Analisi: Quanti sono gli stranieri in Italia? E quanti sono competitivi?

    luca marchetti

     

    Stavolta ve lo scrivo da subito, più che notizie troverete un’analisi. A costo di perdere “numeri” di visualizzazioni sul mio editoriale, avevo piacere di condividere con voi queste riflessioni determinate da altri numeri, incontrovertibili, su come e quanto il mercato può incidere sull’andamento del nostro calcio. Si parla tanto di riforme: ma in quale direzione?

    L’Italia è il primo paese fra i Big Five (Inghilterra, Spagna, Francia e Germania) per numero di giocatori movimentati: 1053. E oltre la metà di queste operazioni di mercato riguarda i giovani, ovvero gli under 19. Quindi il primo dato è che l’Italia guarda al futuro. Sulla qualità di questi investimenti non possiamo pronunciarci: lo vedremo in futuro, ma il segnale è confortante. Quello che ci interessa guardare con più attenzione è il mercato dei “grandi”, ovvero dei giocatori già pronti. Ebbene il 32% di questi giocatori acquistati proviene dall’estero e va a formare l’esercito degli stranieri in Italia: sono il 43% della “forza lavoro”.

    Sono troppi o sono pochi? Cerchiamo di capirlo. Intanto nella scorsa stagione gli italiani impiegati in media nella nostra serie A sono meno della metà (46%). La squadra che ne ha utilizzati di meno è l’Inter, che tiene fede alla sua filosofia e al suo nome (poco più del 5%), quella che ne ha utilizzati di più è il Sassuolo (circa 82%). Altro dato: delle prime 10 della classifica dello scorso anno solo in 3 hanno utilizzato più della metà degli italiani (Juventus, Parma e Torino, ma comunque consideando solo i titolari gli italiani erano sempre in minoranza). Se consideriamo solo le prime 5 la percentuale cala ancora al 26%. Addirittura alla 27^ giornata dello scorso campionato erano 5 le squadre che avevano utilizzato (anche solo per un minuto) meno di 7 italiani in stagione. Volete sapere chi? Fiorentina, Inter, Lazio, Napoli e Udinese. E quest’anno i dati ricalcano esattamente la tendenza dello scorso campionato.
    La domanda da porci è: se giocano evidentemente sono forti. Allora basta analizzare i giocatori convocati per il Mondiale. L’Italia ha portato in Brasile l’11% dei giocatori (solo la Premier ha fatto meglio). Quindi gli stranieri “italiani” sono bravi giocatori. Ma non ottimi, visto che dopo il taglio dei quarti l’Italia perde una posizione e molti punti in percentuale. Di sicuro pesa l’eliminazione degli azzurri, ma la Premier il suo primato lo mantiene lo stesso e l’Inghilterra ha fatto la nostra stessa fine.

    Va da se che questa situazione fotografata dai numeri non aiuta nella crescita virtuosa della Nazionale. Potrebbe succedere infatti che la qualità dei nuovi arrivi in Italia non sia così superiore ai giocatori già presenti ma che comunque crei una concorrenza ancora più spietata e magari impedisca una formazione completa. Questo naturalmente i numeri non lo dicono. Non questi, almeno. Questi indicano delle tendenze. Che si stiano prendendo provvedimenti in Federazione per riformare il sistema calcio è altrettanto certo e di questi numeri si deve tener conto.

    Il problema comunque non è la presenza degli stranieri: la concorrenza non può far altro che migliorare la nostra serie A. Oltre al problema economico (che non può essere risolto da regole) si puo cercare di indirizzare delle scelte. Negli altri paesi del Big Five non ci sono limitazioni agli extracomunitari (anzi in Spagna e Francia le naturalizzazioni sono molto più facili che in Italia) in Inghilterra però per esempio per gli extracomunitari pretendono che ci sia eccellenza: ovvero che abbiano fatto almeno il 75% delle partite della propria nazionale. In Germania la federazione invece obbliga le società ad avere in ogni squadra per fascia d’età (dall’Under 16 in poi) almeno 12 giocatori convocabili per la nazionale tedesca. Questo favorisce molto il mercato interno e anche gli investimenti nei settori giovanili. In Spagna esistono le squadre B (oltre a funzionare molto bene la “cantera”). E a proposito di questo l’ultima riflessione.

    Nella nostra serie B il 55% dei giocatori proviene dalla A. Di questi, l’81% è in prestito. Vale a dire che il 45% del totale dei giocatori è in prestito dalla A e nel migliore dei casi “paga” un premio di valorizzazione, nel peggiore tutto (o quasi) lo stipendio. Ecco perché le società di A vorrebbero avere le squadre B: abbattimento costi e gestione diretta dei propri giocatori. Vale la pena ancora non prendere in considerazione questa possibilità?

    Di :Luca Marchetti  tmw