Da Sallustro al fenomeno Higuain i mille gol sudamericani del Napoli

In cima alla classifica l’ossessione implacabile del Veltro poi le magie di Diego.

Tra i bomber Cavani: un amore finito male poi Careca dei rimpianti Vinicio, Cané

Di:Marco Ciriello Il mattino

Hanno cominciato in lente e lontane giornate qualsiasi, dall’altra parte dell’oceano, senza pubblico né maglie, su campi improvvisati: più sentiti e immaginati che possibili, sono cresciuti
assaporando la maleducazione creativa di non passarla e tirare in porta, una scelta di vita prima che stilistica.

Sono i figli del gol, sudamericani, che hanno segnato la storia del Napoli, si sono fatti: leggenda, mito, canzone popolare.

Illuminati dal numero di reti, splendono i volti, vecchi e giovani, degli attaccanti che hanno obbedito al principio ordinatore del calcio, alla sua sintesi, alla tirannia delle partite: metterla
in porta.

Il Tractatus del calcio alla voce, riporta Eduardo Galeano che scriveva: «il gol è l’orgasmo del calcio », ora, di quelli a firma del continente sudamericano ce ne sono mille, con la maglia azzurra nel campionato italiano, con il rigore di Higuain alla Sampdoria, gol che si son declinati in urla, pianti, risate, abbracci, e poi ricordi.

A contarli viene fuori la mappa di una colonizzazione sentimentale, di una possessione carnale, prima che di un legame che si annoda negli anni, con il Brasile che batte l’Argentina e l’Uruguay, e il
Paraguay, lontano nella geografia e nei ricordi napoletani, si piazza quarto nel conteggio dei paesi del gol e primo con l’attaccante che, a furia di farsi lanciare in profondità e spedire in porta il pallone, ha inciso il suo nome sul muro dei gol messi a segno, e per molto tempo sembrava dovesse anche diventare il nome dello stadio: Attila Sallustro, 104.

Aveva un piede ammaliatore, prima ancora che materialmente implacabile, della squadra che compone l’impresa è l’unico ad aver giocato su una nave, ad essersi fatto il viaggio sull’Atlantico col pallone che nei suoi anni (1920) era color del fango, quasi una emanazione magica della terra sulla quale rimbalzava.

Arrivò a Napoli a dodici anni da Asunción per morire a Roma. Oggi, inmolti davanti al suo nome rimarrebbero ammutoliti, eppure è stata la prima vera star napoletana del calcio. «Partivo da centrocampo, scartavo due, tre avversari e arrivavo in porta col pallone».

E siccome al padre sembrava strano che un ragazzino venisse pagato per fare i gol, gli impose di farlo gratis, raccogliendo orologi, camicie e vestiti: «Sono stato il primo oriundo e l’ultimo dei dilettanti del calcio italiano ».

Però poteva investire un tifoso e sentirsi chiedere scusa,come sposare la più bella delle ballerine della Compagnia Molinari al Teatro Nuovo: Lucy d’Albert. È il fascino misterioso e ipnotico dei gol.

Dietro di lui c’è chi ha paralizzato il tempo e i sogni, creando un regno sui gol e sulle azioni che portavano a quei gol, che ha conquistato anche chi non lo ha visto giocare, chi non era nato e chi ancora deve nascere, e che pavlovianamente acquisirà una dimestichezza romanzesca con lui, chiamandolo solo per nome: Diego.

Poi, dopo, al terzo posto c’è il nome che porta all’impeto irreprimibile della collera, un nome che si trascina un lutto attonito, un rimpianto per quello che poteva essere e non è stato, e questo rimpianto cancella il dato, omettele gioie, facendosi processo di estraniazione brechtiana, in questo caso il numero pur elevato di gol: 78, non basta a ristabilire la normalità del ricordo, la natura le rievocazione, ed è nella pronuncia del solo cognome che stanno la distanza e la storia di un amore finito male: Cavani.

Dietro di lui, c’è un caso diverso di attaccante, «e’ uomo » – aggiungerebbe il tifoso – il suo nome si ometteva perché comune – Antonio –, e lo si evocava col cognome per rispetto, un rispetto che veniva dai portieri annichiliti mentre i suoi palloni si adagiavano in porta entrando da posizioni assurde, ogni suo tiro era una evocazione, dove l’abilità prevaleva sull’atletica, perché a Careca si accompagna un tipo diverso di rimpianto, comune alla sua generazione di calciatori brasiliani: se avessero trattato meglio il proprio corpo avrebbero raccolto di più.

Infatti quella precedente, lo aveva fatto, non disdegnando il vizio dell’amore ma non facendosi marcare dagli altri, così JoséAltafini, si scrive e si pronuncia tuttattaccato, viene sì scavalcato di due gol, ma può vantare una vetrina maggiore di vittorie e titoli, e si è anche reinventato, quasi che fuori dal campo avesse avuto bisogno di recuperare quello che aveva perso stando dentro, in una lezione rovesciata, che solo anni dopo i brasiliani hanno imparato.

Dopo di lui ci sono Luis Vinicio e Faustinho Canè due brasiliani che a suon di gol si son fatti napoletani, più segnavano più il loro passaporto scoloriva, più spedivano in porta palloni più la loro lingua si impastava di suoni napoletani, al punto che hanno preso a commuoversi per il Golfo e il Vesuvio, e si sono anche seduti in panchina, il resto l’ha fatto la città,a ccollandoseli, per il precipitare ineluttabile della parabola del tempo–stavolta – enondiun pallone che finisce in rete.

Il resto non ha l’eleganza asciugata dai decenni passati ma è roba dei giorni nostri, i calciatori risultano ancora sudati nei ricordi a breve, due argentini e un uruguaiano, ci sono: Lavezzi, Higuain e Fonseca.

Dei tre solo Higuain può ancora scalare la classifica, però gli altri due non si sono consegnati al plotoned’esecuzione del rimpianto, anzi, sono riusciti a togliersi la maglietta del Napoli lasciandosi dietro i sorrisi, in una anomala triangolazione tra gli addii e il mondo platonico dell’affetto calcistico.

Higuain è accompagnato dallo spasmo collettivo del tempo presente, la storia dei suoi gol è ancora tutta da scrivere, mentre quella del Pocho – in questo caso il soprannome ha la meglio su nome e cognome per una questione di permeabilità amorosa–e quella di Fonseca è consegnata a una ipotetica panchina dei sospesi, con il secondo quasi dimenticato.

Manca Omar Sivori, faccia sporca, che ha segnato poco col Napoli ma la cui finta malefica,rimane, e riesce, nei ricordi, a prevalere sul numerodi gol, perché i suoi tunnel sono pernacchie alle classifiche.