Addio sogni di Champions. Nessuna caccia al colpevole, ma una considerazione va fatta

    La sconfitta di ieri manda in frantumi i sogni Champions dei 55 mila del San Paolo.

    Ma di chi sono le responsabilità

    Game Over. Termina nel peggiore dei modi una stagione iniziata male, con la sconfitta di Bilbao che tolse la speranza agli azzurri di disputare la Champions. La stessa Champions che si poteva riguadagnare  ieri battendo la Lazio. Così non è stato. Un Napoli poco lontano rispetto le ultime uscite. Prima Parolo, poi Candreva. Due colpi nei primi 45 minuti che tramortiscono i presenti. Nella ripresa esce fuori l’orgoglio partenopeo, avvantaggiato anche dalla superiorità numerica. Doppio Higuain e partita riaperta. Il Napoli insiste e l’occasione più ghiotta capita nuovamente al pipita. Tiro dal dischetto, pallone in curva. Cala il sipario su Fuorigrotta. Quasi come se questa Champions il Napoli sente di non meritarsela, e restituisce al mittente ogni gentil omaggio. Crollano sogni e speranze non appena si ristabilisce la parità numerica con l’espulsione di Ghoulam. La Lazio prende coraggio e, con Onazi prima, e Klose dopo, da una buonanotte amara al popolo azzurro. Il 2-4 impietoso spegne tutto, anche le luci del San Paolo.

    Benitez lascia Napoli e il Napoli, con l’amaro in bocca. Voleva ridare ai tifosi la Champions che lui stesso ha trovato due stagioni fa. Quando firmò tra mille promesse il contratto con la dirigenza azzurra, ridando a noi malati di passione, la speranza che quello potesse essere l’inizio di un’epoca vincente, sotto il profilo del prestigio e dell’organizzazione. Ma per diventare grandi non basta ingaggiare un allenatore dal curriculum vincente. Per diventare grandi ci vuole il sacrificio e la volontà di tutti. Dirigenza e calciatori compresi. Benitez aveva chiesto alla società quelle cose che negli anni addietro fu lo stesso De Laurentiis a proclamare in pompa magna. Quella scugnizzeria che avrebbe dovuto imitare la cantera catalana. Quelle strutture all’avanguardia, con centro sportivo di ultima generazione. Nulla di tutto questo. Né ieri e né oggi. E molto probabilmente nemmeno domani. I calciatori e gli allenatori passano. La dirigenza resta. Non è che si è scontenti. Ma qualcosa di più si può, e si deve fare.

    E se permettete, come  si è pronti a raccogliere consensi e applausi, così bisogna essere pronti ad essere tirati in causa. Inutile nascondersi dietro Mazzarri o Benitez, o magari di colui che siederà in futuro sulla panchina azzurra. Bisogna uscire allo scoperto. Bisogna saper dire, anche in maniera cinica, le forze a disposizione dove possono arrivare. Inutile parlare di scudetto e superlega europea, quando sul mercato, tra due obiettivi, si sceglie quello più conveniente in termini più economici che tattici. I bilanci sono importanti, ma col prestigio non può viaggiare, specie se latita la programmazione. Il Napoli ha bisogno di una mini-rifondazione. In squadra come nell’organigramma societario. Non soffermiamoci a dire cosa manca e dove manca. Ciò che manca, è sotto agli occhi di tutti. Dalla dirigenza, all’ultima delle chiacchierate fatte in un bar. La triste verità è che questa stagione e questo biennio con Benitez, si è concluso con un pugno di mosche nella mano, e tanti, troppi, inutili proclami. Una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana, e in Europa abbiamo nella semifinale con Dnipro, il punto più alto raggiunto, da Benitez e da tutta la storia della presidenza di De Laurentiis.

    Le responsabilità sono anche di certi calciatori. Quelli più rappresentativi. Quelli che, avendo qualcosa più degli altri, erano chiamati a svolgere il ruolo di trascinatori. Ruolo che non sempre hanno svolto come ci si aspettava. Le responsabilità sono di Benitez  certo… L’allenatore paga per tutti. E tatticamente non si sono viste grandi cose. Ma la responsabilità è anche della società, che al tecnico non ha saputo consegnare una rosa quantomeno funzionale a quel tipo di pensiero calcistico. I calciatori, non so in quanti, passano, ci salutano, e vanno via. L’allenatore già lo ha fatto. La dirigenza invece, resta.