CdS – La partita del cuore, le emozioni di Marek per il suo ritorno a casa

Mica è una partita, ma una mozione d’affetto, un viaggio in se stesso partendo (quasi) dalla culla, un girotondo della memoria che affonda nelle pieghe romantiche dell’infanzia: è Slovan Bratislava-Napoli ed è il grande derby del cuore di Marek Hamsik, che può leggersi nella coscienza, tra le pieghe del cervello e scavare, scavare, fino a riscriversi completamente.

 

Mica è una partita è una gran (bella) storia che va vissuta trattenendo il fiato e forse anche le lacrime, distribuendo dinanzi allo stadio quei cento biglietti già acquistati, rivoltandosi dentro, per rivedersi: com’era, com’è cambiato, però sempre a cresta alta, pur nelle difficoltà del momento, con la fierezza di chi sa che bisogna inventarsi qualcosa e che però stavolta, domani, bisognerà provare a restare freddi.

 

EMOZIONE. E’ la notte di Marek Hamsik e non saranno novanta minuti uguali agli altri: perché stavolta si prende la propria vita e la si percorre con gli occhi lucidi, sapendo di averne fatta di strada e di doverla adesso percorrere a ritroso, per osservarla. «I tre punti di Sassuolo ci hanno restituito serenità,adesso pensiamo alla gara di Europa League». Il diario con la propria gente è su quel sito in cui non si può cadere nel nostalgico, ma non è una vigilia che scivola via anonimamente, né pigramente: aveva quindici anni quando l’acquistò lo Slovan Bratislava, era l’estate del 2002, il papà s’impegnò di suo e lì nacque la favola.

 

L’ESPLOSIONE. Domani c’è tutto Hamsik in quella partita che tale non è, perché le implicazioni psicologiche avranno il sopravvento su quelle tecniche e tattiche e sarà complicato riuscire ad evitare di smarrirsi in quel contesto, tra i fumi dei ricordi ed il desiderio di tornare se stesso. Però finora è stato bello ed anzi bellissimo, in questi suoi otto anni da principe azzurro, in quella scelta esistenziale che l’ha portato ad acquistar casa a Castelvolturno ed a restare con quella maglia addosso «perché io qua sono felice».

 

IL PRESENTE. Poi bisognerà giocarla, e certo, lasciandosi scivolare di dosso quel pathos inevitabile di chi sa che in quel momento sta analizzando la sua trasformazione, dal bambino che era all’uomo (ma anche al capitano del Napoli) che è diventato. Torna in quei giardini, con la testa piena di fotogrammi, rivivendo gli istanti che parevano smarriti, pensando ai viaggi affrontati con i genitori, al primo distacco – ch’è un trauma – e però anche a quella gioia che lo scaldava, perché stava semplicemente facendo quello che voleva fare.

 

OH CAPITANO. La fascia al braccio gli dà un tono, poi proprio lì, a Bratislava, dove l’hanno visto crescere fino ad un certo punto, fino a quando cioè non dovette emigrare – e stavolta sul serio – andando a Brescia, per cominciare a scoprire l’Italia. Napoli era, all’epoca, un puntino lontano e sconosciuto e invece ora è nella hall of fame d’una squadra alla quale s’è incollato: il quinto per numero di presenze, dopo Bruscolotti, Juliano, Ferrario e Ferrara; è il settimo goleador di tutti i tempi di questa squadra dalla quale s’è momentaneamente ritrovato (tecnicamente) ai margini ma del quale resta centrale. C’è Slovan Bratislava-Napoli ma non dite ad Hamsik che è una partita di calcio: perché in quest’ora e mezza c’è tutto lui, soprattutto lui, soltanto lui.

 

Corriere dello Sport