Eduardo, la passione fino all’ultimo respiro

Eduardo: Quel genio scomodo che parla al nostro tempo sulle orme di Scarpetta

Chissà se Eduardo Scarpetta ha mai intuito quello che sarebbe avvenuto nel teatro della sua famiglia. Quanto sarebbe stato amato ed applaudito cioè quel suo figlio scontroso a cui affidava, per il noioso lavoro di copista, canovacci e copioni che gli occorrevano per andare in scena con la sua celebre ed applaudita Compagnia. È certo però che quel lavoro fu come un seme rigoglioso, seppellito al tempo giusto in una terra buona e poi sbocciato, per regalarci una lunghissima stagione teatrale, di cui ancora oggi, a tanti anni di distanza, godiamo fiori e frutti. Eduardo De Filippo, primogenito di Luisa, passione neanche troppo clandestina, o nascosta, del capocomico di successo che tutta Napoli applaudiva, ebbe il medesimo nome del padre ed un talento più grande. Crebbe alla sua scuola dove trovarono spazio e sapere anche gli altri fratelli, Titina e Peppino, ed il fratellastro Vincenzino che voleva fare il musicista ed invece fu costretto ad essere attore anche lui. Eduardo non fu costretto, il teatro era il suo spazio naturale. Me lo immagino, ragazzino imbronciato attento ad osservare gli attori che recitavano, ascoltandoli per carpire loro i segreti della recitazione non meno di quelli della scrittura.

Un grande capitale da spendere poi per tutta la vita. Per la nostra fortuna di spettatori. Dai primi anni del ‘900 Eduardo proietta così il suo genio verso di noi e parla agli spettatori del nostro tempo come nessuno altro sa fare. Scrisse intuendo temi ed ansie, urgenze e passioni, divertimento e dolore da sviluppare in palcoscenico con i suoi attori preferiti. Ma anche lasciandoci poi, oltre il suo tempo di vita, un corpus di commedie a cui altre generazioni di attori guardano con ammirazione e passione, a cui altri autori si abbeverano per costruire altra scrittura, altri registi, giovani ed entusiasti o vecchi e sapienti, lavorano con fedeltà e fantasia rispettosa o infedele. Eduardo parla al nostro tempo e ci ricorda che il teatro è una macchina capace di coinvolgerci azzerando differenze profonde, su cui fare transitare i sentimenti di differenti generazioni e saperi. Eduardo ci parla e di diverte, ci emoziona e ci turba, ci costringe a riflettere e decidere, ci sprona e ci mortifica. Non ci blandisce mai con inutili moine e soluzioni di comodo. Della scomodità ha fatto una bandiera ed una scelta artistica mai rinnegata. Ce lo disse nel suo ultimo discorso al pubblico del Teatro Antico di Taormina, quando, spingendo avanti, e definitivamente, il figlio Luca nel solco profondo che aveva tracciato, ci disse della propria, lunga vita in teatro.

Della fatica e della pazienza, delle ostilità e delle diffidenze, e di quel “gelo” spaventoso, e forse drammaturgicamente esaltante, in cui aveva vissuto ed in cui aveva creato la folla amatissima dei suoi personaggi. Era vecchio e sembrava stanco in quel 15 settembre del 1984. Eduardo disse agli spettatori che lo ascoltavano in silenzio trattenendo il respiro per la sorpresa e l’emozione: «Mi dicono che sono un orso, che ho un carattere spinoso… Non è vero… se non fossi stato un orso, se non fossi stato uno che si mette da parte, non avrei potuto scrivere 55 commedie ». Tutta una vita in scena. La sua, «fatta di sacrifici, e di gelo; così si fa il Teatro, così ho fatto». Così disse ed un brivido ci corse su per la schiena, esplodendo in un grande, liberatorio battere di mani. Anche se sapevamo che quella volta non era una recita, che quell’ultima volta in cui Eduardo ci parlava non stava recitando ma ci stava dicendo l’ultima delle sue “verità”. La memoria rincorre le giornate di Eduardo De Filippo. Per lui parlano le sue commedie, ché un’autobiografia non l’ha mai voluta scrivere. Impaziente. O forse prudente. Rifiutava se gli si chiedeva di prendere appunti o di registrare interviste che lo raccontassero. Non voleva. «Nessuna contabilità della mia vita, quando me ne andrò, presto o tardi non importa, voglio lasciare dietro di me tutto imbrogliato », rispondeva. Ma poi di tante cose della sua vita parlava volentieri, raccontando magari di quando e come e dove aveva scritto questa o quella sua commedia di successo. In casa, o chiuso in una camera dell’accogliente e silenzioso albergo, con tutti i fogli sparsi intorno. Commedie scritte per dare forma e parola ai personaggi che gli stavano dentro e già gli parlavano. Qualche volta scritte di getto, per sostituirne una che gli sembrava avesse avuto poco successo, o per far riposare Titina ammalata. E si rivelarono poi capolavori.

Le cronache da sempre sono state prodighe di racconti, a volte di indiscrezioni. Lui zitto, senza smentire e senza confermare. Riservato e prudente. Scontroso si è detto sempre. Esigente con se stesso, e quindi con gli altri. Sia che fossero amici sia che fossero gli attori della sua Compagnia da cui esigere molto, con cui essere, se necessario, spietato. «Un capocomico non può permettersi amicizie o affetti se deve dirigere, non può avere debolezze sentimentali, altrimenti tutto si confonde», era una delle sue regole certe. Provare, andare in scena e naturalmente scrivere. Scriveva a mano. I primi copioni con l’inchiostro stilografico, poi con la penna biro, «mai usato la macchina da scrivere», almeno mai per mettere su carta le prime idee, corrette e riviste come si vede sui tanti copioni. Quelli che ora sono custoditi nella “Sala Eduardo De Filippo” della Lucchesi Palli alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Ché, ora, a vederle danno un brivido ed una emozione grande. Commedie partorite dalla fantasia che deformava improvvise intuizioni, o dalla cronaca di una giornata osservata con occhio attento e disincantato. «Incomincio a scrivere ed ho già tutto in mente, conosco quello che i miei personaggi dovranno fare, quello che diranno, quale personaggio avrà un peso principale e quale avrà poca importanza, di qualcuno mentre scrivo cambio il comportamento ed il modo di pensare, di qualche altro cambio l’età. Mentre scrivo può succedere che un uomo diventi donna, perché mi sembra che così la storia funzioni meglio. Poi la commedia va in scena e vedo che qualcosa non mi convince, allora, quando ho finito le repliche, mi rimetto al lavoro e apporto un cambiamento, un taglio, un’aggiunta», mi disse una volta durante le giornate indimenticabili delle repliche del suo “Sik Sik”. Nel camerino del San Ferdinando osservavo l’attore prodigioso che a 79 anni, stanco e malato, si preparava per fare rivivere il suo prediletto personaggio, il prestigiatore imbroglione e sconfitto, e mi si mostrava eroico protagonista di una battaglia contro il tempo. Si truccava pian piano dandosi il rosso alle guance e segnando gli occhi con la matita nera, «quando scrivevo le mie commedie davo ai personaggi che avrei interpretato una età imprecisa, tra i 45 e i 55 anni, erano assolutamente credibili e sapevo che, invecchiandomi un poco ogni anno, avrei abituato il pubblico a vedermi praticamente sempre eguale», mi disse una sera in cui aveva voglia di raccontare del suo lavoro all’allora giovane direttore del suo Teatro che lo osservava curioso. Ed aggiunse dopo un lungo silenzio pensoso: «A un certo punto della mia vita ho incominciato a ringiovanirmi, ma ora debbo tornare indietro di parecchi anni se voglio essere credibile, chi me lo doveva dire che a quest’età sarei stato ancora in scena».

 

Era fermo nel tempo, mai vecchio, sempre eguale a se stesso. Senza età il suo Sik Sik piegava gli anni ed affiorava il ricordo di un tempo lontano. Eduardo aveva cominciato a lavorare come attore piccolissimo. Lo sanno tutti, nella compagnia paterna debuttò pronunciando quel “Vicienzo m’è pate a me” diventato orgoglio di tanti attori napoletani. Per lui fu l’inizio di una carriera leggendaria. Il debutto di “Sik Sik, l’artefice magico”, che legò per sempre l’attore all’autore, fu nel giugno del 1929, al Teatro Nuovo. Era un breve sketch, scritto a matita sopra la carta della colazione, pane formaggio e pere, in un vagone ferroviario di terza classe, venendo a Napoli da Roma. Più di quattrocento repliche «e il pubblico in delirio che mandava a memoria le battute e se le diceva per strada, da un marciapiedi all’altro». Il primo grande successo. Ed anche l’ultimo spettacolo portato in scena a Napoli, nel suo San Ferdinando, nella primavera del 1979, quasi a voler chiudere il cerchio meraviglioso della sua vita d’attore. Così fu, perché quel Sik Sik Eduardo lo fece vivere ancora per qualche mese, e poi mai più, ritirandosi dalle scene e decidendo di dedicare i suoi ultimi anni a poche preziose regie, a numerosi incontri con i giovani che lo amavano, all’impegno mai smesso per cercare di dare dignità al futuro dei “giovani a rischio” di Napoli. Per loro Eduardo veniva a Napoli di tanto in tanto. L’ultima volta in un indimenticabile incontro voluto dal sindaco e amico Maurizio Valenzi, al Palazzetto dello sport per raccogliere fondi per il suo progetto. Sul palco, alla fine della serata, recitò “Io vulesse truvà pace”. E fu come un saluto. Accolto da un applauso, l’ultimo, che sembrava non dovesse finire mai più.