Ecco come appariva Napoli nel 1877

Ecco come appariva Napoli nel 1877

Come appariva Napoli nel 1877. Nel 1877 lo scrittore, Renato Fucini, noto anche con lo pseudonimo e anagramma di Neri Tanfucio. Viene invitato dallo storico Pasquale Villari a Napoli e a scrivere una sorta di osservazione nuda della città.

 Napoli nel 1877-Eccomi a Napoli; eccomi finalmente in questa terra promessa ad incarnare il sogno dorato della mia vita. Non ti ho scritto subito, perchè la confusione del mio povero cervello, appena piovuto in questa enorme voragine, è stata tale da non permettermi di farlo. Ora però che ho ripreso fiato e che ho cominciato a riordinarmi le idee fino ad oggi sparpagliate e frullate in tondo come foglie secche dal vento, mi faccio una festa di mantenerti la promessa e di scriverti qualche cosa da questo paese. La sera stessa del mio arrivo, si montò di volo in una vispa carrozzella e subito, per non perder tempo, senza pensare a valige, a stanchezza, a nulla, una corsa attraverso alla immensa città.

Vetturino, a Mergellina!  e giù, a trotto serrato per Toledo, Chiaja e la Villa Reale, trasportato come in sogno fra la romba e il brulichìo vertiginoso d’una folla compatta [ che si apriva a stento al nostro passaggio e si richiudeva subito dietro alla carrozzella come una massa liquida, su la quale galleggiassero migliaia e migliaia di cappelli e di teste umane.

Che brio, che vita, che baraonda, amico mio, che maraviglioso disordine era quello per il nuovo e piccolo arrivato! Mi parve a un tratto d’esser diventato invisibile, e mi sentii là dentro come un grano di miglio turbinato nei vortici d’una enorme pentola a bollore!

Come appariva La città di Napoli nel 1877

Io non conosco i paesi dell’Oriente, nè conosco la Spagna altro che dalle descrizioni dei viaggiatori, dai libri letti, dai dipinti e dalle fotografie; ma se questo può servire, come io credo, a dare una idea abbastanza esatta di quelle regioni, l’aspetto della città di Napoli mi sembra tale, fuorchè in otto o dieci delle principali vie, da porre addirittura il visitatore italiano nella illusione di trovarsi mille chilometri lontano dalla sua patria, balestrato per incantesimo su qualche porto della Valenza o della Catalogna.

Vie strette, fiancheggiate da case generalmente altissime con facciate sopraccariche di balconi e che vanno a terminare, senza aggetto di gronda, in una linea tagliente e spezzata sul fondo del cielo; profusione in ogni parte di ornamenti barocchi e di vivaci colori malamente accozzati fra loro; tipi e modi degli abitanti; clima, nomi di alcune strade e persino molti vocaboli passati intatti nel loro dialetto dalla lingua spagnola, e tante e tante altre particolarità che ora mi sfuggono, tutto ricorda quel paese, da ogni lato ti corrono all’occhio o all’udito schiettissime tracce della lunga occupazione spagnola.

Domandai ad un catalano di mia conoscenza, e glie lo domandai da vero: — Sembra spagnolo anche a voi l’aspetto di questa città?  Mi rispose:  Bendate un mio compatriotta, toglietegli la benda dopo averlo condotto in qualcuno dei vichi o delle rue di questo paese, e griderà: sono a casa mia.

Ma lasciando da parte i confronti, vieni con me, osserviamo Napoli quale è; percorriamo le sue strade nel modo che più ti piace: in carrozzella, in omnibus, in tramway, in curricolo, a piedi…. ingolfiamoci in questo laberinto, in questo formicaio umano; tuffiamoci in questa allegria contagiosa, in questa vitalità febbrile e lasciamoci trascinare nella vertigine di questa ridda, dove i sensi non bastano alla faticosa opra, verso la quale irresistibilmente si sentono attrarre e dove spesso rimangono sopraffatti e spossati sotto l’attrito continuo d’un eccitamento eccessivo.

La prima impressione che si riceve entrando in Napoli, è quella d’una città in festa. Quel chiasso, quello strepito, quella turba di veicoli e di pedoni che si affollano per le vie, ti sembra, a prima vista, che debba essere cosa transitoria, un fatto fuori dell’ordinario, una sommossa, una dimostrazione o che so io. Volti gli occhi in aria: una miriade di finestre ed altrettanti balconi e tende che sventolano al sole e fronde e fiori e persone fra quelli affacciate, ti confermano nella illusione.

Il frastuono, le grida, gli scoppi di frusta ti assordano; la luce ti abbaglia; il tuo cervello comincia a provare i sintomi della vertigine, i tuoi polmoni si allargano; ti senti portato a prender parte alla entusiastica dimostrazione, ad applaudire, a gridare — evviva! — ma a chi? La scena che si svolge davanti ai tuoi occhi non ha nulla di eccezionale, nulla di straordinario; la calma è perfetta, nessuna forte passione politica agita questo popolo, ognuno va per le sue faccende, parla de’ suoi affari; è una giornata come tutte le altre, è la vita di Napoli nella sua perfetta normalità e nulla più.

Strano paese è questo! Quale impasto bizzarro di bellissimo e di orrendo, di eccellente e di pessimo, di gradevole e di nauseante. L’effetto che l’animo riceve da un tale insieme è come se si chiudessero e si riaprissero continuamente gli occhi: tenebre e luce, luce e tenebre. Accanto alla elegantissima dama, un gruppo di miserabili coperti di luridi cenci; immondizie e sudiciume fra i piedi, su in alto un cielo di smeraldo; da un lato una fresca veduta della marina, dall’altro pallide facce di miserabili che si affollano su l’apertura della loro tenebrosa spelonca; là in fondo, un gruppo di azzimati dandy fa cerchio intorno al cestello odoroso della fioraia, accanto uno sciame di guaglioni in camicia si svoltola tra le immondizie; qui un’onda profumata dal fiore d’arancio t’inebria, due passi più avanti la padella del friggitore ti strazia l’olfatto; la mesta canzone della comarella, che dolcissima scende dal balcone fiorito t’inebria, il raglio potente d’un somaro ti fracassa gli orecchi. E così potrei seguitare all’infinito.

La straordinaria ed abbagliante varietà di tutto quello che dà nell’occhio a chi è nuovo di questo paese è tale da far credere che tutti si siano dati le intese, per non fare la stessa cosa nella stessa maniera. Lo spirito di una indipendenza primitiva regna assoluto; ognuno fa quello che crede e che più gli accomoda senza curarsi se sarà ridicolo o se arrecherà ad altri molestia. Le guardie municipali sono impotenti o quasi in tanta baraonda. Il fabbro ferraio porta la sua fucina in mezzo della via ed altrettanto fanno tutti gli altri artigiani; gl’inquilini dei bassi o piani terreni, scacciati dalla oscurità o dalla malaria delle loro tane, si scaricano su la via coi loro mobili, coi loro cani, col gatto, col ciuccio, coi polli, con la pecora, e lì [7] stanno a chiacchierare, a grattarsi, a lavorare, a dormire, a mangiare, a digerire, a…, e così dal fare del giorno al calare della notte la intera città assume l’aspetto d’una immensa bottega di rigattiere.

In alcune vie il cielo è quasi nascosto da migliaia di panni stesi ad asciugare e ventilarsi su corde tirate da una parte all’altra della strada, che sgocciolano e brillano schioccando al vento come se anch’essi godessero di vedersi finalmente puliti davanti alla luce del sole. In altre vie la circolazione è qualche volta preclusa da ogni sorta d’ingombri, eppure a forza di lanci, di zig-zag, si passa, si tira avanti e si ride, e nessuno brontola e nessuno si lamenta, perchè nessuno è rimproverato nè ascolta lamenti se fa altrettanto dal canto suo.

Ma quanto è bello, amico mio, quanto è seducente per chi ha una dramma d’artista nell’anima, l’effetto pittoresco di questo spettacoloso disordine! Specialmente per colui che vi si trova framezzo, arrivando dalle altre provincie d’Italia, dove gli è necessario un permesso bollato anche per poter fare ciò che legalmente gli è stato imposto, e dove mille elaborati regolamenti ti vessano, ti tormentano e t’impacciano più di tutti gl’ingombri del più affollato vico di Napoli, l’effetto è tanto grande che spesso ti senti sfiorare le labbra da un sorriso di maliziosa compiacenza, quando arrivi ad accorgerti che in fine dei conti tutti gli estremi si toccano. Per carità non dire a nessuno di questa eresia, se no m’impalano. Ed anche tu siimi indulgente e compatisci questo povero diavolo che diventa barbaro provvisoriamente, per eccessivo amore a un ideale d’incivilimento, il quale forse non ha altro difetto che d’essere un po’ troppo a modo suo.

L’incontrare una faccia mesta in questa agitata marea di carne umana, è raro assai. Eppure le anime afflitte certo non mancheranno in tanta moltitudine di figli d’Adamo; ma il riflesso della gajezza che predomina su tale scena ti abbarbaglia per modo che le particolarità sfuggono a’ tuoi occhi o, se le noti, l’impressione dolorosa che potresti riceverne, è così momentanea che le corde gentili dell’animo tuo non possono mantenere una sensibile vibrazione. È più facile sentirsi provocare una risata omerica dal frate che ti chiede il soldo, offrendoti in cambio i numeri per il lotto, che provare intiera la pietà di una madre, che pallida fino su le labbra ti stende la mano per la sua creatura che ha fame. — L’osservatore crede assistere ad una splendida pantomima; sfiora con l’occhio la superficie di tutto, e in ogni pezzo della maravigliosa macchina, in ogni comparsa che ride o piange sotto i suoi occhi, non vede altro che la fantasia del coreografo, e de’ corifei che gli ballano davanti, altro non scorge che le vesti e la faccia rischiarata dai lumi della ribalta. —

Per colui che voglia presto acquistarne una idea generale e vedersi sfilare davanti tutti i personaggi della commedia di Napoli, la via di Toledo è, fra tutte le strade della città, quella che più si presta a tale scopo. Tanto più che da ogni quartiere, da ogni rione lontano si scarica e passa tumultuosamente confuso in questa arteria massima lo svariato popolo della città, che contiene entro la sua cerchia tutte sfumature della scala sociale, dal lezzo dell’Imbrecciata ai profumi del Pizzo Falcone.

Percorrendo questa bellissima via e voltandosi ora a destra ed ora a sinistra ad osservare le numerose vie secondarie che vi fanno capo, notabili specialmente in quell’intersecato gruppo compreso tra le strade Trinità degli Spagnoli e Montecalvario, le quali dopo i Gradoni di Chiaja, Rua Catalana, Borgo Loreto ed altre minori sono per me le più originali di Napoli, tu puoi anche formarti una esatta idea del materiale della città, poiché da questo centro di circolazione che resta incassato profondamente nella massa enorme dei fabbricati, di rado l’occhio e l’attenzione restano distratti dalla vista dei circostanti colli e della marina.

Nessun paese al mondo, io credo, conserva a pari di Napoli così scarsa e non pregevole quantità di tracce monumentali delle dinastie che vi si sono succedute nel dominio.

Fonte:  RENATO FUCINI (Neri Tanfucio) NAPOLI A OCCHIO NUDO:  LETTERE AD UN AMICO. FIRENZE. SUCCESSORI LE MONNIER.1878.