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Così parlò Bellavista

Una commedia che rende gloria alla napoletanità.

Una sintesi felice, una quasi assenza di trama e l’inarrestabile galleria di personaggi oramai memorabili, dal cugino di Parascandalo, al signore del “cavalluccio rosso”, fino all’amico della “Signora Rinascente”.

Dalla regia dello stesso Luciano De Crescenzo, la storia di Bellavista (1984), un professore di filosofia in pensione che dà lezioni ai suoi amici: un sostituto portiere, un netturbino e un poeta, come nello stile del De Crescenzo scrittore, autore di saggi sulla filosofia per tutti i lettori. Ma la sua quiete viene disturbata dall’arrivo nel palazzo del milanese Cazzaniga, il nuovo direttore del personale dell’AlfaSud.

E da qui, la teoria che distingue gli uomini d’amore, i napoletani, dagli uomini di libertà, i milanesi.

Tra le scene memorabili: lo scupatore in vico Rose, il condominio con il sostituto portiere in via Foria,al numero 106, dove risiede anche il maestro Roberto De Simone, con la sua casa museo che affaccia sulla via d’ingresso alla città. Ultimo vanto musicale e culturale della Napoli che sta scomparendo.

L’assistito in trance che dal racconto di Patrizia deduce i numeri da giocare al lotto, su via Caracciolo, il momento dell’amore in macchina (con i giornali ai finestrini) a Posillipo, parco Virgiliano, detto anche parco della Rimembranza, splendido parco diventato noto per le coppiette che usavano appartarsi, nel film è un vialetto privato delle rampe di Sant’Antonio (numero 110).

Ma la vera scoperta, in barba alla celebrazione del traffico napoletano, è la scena iniziale, sulla teoria del classico «ingorgo a croce uncinata, dove ogni macchina sopravanza l’altra macchina di mezzo metro»: la strada del bar dove Cazzaniga, sceso dal taxi, trova il vigile a sorseggiare beatamente un caffè, è via Franklin, non a Napoli, a Roma.

Battute celebri:

«I tedeschi, caro professore, non sono come noi».

«Si è sempre meridionali di qualcuno».