Anna Pavignano ci racconta il suo Troisi. Massimo come non lo avete mai visto.

    «Il titolo del film è molto importante perché molte volte è quello che fa andare al cinema la gente. Se non si riesce a trovarlo tocca poi fare un bel film, che è molto più lungo e faticoso» Troisi

     21 anni senza Massimo Troisi.

    Su Massimo abbiamo speso fiumi di parole, ma non bastano mai.

    Ci picerebbe ricordarlo, raccontando la sua storia, con le parole di  chi lo ha conosciuto meglio, forse il suo piu’ grande amore Anna Pavignano . Sceneggiatrice e compagna dell’attore.

    «Sicuramente il nostro è stato un grande amore: lui era un uomo mite, ma capace anche di grandi ostinazioni»

    La Pavignano in occasione della presentazione del  suo libro su Massimo Troisi , rilasciò questa bellissima intervista a  Ugo Di pace del Corriere del Mezzoggiorno.

    primo incontro con Massimo.
    «Accadde durante il programma ‘‘No stop” nel 1977. Lui stava registrando questa trasmissione televisiva; erano i tempi della Smorfia con De Caro e Arena.

    Io lavoravo nello stesso programma come comparsa. All’epoca studiavo, frequentavo ancora l’università. Ero iscritta a medicina che poi ho lasciato per psicologia».

    La sua professione di scrittrice comincia con l’amore per Massimo. Si può dire che amore e scrittura coincisero?
    «Sicuramente il nostro è stato un grande amore. Ho cominciato a scrivere da ragazzina, ma professionalmente tutto inizia con Massimo e con la sceneggiatura di ‘‘Ricomincio da tre” (1981)».

    Com’è nata l’idea di quel film?
    «C’era stata la richiesta da parte della produzione di preparare un film. Il produttore era Mario Berardi, che poi ha fatto anche i film successivi. Diede carta bianca a Massimo dicendo: “scrivi quello che vuoi”.

    Lui mi coinvolse perché aveva letto le cose che io scrivevo, allora in qualche modo abbiamo fatto confluire nella storia quella che era la nostra vita e la mentalità di quel periodo, le nostre esperienze alla fine degli anni ’70.

    Il testo è stato scritto in una casa sul lago di Nemi, dove abitavamo io, Massimo, Lello Arena e Gaetano Daniele, che è un amico storico di Massimo, diventato poi co-produttore.

    In seguito, quando Massimo smise di girare film con Berardi, fondò la società Esterno Mediterraneo».

    E dopo «Ricomincio da tre»?
    «Dopo abbiamo scritto ‘‘Scusate il ritardo” (1983), ‘‘Le vie del Signore sono finite” (1987), insomma tutti i suoi film fino a ‘‘Il postino” (1994). Alla stesura del copione de ‘‘Il postino” collaborò anche il regista Michael Radford».

     

    La relazione durava ancora?
    «Il nostro rapporto affettivo nel senso di fidanzamento è finito dopo sette-otto anni. Poi abbiamo continuato a frequentarci, ma nel frattempo io mi sono sposata, lui ha avuto altre storie.

    In ogni modo abbiamo continuato a vederci sempre, perché scrivevamo, ci sentivamo. La relazione era finita intorno nell’87, in corrispondenza de ‘‘Le vie del Signore”».

    Nella vita, nel quotidiano, Massimo era buono, gentile e sornione come appariva al suo pubblico?
    «Sicuramente era molto generoso, molto sensibile, ma era pur sempre un essere umano, e quindi era capace di grandi chiusure, di grandi rifiuti, e molte volte si ostinava in certe posizioni: per esempio se una persona non gli piaceva rischiava anche di essere molto duro.

    Non era una persona morbida. In sostanza era mite, non aggressivo. Aveva la capacità di accogliere gli altri, ma nello stesso tempo era molto determinato se invece voleva rifiutare una persona o una cosa».

    Lei è stata molto spesso a Napoli: la città l’ha conosciuta a fondo o solo superficialmente?
    «Ho conosciuto Napoli attraverso Massimo, che è stato il mio Virgilio. Per me che ero piemontese ed ero sempre vissuta a Torino, la gente del Sud era quella che saliva da noi per lavorare alla Fiat.

    Della città in senso fisico ho una conoscenza molto superficiale, quando stavo qui con Massimo, a parte il fatto che ci siamo stati poco, non uscivamo mai: lui non era il tipo che andava in giro, soprattutto dopo il successo.

    Ci frequentavamo noi della Smorfia, i vecchi amici come Peppe Borrelli, il gruppo del Centro Teatro Spazio. Questi amici li ho conosciuti tutti fin dai primi tempi, quando andavamo a San Giorgio a Cremano.

    Qui incontravo la famiglia di Massimo che mi accoglieva molto bene. Sono persone con un senso dell’ironia molto pronunciato che Massimo aveva ereditato.

    Il papà apparentemente era molto serio, però era affettuoso, io percepivo dell’affetto da parte sua. La sorella Annamaria mi disse una frase che ancora oggi ricordo: ‘‘Noi amiamo il cane per il padrone”. Conoscevo già questo modo di dire».

    Come si fondeva il rapporto affettivo con la quotidianità della scrittura?
    «In realtà non abbiamo volontariamente scritto vicende autobiografiche, poi rivedendole è chiaro che c’era molto della nostra storia sentimentale.

    Il sentimento alimentava gli scritti, c’erano delle cose inserite in una trama che non era la nostra, ma in altri momenti invece mi ricordavano come sono nate certe situazioni che poi abbiamo trasferito in un film.

    Il nostro sentimento non era condizionato dai rapporti di lavoro. Ci siamo sempre nascosti. Nel senso che non siamo mai stati fotografati insieme.

    Conservo una o due foto dei David di Donatello, ma in generale quando c’erano i fotografi ci staccavamo per non farci riprendere insieme per non cadere nello stereotipo della fidanzata dell’attore».