Ci ha lasciato il Petisso. Napoletanosinasce chiuso per lutto.

Rincorsi Beltrandi e gli diedi uno schiaffone. Così impari a rispettare i campioni, gli dissi”. Altri tempi.

Cari lettori, l’amore per il Napoli, lo sapete, ci unisce in maniera indissolubile, il nostro sito,  oggi resta chiuso per lutto.

Il nostro amato Petisso ci ha lasciati, come innamorati del Napoli, non abbiamo, la forza di raccontarvi i fatti di De Laurentiis, oppure le chiacchiere di mercato, oggi siamo tristi.

Pesaola era un Napoletano nato all’estero, a Buenos Aires da padre marchigiano, in azzurro ha giocato dal 1952 al 1960. il Petisso ha scelto Napoli come sua citta’ e sua patria.

Il nostro sito gli rende onore, chiudendo, fino alle 6 di domani mattina.

 

Un grazie a Storie di calcio per l’auto biografico, se volete saperne di piu’ su Pesaola, vi invito a leggere la bellissima intervista del Bravo LUCA CIRILLO
Bruno Pesaola nasce ad Avellaneda, una provincia di Buenos Aires, il 28 luglio 1925. Suo padre, Gaetano, è un calzolaio originario di Montelupone, in provincia di Macerata, emigrato in Argentina dopo la prima guerra mondiale dove sposa una spagnola di La Coruna, Inocencia Lema. Bruno ha un fratello, Giordano, più grande di lui di sette anni e grande promessa del calcio. Una carriera stroncata a vent’anni quando, facendo il militare a Cordoba, il rinculo di un cannone gli lesiona seriamente una gamba. Giordano porta il giovane Pesaola a giocare nei campetti della provincia e gli insegna, oltre ai primi rudimenti del football, a calciare di sinistro.
Bruno è alto soltanto 165 centimetri e già lo chiamano “el Petisso”, il piccoletto. Il suo nome inizia a circolare ed un emissario della Roma gli propone il trasferimento in Italia. Pesaola fa due conti ed accetta la trasvolata strappando un ingaggio da 120 mila lire al mese.

 

Un volo interminabile Buenos Aires-Roma, addosso l’abito migliore. Con lui viaggia Osvaldo Peretti, un altro italo – argentino, nella Roma poco più di una meteora. Arriva dall’inverno argentino e piomba nel caldo asfissiante romano. Attraversammo una zona di rovine archeologiche e le scambiammo per macerie di guerra. Ci guardavamo sbigottiti, chiedendoci dove fossimo capitati”. Pesaola gioca all’ala, rigorosamente a sinistra (“Il destro lo usavo soltanto per disperazione”), e in due stagioni disputa 73 partite e segna 19 gol.
Così nell’estate del 1950, frustrato e deluso, progetta di tornare in Argentina. A Buenos Aires si ricorderanno ancora certamente di lui, e una delle tante squadre della capitale sudamericana lo
assumerà. Gli spiace però archiviare con una sconfitta l’esperienza italiana, lui che era sbarcato a Genova con tante speranze e tante illusioni. La valigia è pronta sul letto dell’albergo quando arriva un telegramma firmato Silvio Piola. Dice: “Petisso vieni a Novara. Ti proviamo e vediamo se puoi giocare con noi. Io ho fiducia. Ti ho visto giocare e mi sei piaciuto Dai vieni. Ciao, Silvio”.
Pesaola cresce a vista d’occhio, balla il tango nelle balere novaresi, piace alle ragazze, è abilissimo nella camminata, nella baldosa, nella parada, tutti passi e figure dell’eccitante e sinuoso ballo
sudamericano. E intanto, durante una serata da ballo alla sala sotterranea del Vittoria, adocchia una bruna slanciata: è Ornella Olivieri, un’incantevole reginetta di bellezza, che diventa sua moglie e gli regala un figlio, Roberto, laureato in filosofia, autore di testi radiofonici e teatrali con lo pseudonimo notissimo di Zap Mangusta. Un matrimonio felice, troncato nel 1986 dal tumore che la porta via.

 

Ovviamente le sue prestazioni non sfuggono alle grandi squadre. E arrivano offerte sostanziose da Milano e da altri club importanti. Pesaola chiese consiglio a Ornella; la moglie immediatamente sceglie Napoli (suo fratello lavora tra l’altro alla Siae di Pozzuoli), e approfittano del viaggio al Sud per realizzare una bellissima “luna di miele” sulla costiera amalfitana.  Si presenta poi al Parker’s dov’è radunato il Napoli di Monzeglio con Amadei, Casari, Comaschi, il vecchio Gramaglia, Eugen Vinyei, il terzino ungherese dal tiro potente, persino un Manlio Scopigno di passaggio in maglia azzurra. Pesaola, Jeppson e Giancarlo Vitali sono gli acquisti di Lauro per un tridente offensivo memorabile.

 

E’ il calcio allegro ai tempi del “Petisso”. «Lauro veniva a giocare a scopa con noi. Mille lire a partita. Io e Comaschi lo facevamo vincere, e lui era contento. Una volta gli chiesi un prestito per aprire un’attività commerciale a Sanremo dove c’erano i parenti di mia moglie. Mi disse: vediamo. Credetti che volesse prendere tempo per non darmi nulla. Invece, s’informò perché non prendessi una bidonata e, quando ebbe le assicurazioni giuste, mi diede i soldi».
Sono anni indimenticabili, anche se con tutti i campioni presenti in squadra Pesaola deve fare il  gregario, il portatore d’acqua. Per loro sacrifica anche le sue originali caratteristiche di attaccante puro, compiendo il lavoro oscuro e faticoso della mezz’ala. Ma le soddisfazioni non mancano: nel 1956 il Napoli va a San Siro e batte il Milan di Schiaffino che poi avrebbe stravinto il campionato. Nel primo tempo 5-0 per gli azzurri. Pesaola fa due gol al grande Buffon, due Vinicio e uno Posio. A un certo punto, un certo Beltrandi fa un tunnel a Pepe Schiaffino: “Mi sembrò un oltraggio. Rincorsi Beltrandi e gli diedi uno schiaffone. Così impari a rispettare i campioni, gli dissi”. Altri tempi.

 

Da giocatore, Pesaola disputa 231 partite al vecchio stadio Vomero e fa in tempo anche a giocarne 9 nel nuovo San Paolo: «Il trasferimento a Fuorigrotta fu uno choc. Il Vomero era piccolo, col pubblico addosso, era uno stadio familiare, conoscevamo quasi tutti i tifosi. Il San Paolo era un’immensità. E ci toccò inaugurarlo contro la Juve di Sivori, Charles e Boniperti. Ci facemmo coraggio e vincemmo 2-1, gol di Vitali e Vinicio. Al San Paolo non feci mai gol, ma ci stavo per rimettere un occhio. Nella partita col Bari presi un calcio al viso e rimasi cieco per 48 ore alla clinica Mediterranea. Nella partita contro l’Alessandria vedemmo per la prima volta Rivera. Aveva 17 anni e ci fece anche gol».

 

1961-62. A metà campionato, col Napoli allenato da Fioravante Baldi quart’ultimo in serie B, Lauro lo chiama sulla panchina azzurra. E’ febbraio. Il presidente della Scafatese, Romano, lo lascia
libero dicendogli: «Segua il suo cuore».

 

Pesaola lo segue: conduce la squadra al secondo posto in classifica e all’immediato ritorno in massima serie fumando 40 sigarette a partita, ma anche alla conquista del primo trofeo nella storia del club, la Coppa Italia, unica squadra di Serie B ad essere mai riuscita nell’impresa. Il “Petisso” è anche il primo allenatore del Napoli a vincere un torneo internazionale, la Coppa delle Alpi 1966. Una vittoria ottenuta con un trucco che vale la pena raccontare. Il Napoli è in un girone e la Juve nell’altro con squadre svizzere. Ultima giornata con le due italiane a pari punti. Nell’intervallo della gara contro il Servette a Ginevra, col Napoli in svantaggio 0-1, il “Petisso” fa annunciare dall’altoparlante che la Juve sta vincendo la sua partita a Losanna e stuzzica Sivori: «Lasci la vittoria al tuo nemico Heriberto, bella figura!». Comincia la ripresa e Omar si scatena mandando in gol Canè, Bean e Montefusco. Il Napoli stravince (3-1) e conquista il trofeo. In realtà, la Juve sta perdendo a Losanna e finirà sconfitta.

 

L’ultima stagione a Napoli è la 1967/68 e sul campo domina la strana coppia Altafini – Sivori. Si racconta che a Napoli Pesaola sacrifichi ore e ore del suo tempo libero per riuscire a “legare” due campioni così diversi Entrambi sono reduci da delusioni cocenti, il primo ha “rotto” con la Juventus, l’altro con il Milan. Occorre stimolarli, restituire loro il gusto di giocare, ricostruirli psicologicamente. L’allenatore si sottopone volontariamente a una lunga serie di pranzi e cene a tre. Serate intere a discutere, a chiacchierare, a ragionare. “Farli convivere fu il mio capolavoro. Li invitavo spesso a cena, li coccolavo. La prima sera a casa mia siamo usciti sul terrazzo che dominava il golfo. Ho detto: ragazzi, questa è come una torta e ce n’è una fetta per tutti, basta che non ci rompano le scatole. O se preferite è una vacca con tre tette, io mi prendo la tetta più piccola, cerchiamo di non litigare.
 

 

Ma intorno alla squadra partenopea divampa intanto una lotta accanita di fazioni, cè gente che arriva a minacciare di morte la moglie e il figlio di Pesaola. L’allenatore sopporta tutto e porta il club partenopeo al secondo posto della classifica generale, un risultato mai raggiunto in precedenza. Poi, a fine campionato, fa le valige e parte per Firenze dopo che Boniperti lo cerca invano per portarlo alla Juventus. Ma offre 60 milioni all’anno: la metà di quello che prenderà con la Fiorentina. Con la quale vincera’ uno scudetto.

 

“A 58 anni mi sono sentito già in pensione. Le mie capacità non contavano piu’ perchè ho sempre corso da solo, senza mai legarmi a qualche carro. Dei miei colleghi, ho stimato soprattutto Trapattoni e Capello.
Rimpianti? Uno solo. Non aver allenato Maradona perchè lo scudetto a Napoli lo avrei portato anch’io”.

 

Di tutto quello che ha guadagnato, a Pesaola è rimasto quasi nulla. Una lunga serie di investimenti sbagliati, un pò per leggerezza, in parte per indolenza, molto per ingenuità. Due bar, una fabbrica di scarpe, un’azienda floricola, un’industria vetraria. “Pochi sanno di calcio quanto me. Avessi avuto lo stesso fiuto negli affari, sarei miliardario”.