QUI BILBAO – Oltre l’orgoglio basco, il calcio è religione.

     

    Una squadra piantata nella città, una città che vive con la squadra. La simbiosi Athletic Bilbao, calcio e comunità, è quanto di più stretto si possa pensare nel mondo dello sport. Storia, sofferenza, amore, passione, politica, religione, toponomastica uniscono i due elementi: qui non ci sono dualismi, derby, altre squadre da sostenere.

     

    Una città biancorossa Nelle giornate importanti da tempo immemorabile la città si veste di bianco e di rosso: i balconi, le vetrine, le macchine, i monumenti, le strade abbracciano la squadra. Unione simboleggiata perfettamente dalla Calle Licenciado Poza, che dal centro corre lunghissima verso lo stadio. I palazzi agghindati, la gente che straborda dai bar a bere e che camminando si avvicina al grande scudo che ornava un fianco di San Mamés, visibile anche da molto lontano. Oggi col nuovo stadio lo scudo per questioni logistiche non c’è più e sta per essere sostituito da un grande schermo: evoluzione tecnologica che non diluisce il sentimento. A Bilbao il calcio è stato portato dagli inglesi, alla fine del diciannovesimo secolo. Scendevano dalle barche e giocavano in quella che è rimasta la Campa de los Ingleses. Li accanto è stato costruito il Museo Guggenheim, simbolo dello spettacolare rinnovamento estetico che ha trasformato Bilbao negli ultimi anni. Simbolo che si è sovrapposto a un luogo privilegiato nella memoria storicocalcistica della città. Siamo sul fiume Nervion: nel 1983 e nel 1984 quando l’Athletic vinse i suoi ultimi due campionati l’euforia fu tale che era impossibile far sfilare i giocatori su un autobus. Troppa gente. E allora si pensò alla Gabarra, un rimorchiatore. Fu un trionfo: centinaia di migliaia di persone sulle sponde del fiume si godettero la crociera della squadra. In attesa di nuovi trionfi la Gabarra è stata donata al Museo Marittimo e quindi attraccata proprio sotto la collina dove sorge San Mamés.

     

    La fontana e la coppa mancante Non lontano dal Guggenheim c’è Plaza Jado, luogo recuperato e abbellito alla fine del 2007. Per decorare la grande piazza è stata costruita una fontana e lo scultore per il disegno ha scelto una figura che ricorda una coppa che l’Athletic rivendica come sua e che la federazione spagnola non gli riconosce: era l’antesignana dell’attuale Coppa del Re e la vinse il Bizkaya, costola dalla quale nacque l’Athletic. Attorno al monumento ispirato alla coppa mancante ci sono 3 leoni, simbolo della squadra. E sempre in zona c’è il meraviglioso Palacio de Ibaigane, palazzetto del 1900 che dal 1988 ospita la sede del club, tra grandi vetrate, soffitti a cassettoni, marmi veneziani e una piccola cappella con organo. Altre connessioni: il centro storico, o Casco Viejo, che ospita i club di tifosi più antichi, e la basilica dedicata alla Virgen de la Begoña: qui ogni anno sale l’Athletic per un omaggio floreale alla vergine in memoria delle persone care morte nei 12 mesi precedenti.

     

    Religione e politica La squadra è stata alla basilica due giorni dopo il pari del San Paolo, e il capitano Gurpegui ha portato all’altare un gagliardetto e un pallone, da benedire per chiedere forza per Liga e Champions. La religione da una parte, la politica dall’altra. Negli anni della Transizione spagnola, il passaggio dalla dittatura alla repubblica dopo la morte di Franco, l’Athletic fece la sua parte: nel dicembre ’76 quando ancora era proibita il portiere, simbolo e capitano della squadra «Txopo» Iribar scese in campo con la Ikurriña, la bandiera basca. E i giocatori (insieme a quelli della Real Sociedad) nell’aprile ’77 posarono orgogliosi dietro a uno striscione che recitava «Amnistia per i detenuti politici». San Mamés nel dicembre del ’79 ospitò la cerimonia di bentornato dopo 40 anni di esilio parigino dello storico presidente del Governo Basco Jesus Maria Leizaola. Perché l’Athletic è Bilbao.

     

    La Gazzetta dello Sport