“Gol di rapina” libro d’inchiesta: La cena tra Galliani, Preziosi e Lotito che sdoganò i fondi d’investimento nel calciomercato italiano

    Il gioco più bello del mondo.

    Viene chiamato così il calcio da chi crede ancora nei numeri dieci, nei presidenti romantici e attaccati alle loro società, nelle maglie sudate a fine partita, nei saluti sotto la curva. La realtà purtroppo è diversa:  spesso ai piani più alti i club sono gestiti in modo per nulla trasparente tra fondi d’investimento e agenti monopolisti. Lo dimostrano i casi di club titolati come Barcellona e Real Madrid, di società prodigio come l’Atletico Madrid, di potenze economiche quali Chelsea e Manchester City. Di questo e molto altro abbiamo parlato con Pippo Russo , sociologo dell’Università degli Studi di Firenze e saggista, che ha dato recentemente alle stampe “Gol di rapina” , in cui affronta con dovizia di particolari il lato oscuro del calcio globale.
    Da quale esigenza nasce un libro inchiesta come “Gol di rapina”?
    L’esigenza è quella di guardare oltre la superficie del calcio e del racconto che se ne fa, per andare in cerca dei reali poteri che ne governano l’economia a livello globale. E nel contesto di un calcio che come fenomeno di cultura popolare è cambiato in profondità, è proprio la sua economia l’elemento che ha subìto il mutamento più radicale. Da sociologo dello sport ho iniziato presto a analizzare il calcio andando oltre la superficie del fenomeno emotivamente immediato, e questo approccio da ricercatore sociale l’ho trasferito nel lavoro giornalistico. “Gol di rapina” risente – e spero benefici – di questo mix: è una vasta inchiesta giornalistica sull’economia grigia del calcio globale, ma viene condotta con un’ottica sociologica attenta al mutare degli assetti di sistema. Se poi devo indicare l’episodio che ha acceso il mio interesse su questo tema, indico il trasferimento di Carlos Tevez e Javier Mascherano dal Corinthians al West Ham, avvenuto il 31 agosto 2006. Nelle settimane successive si scoprì che i due calciatori erano stato “affittati” al club londinese.
    E chi c’era dietro?
    Il loro proprietario era Media Sports Investments , un fondo d’investimento con sede legale presso le Isole Vergini Britanniche finanziato dagli oligarchi ex sovietici in esilio (i russi d’origine ebraica Boris Berezovsky e Roman Abramovich, e il georgiano Badri Patarkatsishvili) e retto da un personaggio le cui tracce da allora non ho mai smesso di seguire: Kia Joorabchian, un broker d’affari nato in Iran e in possesso dei passaporti britannico e canadese. Di lui circolano addirittura due diverse date di nascita: 14 e 25 luglio del 1971. 
Di personaggi come questo l’economia grigia del calcio globale è piena.
    Quale mutamento economico e politico avviene negli anni Novanta, tale da cambiare il sistema calcio?
    Si scopre che il calcio è un fenomeno economico globale dal potenziale di sviluppo incomparabile. Si era giunti fino in fondo agli anni Ottanta alimentando un luogo comune: che per qualsiasi proprietario il calcio fosse destinato a essere un’impresa in perdita. E questa idea viene tuttora alimentata in Italia. Invece in Inghilterra, all’inizio degli anni Novanta, la Premier League si trasforma da rito popolare di matrice agonistica in macchina da business capace di produrre un giro d’affari fin lì inimmaginabile. E che invece da allora, grazie e soprattutto attraverso l’utilizzo della leva televisiva, ha incrementato costantemente il livello dei ricavi.
    Una nuova era al via…
    Era l’alba di una trasformazione che avrebbe portato il calcio a effettuare il salto verso la dimensione del business globale, ma non solo. Tutt’intorno si stava strutturando una New Global Economy che sarebbe giunta a maturazione con l’inizio del XXI secolo, e che vede nell’entertainment il suo motore. Di questa economia globale dell’entertainment il calcio è il principale propulsore. E a comprendere questo stato delle cose sono stati prima di tutti i grandi attori finanziari internazionali.
    In che modo e in che termini la criminalità ha assunto sempre più potere nel calcio?
    Premetto che nel mio libro non mi occupo esplicitamente di poteri e organizzazioni criminali operanti nel calcio. La mia analisi è centrata su un’economia che definisco parallela, perché investe capitali nel mondo del calcio per farli fruttare lì e poi riportarli fuori. Si tratta di una rivoluzione nel modello di business del calcio globale, e a condurlo sono attori che quasi sempre si muovono all’interno della legalità, o che quantomeno mettono a frutto l’inadeguatezza delle regole esistenti per forzarle fino all’estremo limite consentito. Semmai, riguardo agli attori e ai personaggi che passo in rassegna nel libro va detto che essi possono essere referenti o alleati di attori finanziari quantomeno opachi, possessori di capitali la cui provenienza è in molti casi misteriosa. Aggiungo che il mercato globale del calcio è, oggi, la prova provata dell’impossibile esistenza d’un mercato libero e concorrenziale, inteso come luogo delle libertà economiche dei soggetti. 
Fotogallery Barcellona vs Real Madrid
    In che senso?
    Esso è dominato da un gruppo di agenti monopolisti che evitano di farsi la guerra fra loro e si alleano con attori finanziari istituzionali come i fondi sovrani o quelli tirati su da oligarchi del turbo-capitalismo euro-orientale e asiatico. Il calcio globale di oggi è l’immagine plastica del mercato come feudalesimo post-moderno.
    Ci sono due tipi di illegalità nel mondo del calcio, quella delle curve e quella degli azionisti e dirigenti, o sono la stessa cosa per certi versi?
    Se lei mi dice che i tipi di illegalità nel calcio sono due, io le rispondo: magari fossero solo due! Purtroppo ne dobbiamo conteggiare molte altre, di illegalità. Per esempio, quelle che vengono alimentate dai protagonisti del gioco, i calciatori e i tecnici. E le grandi centrali delle scommesse truccate? L’inchiesta della Procura di Cremona prosegue ininterrottamente da due anni, e ci se ne ricorda soltanto in occasione dell’ennesima ondata di provvedimenti giudiziari. Ciascuna di queste illegalità ha le proprie specificità, ma ognuna attraverso il proprio specifico contribuisce a fare del calcio un mondo talmente permeabile all’illegalità da essersi quasi arreso all’idea di doverne tollerare delle dosi omeopatiche.
    La trasparenza nel business del pallone può esistere?
    L’auspicio è che esista, la realtà va in direzione contraria. E tuttavia c’è un elemento sul quale insisto: c’è un’enorme responsabilità della classe giornalistica nella mancanza di trasparenza dei meccanismi che regolano il mercato del calcio globale. Guardiamo a cosa succede in Italia. C’è un segmento del giornalismo sportivo ormai dominante, quello degli specialisti di calciomercato. Costoro hanno costantemente sotto gli occhi quello che succede: chi fa affari con chi, le cordate fra agenti, le scuderie di calciatori, le percentuali intascate dagli agenti e se gli agenti stessi agiscono per conto dei club anziché soltanto dei calciatori che assistono. Dovrebbero raccontare queste cose. E invece si limitano a dir che Caio potrebbe andare all’Inter e Tizio sta rinnovando con l’Udinese. Consapevoli o meno, compiono una perfetta opera di disinformazione. La principale responsabilità di questa mancanza di trasparenza è loro.
    Che senso ha oggi la definizione di fair play finanziario?
    Ha un senso, ma rischia di essere un’arma scarica. Il principio secondo cui un club può spendere soltanto ciò che genera attraverso il proprio giro d’affari è sacrosanto. Ma purtroppo va a scontrarsi con una questione di natura politica: il potere dei principali club europei, quelli che non hanno mai smesso di accarezzare l’idea di un supercampionato continentale auto-organizzato. C’è un ristretto novero di club che ormai fa economia e spettacolo a sé: il Chelsea e i due Manchester in Inghilterra, Real Madrid e Barcellona in Spagna, Paris-Saint Germain e Monaco in Francia, Bayern Monaco in Germania. Tranne il Bayern, si tratta in tutti i casi di club che producono debiti giganteschi. Tanto che la scorsa settimana Paris-Saint Germain e Manchester City si sono viste comminare multe da 60 milioni di euro. E però, davvero l’Uefa arriverebbe a compiere l’atto estremo di escludere uno di questi club dalle competizioni europee per mancato rispetto dei parametri di FPF? Ecco l’interrogativo cruciale, e sono curioso di vedere come andrà a finire quando si presenterà una circostanza del genere.
    Quanto è estesa la zona grigia fra legalità e illegalità nel mondo del calcio?
    Per come la vedo, in questo momento il calcio è un’immensa zona grigia con risicate propaggini di trasparenza e oscurità. 
Uno degli esempi lampanti è l’Atletico Madrid, finanziato da fondi societari di dubbia provenienza, ma che viene applaudito da tutta Europa per questa stagione esaltante. L’Atletico Madrid è oggi il club-manifesto dei fondi d’investimento e della loro diffusione nel mondo del calcio. È pieno di calciatori portati da Jorge Mendes e dal Doyen Sports Investments. Calciatori d’alta qualità, indubbiamente. Ma che sono stati messi lì apposta per dimostrare che rinforzare un club con l’aiuto dei fondi d’investimento si può, e che addirittura questa formula può essere vincente sul piano agonistico. Che poi il rapporto fra i calciatori e la comunità di tifosi sia azzerato, perché i primi sono lì soltanto nella forma di “capitale umano messo a fruttare in vista di lucro futuro”, conta il giusto. E gli investitori gongolano e pompano denari governativi. Da due anni l’Atletico è sponsorizzato dal Ministero del Turismo dell’Azerbaijan, e è noto che fra i finanziatori del Doyen Group vi siano oligarchi azeri. L’ultimo esempio di questa connessione fra l’Atletico e l’economia parallela del calcio globale è l’accordo stipulato una decina di giorni fa fra il tecnico Diego Simeone e Doyen Sports Investments per lo sfruttamento dei diritti d’immagine. L’anno scorso Doyen aveva fatto lo stesso Neymar, e da lì cominciò a montare la vicenda opaca del suo trasferimento dal Santos al Barcellona di cui adesso si stanno occupando i tribunali. Neymar non è un calciatore del Santos, così come Simeone non è l’allenatore dell’Atletico o del club che andrà a allenare l’anno prossimo: entrambi sono “asset” di Doyen Sports Investments.
Quali sono i paesi maggiormente borderline? Nel suo libro Russia, Spagna e Portogallo sono messi sotto accusa…
In questo momento l’emergenza più preoccupante è in Spagna. Lì i club sono completamente assoggettati ai fondi d’investimento, e ancora una volta è Doyen a condurre il gioco. Soprattutto, in Spagna c’è un presidente della Lega che si batte per la regolamentazione del ruolo dei fondi d’investimento nel calcio. Si chiama Javier Tebas Medrano, è un avvocato dello sport nativo della Costa Rica con un passato da dirigente d’un movimento d’estrema destra chiamato Fuerza Nueva, fondato dal leader storico del neo-franchismo Blas Piňar López dopo la morte del generalissimo. Come avvocato dello sport ha patrocinato diversi club entrati in procedura concorsuale per scongiurare il fallimento, e questo conflitto d’interessi sarebbe stato motivo sufficiente per sconsigliare la sua elezione alla presidenza della Liga. Tebas adesso spinge affinché la nuova Ley del Deporte spagnola, attualmente in discussione, preveda una regolamentazione del ruolo che i fondi d’investimento possono avere nel calcio. In questo si allea con KPMG, il colosso globale delle analisi economico-finanziarie che lo scorso autunno ha prodotto un dettagliato rapporto sul numero di calciatori controllati da “terze parti” nei campionati europei. È risultato che in questa posizione si trovino 1.100 calciatori. Il messaggio sottinteso era: sono già tanti, e allora perché affannarsi a arginare un fenomeno già consolidato?
    E l’Italia?
    Premessa: l’Italia è il paese di Cirio e Parmalat, cioè di Lazio e Parma. Sicché in materia di bolle speculative alimentate nel calcio siamo stati precursori. Detto questo, l’invasione dei fondi d’investimento nel calcio italiano si sta già compiendo. In particolare, c’è stato un episodio indicativo avvenuto a luglio dello scorso anno a Taormina. Un meeting tenuto presso un hotel di lusso di cui è proprietario Antonino Pulvirenti, presidente e proprietario del Catania. A fare gli onori di casa era anche Pablo Cosentino, agente argentino di calciatori che nel frattempo era diventato vicepresidente del club siciliano. È un dettaglio il fatto che il Catania sia zeppo di argentini, e è ormai velleitario in questo paese parlare di conflitto d’interessi. Per la cronaca, nonostante abbia firmato la fresca retrocessione in B del Catania, Cosentino è stato da poco nominato amministratore delegato del club. A quel meeting parteciparono l’amministratore delegato milanista Adriano Galliani, il presidente e proprietario del Genoa, Enrico Preziosi, il presidente e proprietario della Lazio, Claudio Lotito, e assieme a loro il presidente di Doyen Sports Investments, il portoghese Nelio Lucas. I giornali italiani, col solito acume, parlarono di un’allegra combriccola di dirigenti calcistici in vacanza. Invece c’era in ballo il definitivo sdoganamento dei fondi d’investimento nel calcio italiano.
    Tutto scritto dunque?
    Guardate un po’ certe mosse di mercato. Lotito, che aveva già preso Felipe Anderson dopo una trattativa con Doyen, ha tesserato a gennaio Pereirihna e Helder Postiga. Cioè due bidoni targati Jorge Mendes. E il Milan ha preso mezze figure come Rami, proveniente dal Valencia che è in ottimi rapporti col solito Mendes, e Taarabt dal Queens Park Rangers, club che milita nella B inglese ma in ottimi rapporti con Kia Joorabchian.
    Che ruolo hanno i procuratori in tutto ciò?
    Sembrerà strano, ma i procuratori hanno tutto da perdere dall’avvento dei fondi d’investimento nel calcio. A loro resterà poco margine di libertà, e la scelta sarà fra il lasciarsi infeudare o essere espulsi per applicazione della legge del più forte. Non è un caso che in Spagna, cioè nel paese che come ho detto diventa la piazzaforte dell’invasione dei fondi nel calcio, l’associazione degli agenti e dei procuratori ha preso posizione netta contro l’invasione dei fondi stessi.

    P.Buttitta Huffington Post

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