GdS – Qui dove Marek luccica. Bratislava sa come svegliare Hamsik

Dev’essere stato per esigenze di retorica, per assecondarne l’aspetto aggressivo, con quella cresta di capelli che sembra la pinna di uno squalo, eppure molti hanno glissato negli anni sulla vera essenza di Marek Hamsik, «un bambino prodigio sì, ma soprattutto un ragazzo buono, un campione di semplicità».

 

Le due anime che convivono nel fenomeno di Banska Bystrica – 2 ore di auto da Bratislava – le racconta Igor Bobik, il suo primo allenatore allo Slovan, la Juve della Slovacchia, dove il talento purissimo del Napoli vuole ritrovarsi stasera, perché quei suoi capelli ribelli non sono mai stati così spettinati come adesso, come forse i suoi pensieri.

 

Alle radici Qui, a Bratislava, il suo paradiso, Marek è arrivato nell’aprile del 2002, accompagnato dai genitori e dal nonno Ivan, colui il quale prima che nascesse gli regalò già un paio di scarpette da calcio. Perché Hamsik è un predestinato, è vissuto dentro una favola e i sogni di genitori, amici e parenti li ha realizzati tutti. Papà Richard, ex calciatore, e mamma Renate, ex giocatrice di pallamano, vendettero addirittura la Skoda Felicia di famiglia per pagare il cartellino allo Jupie Podlavice, il piccolo club in cui il centrocampista mosse i primi passi. «Non era nella filosofia dello Slovan, allora in seconda divisione, pagare per un giocatore così giovane, perciò ricavammo circa 10mila euro dalla vendita per riscattare il tesserino», ricorda Richard. E qui a Bratislava Marek modellò anche il suo personaggio unico: qui si è fatto il primo tatuaggio sul polpaccio destro, qui si è inventato la cresta, «perché ha i capelli fortissimi e la mattina al risveglio li aveva sempre sparati in aria, così decise di tenerli sempre all’in su col gel». E qui ha pescato pure il numero 17, «durante il sorteggio per le maglie allo Slovan, e non l’ha più cambiato».

 

Ricordi Davanti alle foto del suo gioiellino, Bobik, 53 anni, professore all’Università dello Sport e tecnico allo Skp Bratislava, quasi si commuove: «Quando lui arrivò, anche la mia famiglia si mise a disposizione. Durante la settimana dormiva in uno degli appartamenti all’interno dello stadio Tehelne Pole, ora in ristrutturazione. Usciva coi compagni di squadra e passava i weekend da noi, giocavamo a tennis e a hockey su ghiaccio. Mangiava sempre pasta e pollo, e collezionava le figurine dei calciatori. E’ sempre stato umile, discreto ma sorridente, aveva una gran visione di gioco, faceva il centrocampista centrale: per me è stato il migliore nei due anni di Slovan».

 

Sofferenza Sì, è stato il migliore anche nel Brescia (segnalato nel 2004 da Maurizio Micheli, allora osservatore per conto del patron Corioni, che lo vide realizzare una doppietta alla Lituania e 1 gol alle Far Oer nelle qualificazioni all’Euro Under 16) e nel Napoli nelle ultime stagioni. Con la cresta sempre alzata e i consigli preziosi dell’agente Juraj Venglos. Ma da qualche mese a questa parte il campione si è un po’ perso tra il turn over e lo schema 4-2-3-1 di Rafa Benitez, una sofferenza per uno abituato a giocare un tantino più indietro, con la porta davanti agli occhi e gli spazi da attaccare coi suoi proverbiali inserimenti. Un ex bambino che, all’improvviso, sembra meno imprevedibile di prima. Bobik gli serve l’assist: «Io dico a Marek di continuare a dare sempre il massimo. Ma perché Hamsik dia il massimo è anche necessario dargli libertà di manovra, credere di più in lui, farlo giocare con continuità e assecondare il suo istinto creativo. E’ un combattente, vuole sempre vincere». E giù con la penna e un foglio di carta: il modulo di riferimento è il 3-4-3 dello Slovan inizio anni 2000, Hamsik è collocato dal tecnico che più lo conosce sul centro-sinistra nella linea di mezzo, dietro a 3 attaccanti, allora Augustin, Piroska e Petovsky. Un suggerimento a Benitez? Sembra proprio di sì…

 

Festa E stasera al Pasienky, lo stadio dell’Inter Bratislava retrocessa in 3a serie, verranno i familiari e 57 amici di Marek da Zilina e Bystrica (e già 10mila biglietti sono andati a ruba in prevendita). Perché un coraggioso Ulisse come lui ha bisogno della terra materna per rilanciarsi. Il Napoli riparte da lui e lui riparte dai luoghi della fanciullezza: «Sono arrivato qui a 14 anni, me la sono cavata da solo, questo mi ha aiutato a crescere – dice alla vigilia Marek. Mi fa piacere essere un idolo per i tifosi slovacchi, che ancora non ho potuto vedere perché siamo arrivati direttamente dall’aeroporto al campo. Vincere questa gara per il Napoli è importante, anche nell’ottica della qualificazione». «Per noi sarà una festa incredibile – conclude il padre –, è la prima volta in una gara ufficiale che Marek viene qui. Con Bobik stiamo organizzando pure una partita per dicembre con i suoi ex compagni di squadra». Che lo ricordano tutti allo stesso modo: in mezzo al campo, faccia alla porta, con quel mare dentro di passione mai addomesticato.

 

La Gazzetta dello Sport