Carratelli: Dai centomila cuori ai 41mila il grande San Paolo si fa piccolo

    Progetto moderno, ma non si può “ridurre” la passione

    Un cambiamento che è segno dei tempi, difficile da accettare per il popolo azzurro.

    Il grande giornalista Mimmo Carratelli, sulle pagine dello storico quotidiano napoletano, espone il proprio pensiero sulla questione San Paolo.

    Il San Paolo non ci sarà più.

    Nel 2018 avremo, a Fuorigrotta, un nuovo stadio di 41mila posti.

    Cancellati in un colpo solo i «centomila cuori» dei tempi di Sivori e Altafini, i 90mila di quello sfortunato Napoli-Perugia del 1979, la più bella folla delle domeniche napoletane, mezzo secolodi gioie e dolori, lo stadio di Maradona. Avanti,non c’è più posto.


    È il progresso, bellezza. Certamente, studi di fattibilità e indagini di mercato sono giunti alla
    conclusione che il calcio di oggi deve avere stadi dimezzati perché sono le partite virtuali, quelle a pagamento sulle tv satellitari, il futuro del pallone, la passione compressa davanti a una scatola a colori con campi lunghi, primi piani, replay e occhi di falco.

    Perciò via la grandeur del passato, le belle cattedrali del pallone, gli stadi della passione incontenibile, le città del tifo.

    Nei nuovi stadi dimezzati, meno siamo meglio stiamo direbbe Renzo Arbore. Non si sa.

    Forse, a Napoli viviamo di nostalgia, siamo dei romanticoni, vogliamo sognare sempre
    in grande e il San Paolo che si restringe e diventa un altro stadio, senza storia, senza ricordi,
    senza più l’eco di pomeriggi e notti indimenticabili, ci spezza il cuore.

    Eravamo la capitale di un regno, siamo stati una delle capitali del calcio con uno dei più grandi stadi del mondo. Non siamo più niente.

    Per il pallone avremo un salottino per pochi intimi.

    Alla Juventus basta uno stadio da 41mila posti, la passione bianconera non vive aTorino,
    tracima nel resto d’ Italia. A Napoli, no. Vorremmo avere uno stadio da un milione di posti,
    quanti siamo, perché viviamo di pallone e, poco poco che le cose vanno bene, allo stadio siamo una folla.

    In un pomeriggio di dicembre del 1959 scendemmo dallo stadio della collina, il “Vomero”
    di Jeppson, Vinicio e Pesaola, per entrare nel grandioso ovale di travertino a Fuorigrotta disegnato dall’architetto Carlo Cocchia. Il San Paolo. Il nostro Maracanà.

    Sicuramente gli esperti, che non mancano nel nostro paese, ci convinceranno della inevitabile riduzione, dello stadio più piccolo perché il calcio fa sempre meno spettatori e c’è un calo vistoso degli abbonamenti anche a Napoli.

    Perciò facciamocene una ragione e non stiamo a inorgoglirci di essere andati in 45mila per Napoli-Cittadella in serie C, quattromila rimarrebbero fuori nel nuovo stadio.

    Si parla tanto, con l’arrivo di Sarri e il nuovo progetto azzurro, di “empolizzazione” del Napoli. Stiamo già “empolizzando” lo stadio. Piccolo sarà anche bello.

    Ma ci piange il cuore. Nel grande stadio ci sentivamo grandi anche se piccole cose succedevano in  campo.

    Siamo nel pieno della trilogia di Italo Calvino: tifosir ampanti, poi tifosi dimezzati,
    ora tifosi inesistenti nello stadio nuovo.

    E se una notte d’inverno un viaggiatore chiamato Diego venisse a Fuorigrotta non ci riconoscerebbe  più.