BECCANTINI: STADI SALOTTO O XXL? COSA SCEGLIE L’ ITALIA

Progetto nuovo San Paolo

Il calcio italiano, molto più che il calcio degli altri Paesi, si regge sui proventi delle tv. Per questo, dubito che vedremo stadi obesi, aperti agli eserciti dei tifosi spaparanzati sui divani.

Lo scrive Roberto Beccantini sulla Gazzetta dello sport

Se Silvio Berlusconi (cioè Milan e Mediaset) e Rupert Murdoch (cioè Sky) fossero stati costruttori di impianti, avremmo da tempo stadi­salotto, con stazze adeguate. Viceversa, avendo fondato le proprie fortune (soprattutto) sulla tv, abbiamo avuto salotti­stadio. Parlo dell’Italia, un Paese anziano e di piccola cultura sportiva, calcisticamente prigioniero del telecomando, e felice di esserlo. Chi scrive, deve al famigerato spezzatino, che per posa ogni tanto esecra, l’opportunità di studiare almeno una decina di partite alla settimana. E a coloro che sbandierano il Murdoch britannico e tele­abitudini non così diverse, rammento sommessamente che l’Inghilterra sta all’Italia come l’equilibrio all’equilibrismo, la trasformazione al trasformismo, il polmone alla polmonite. 

ono scelte superiori alla crisi e al caro­prezzi. Lo Juventus Stadium ha appena tre anni di vita ed è sempre pieno. Obiezione: sai che sforzo, con quella capienza. Prima o poi anche la Juventus conoscerà stagioni di carestia, e allora sarò proprio curioso di verificare l’impatto dei clienti. Quando ancora era in funzione il Delle Alpi, la cui capacità ricettiva sfiorava i 70 mila spettatori, nel campionato 2003­04, e a fronte di 28.672 abbonati, solo in tre occasioni su 17 venne superato il muro delle 35.000 presenze: con le milanesi e la Roma. Più una quarta, contro la Lazio, nella finale­bis di Coppa Italia. Il cemento scandalosamente sparso per decorare le notti del nostro Mondiale, nel 1990, a cominciare dal Delle Alpi di Torino, appunto, e il San Nicola di Bari, ha contribuito a rendere morboso il problema e meno faraonici i progetti. La palude politica e la miopia dei dirigenti hanno ritardato il cambio generazionale delle strutture. L’invasione televisiva ha fatto il resto, suggerendo drastici tagli alle dimensioni.

La Roma americana di James Pallotta ha deciso di spingersi fino a 52 mila, estensibili a 60 mila: questa della mobilità potrebbe essere una chiave suggestiva, da calibrare in base alle esigenze. C’è inoltre un pericolo collaterale, contagioso: non più lo stadio inteso come cuore della società, con tanto di sede, museo e negozi, ma pretesto e scorciatoia per arrivare a una fitta selva di centri commerciali e speculazioni assortite. Dal momento che l’Uefa ha fissato il Piave a quota 50 mila, non potremo più ospitare finali di Champions? Ci rimarrebbe il San Paolo di Napoli (riveduto e corretto, naturalmente) e non dispero che l’Olimpico di Roma e San Siro, già arruolato per l’edizione del 2016, possano diventare ­ una volta liberati dai rispettivi inquilini, immagino con quanta malinconia ­ i nostri Wembley.