De Crescenzo vi racconto come erano le case chiuse napoletane

LE CASE CHIUSE NAPOLETANE SECONDO DE CRESCENZO

Vi racconto  come erano le case chiuse napoletane. Perché poi si chiamassero “chiuse” non l’ho mai capito, dal momento che erano “aperte” a tutti, dai diciotto ai novanta.

Luciano De Crescenzo racconta con il suo insuperabile stile narratorio come erano le case chiuse Napoletane:

A essere sincero, non ho mai capito perché il sesso venga giudicato un peccato. A mio modo di vedere, infatti, quando c’è il consenso di entrambe le parti dovrebbe essere considerato un fatto positivo. Ma che dico positivo? Diciamo molto positivo. Probabilmente, a spargere paure e tabù, sull’argomento, devono essere stati quelli della Chiesa che, non potendo praticarlo, hanno fatto in modo che anche gli altri lo facessero il meno possibile. Lo dico a ragion veduta: io, proprio per colpa di un prete, e per la precisione don Attanasio, l’ho fatto molto meno di quanto avrei voluto.

Ho cominciato con i cosiddetti “casini” e ho finito con lo scriverci addirittura un libro, che avrei voluto chiamare Case chiuse, ma alla Mondadori il titolo non piaceva. Perché poi si chiamassero “chiuse” non l’ho mai capito, dal momento che erano “aperte” a tutti, dai diciotto ai novanta e a volte, come nel mio caso, anche ai ragazzi di sedici anni. Una sera, ci trovai perfino il mio professore di ginnastica e io feci appena in tempo a nascondermi in una toilette perché lui non mi vedesse. Tra le case che ho frequentato, la più bella di Napoli si trovava in via Nardones, all’angolo con piazza Trieste e Trento.

Durante gli anni dell’università, invece, mi dirottai verso la Pensione Gianna. Iniziai a frequentarla a causa di un mio compagno di studi, Agostino Belluscio. Uno dei particolari che caratterizzavano Agostino era la cascata di riccioli che gli incorniciava il volto e che gli aveva fatto guadagnare il nomignolo di “Bambolotto”.

Ogni mattina, pertanto, ci incontravamo alla Pensione Gianna e studiavamo fino all’ora di pranzo. La signora Gianna ci consentiva di studiare lì giacché sia io sia Bambolotto le tenevamo in ordine la contabilità della casa. Ricordo ancora il silenzio che regnava in quelle ore del mattino, che a tutto faceva pensare tranne che a un “casino”. Fu alla Pensione Gianna che conobbi Ernestina, quella che poi divenne la mia fidanzata. Inizialmente il rapporto tra me ed Ernestina era basato sul baratto: Ernestina mi insegnava a fare l’amore e io la ripagavo insegnandole a scrivere, affinché potesse inviare un paio di volte al mese una lettera a sua madre, che viveva in una provincia veneta.

Ecco, è vero che oggi il sesso non lo pratico più perché, a causa dell’età, non sono più, per così dire, “all’altezza”, ma tutto quello che conosco in materia lo devo a Ernestina, perché probabilmente senza di lei sarei ancora alle prime armi.

Ora, per quanto mi possa ricordare, le case chiuse funzionavano più o meno così: a pianoterra c’era un vano dove si entrava e si pagava un piccolo anticipo, anche detto marca o “marchetta”; dopodiché si saliva al primo piano e qui, in un grande salone, si vedevano sfilare tutte le “signorine”. Posseggo ancora un prezzario anni Trenta delle cosiddette “case”. Ecco qui, di seguito, lira più lira meno:

  • Alla buona: £ 1,10
  • Doppietta: £ 2
  • Saponetta naturale: 5 centesimi
  • Acqua di colonia: 25 centesimi
  • La svelta: £ 1,10

Ai militari veniva applicato uno sconto del 50 per cento, e c’erano agevolazioni per i giovanotti di primo pelo. Inoltre non era difficile trovare avvisi, rigorosamente firmati dalla madama della casa, di questo tipo:

AVVISO

GIOVANOTTI!

Le signorine lavorano!

SI RACCOMANDA

di non intrattenerle con

le bagatelle inutili!

I prezzi del tariffario

tanto non si cambiano

La camera dove per la prima volta, invece, incontrai Adriana aveva, proprio di fronte al letto, un dipinto della Madonna che purtroppo, ora che ci penso, ha assistito a tutto quello che ho fatto. Racconto queste cose ovviamente con grande nostalgia: ci fossero ancora ci andrei subito e non per consumare, beninteso, ma solo per scambiare due chiacchiere davanti a un caffè.

A parte queste stupidaggini… Le prostitute dei miei tempi vivevano molto meglio di quelle dei nostri giorni (escort escluse, da quello che mi ritrovo a leggere dalla cronaca). Lavoravano, infatti, in casa, erano protette e facevano una vita rispettabile. E non a caso dico rispettabile, in quanto erano rispettate da tutti e in particolare dallo Stato: avevano la cameriera personale che serviva loro anche il caffè a letto, poi c’era la “cameriera di piano”, che riordinava le camere, disinfettandole. Tutte, inoltre, dovevano sottoporsi periodicamente a controlli medici.

LE CASE CHIUSE NAPOLETANE E LA LEGGE MERLIN

Poi, purtroppo per loro, arrivò una certa senatrice Merlin con l’accento sulla “i”, che Dio la perdoni, una deputata che immagino democristiana, e che chiuse “le case chiuse” gettando tutte le signorine in mezzo alla strada.

Recentemente ho scoperto che a Napoli hanno organizzato un percorso guidato tra quelle che furono le più rinomate case di piacere della città. Due, su tutte, sono le case chiuse che avrei voglia di rivedere: La Suprema, che era situata nella salita di Sant’Anna di Palazzo, e Le Tre Vecchiarelle nel quartiere Montesanto, la casa che veniva prescelta dai giovani che non disponevano di grandi somme e che non si formalizzavano nel ritrovarsi di fronte a delle signore per così dire attempate. Mi ripropongo di partecipare a questo tour, non fosse altro per il gusto di gironzolare indisturbato tra le stanze che hanno regalato momenti di felicità a molti uomini, me compreso.