sua faccia da Peter Pan che ha appena smarrito il segreto del volo, Gonzalo Higuain si morde la lingua per evitare di farsi scappare frasi di cui potrebbe pentirsi. Figurarsi come sta alla sola idea, appena 50 giorni dopo essersi arrampicato in cima all’Everest della finale del campionato del mondo con l’Argentina, di doversene andare in giro per l’Europa minore, quella dei campetti quasi di periferia, dove non suona la famosa musichetta, l’inno del circolo esclusivo, e dove ci sono assai meno soldi e riflettori puntati e parecchie scocciature logistiche in più.

     

    Chissà come sta al solo pensiero che lui, il Pipita che ha sempre giocato la fase a gironi della Champions da quando ha lasciato il River Plate, nel 2006, dovrà viaggiare nei fine settimana e fare lo slalom tra anticipi, posticipi, recuperi, gare al lunedì e al giovedì. Insomma è una corsa di retroguardia dopo i fasti al Real Madrid e al primo anno di Napoli. Ma snobbare l’altra Europa sarebbe da provinciali, anche perché ci giocano squadre che si chiamano Siviglia, Tottenham, Everton e poco altro, per la verità. Almeno fino alla fase a eliminazione diretta. Ma nessuno di loro è schizzinoso, come non lo fu il Chelsea vincitore nel 2013 con Rafa Benitez allenatore. E non si capisce perché lo debbano essere Higuain e il Napoli.

     

    Ha ragione il Pipita a essere abbattuto, lui ultimo ad arrendersi nel San Mamés che invocava il sangue del toro che ha un certo punto è apparso troppo bolso per essere un toro vero. L’eroe solitario ha alzato la bandiera bianca dopo aver urlato dal primo all’ultimo minuto ai suoi compagni di usare la testa, evitando fino a che ha potuto di farsi infilare dalle banderillas dei baschi. Alla fine è uscito dal campo a testa bassa, chiudendosi questa volta nel silenzio più totale. D’altronde è difficile che Higuain si lasci scappare una polemica o una volgarità. Sognava una squadra più forte, sperava di trovare dei top player al suo ritorno a Napoli. Ci è rimasto male, ma alla fine se ne è fatto una ragione. Dopo il pareggio col Bilbao al San Paolo, ha sospirato dentro un microfono la sua preoccupazione e la sua ansia.

     

    Lo ha fatto con la voce da basso d’opera o da attore drammatico. E con lo sguardo rude. «Sono qui per vincere. Perché il Napoli non può non fare la Champions». Niente ad fare. La Champions il Napoli non la farà. E se ne faccia una ragione, Higuain. Butti giù alla svelta il calice amaro della delusione, come in queste ore stanno facendo milioni di tifosi napoletani che affidano a lui le speranze di ritornare a volare. Gonzalo piace ai tifosi del Napoli. Perché più che un giocatore, più che un campione è una sintesi di caratteri argentini in cui la gente napoletana guarda sempre con ammirazione: la serietà, la fierezza, la malinconia e la caparbietà. Non a caso che sia tra i pochi a salvarsi dalla rotta di Bilbao.

     

    Higuain ha ricevuto coccole da molti altri club in questa sua lunga estate: dal Barcellona, per esempio, ma anche dall’Arsenal. Ovvio che sia una corte a cui non si resta mai indifferenti del tutto. Ma altrettanto logico che chi ha un contratto che scade nel 2018 (firmato in tutta libertà appena 12 mesi), e uno stipendio che non ha nulla da invidiare a un club di Premier o della Bundesliga – 5,5 milioni netti, ossia quasi 10 lordi – risponda: «Grazie per il pensiero, resto qui».

     

    Il suo futuro qui dipende da quello che il Napoli farà quest’anno. Dunque, dipende anche da lui. Ma adesso la solitudine di Higuain deve trasformarsi in qualcosa d’altro: da oggi, dal primo allenamento di questa mattina, deve nascere un nuovo Napoli, pronto a cominciare con una vittoria a Marassi con il Genoa il suo campionato. Senza alibi. Senza mal di pancia. E con il sorriso sulle labbra.

     

    Il Mattino